Chiariello: "Solo Allegri non si è accorto di Vergara, bontà sua! Ieri Malagò ha dato un segnale importante"
18:45
L'Editoradio di Umberto Chiariello su Radio Napoli Centrale:
"La giornata azzurra di ieri, che ha preceduto il pastrocchio federale di oggi, è una giornata molto importante. Noi non possiamo fingere che non sia successo niente.
Il calcio italiano non si è mai trovato in questa situazione gravissima.
Noi abbiamo, in generale, dominato il mondo negli anni Trenta. Ma proprio dominato, perché non abbiamo vinto solo due Mondiali consecutivi, nel 1934, seppur con l’aiuto del fascismo, e nel 1938 in Francia, contro tutto e contro tutti, anche contro gli esuli italiani che combattevano contro il fascismo.
Abbiamo vinto anche le Olimpiadi di Berlino del 1936. All’epoca le Olimpiadi erano importanti, ma c’era anche una coppa, la cosiddetta Coppa Internazionale, che sarebbe la Coppa europea di oggi, la competizione europea per nazioni.
Dominavamo. Avevamo il fuoriclasse assoluto del mondo, Meazza.
Avevamo innervato la nostra Nazionale di oriundi, scippandoli letteralmente all’AFA, all’Argentina: Monti, Orsi, Orsi era un fuoriclasse, Mumo Orsi. Insomma, le politiche federali fasciste di Arpinati e Mussolini portarono in Italia giocatori importantissimi.
L’Italia se ne avvantaggiò molto nel ’34, nel ’38 un po’ meno, ma anche lì c’erano gli oriundi, perché abbiamo avuto Andreolo, Guaita, tutta una serie di giocatori che non erano italiani. Addirittura qualcuno aveva giocato il Mondiale precedente con un’altra Nazionale.
E le storie poi si ripetono, perché nel ’34 il commissario tecnico della Nazionale, Vittorio Pozzo, l’alpino Vittorio Pozzo, il nazionalista Vittorio Pozzo, fece fuori il miglior giocatore italiano dopo Meazza, che era Fuffo Bernardini.
Proprio lui, il professore: giocatore colto, fuori dagli schemi, grande centromediano metodista dai piedi eccellenti, ma poco picchiatore, a differenza di quel Monti che era un fabbro e picchiava a man salva.
Fu fatto fuori.
Noi siamo stati capaci di riprenderci in quegli anni terribili, gli anni Cinquanta, che furono di oscurantismo assoluto della nostra Nazionale, dove il solo Boniperti rifletteva realmente. Ma abbiamo avuto anni bruttissimi.
Siamo stati capaci di sopravvivere alla morte del grande Torino, perito a Superga.
Siamo andati in Brasile in nave, per paura dell’aereo, nel ’50. Nel ’54 abbiamo fatto una brutta figura. Nel ’58 al Mondiale non ci siamo neanche arrivati. Per la prima volta non ci siamo qualificati, fermati a Belfast dall’Irlanda del Nord.
Abbiamo cominciato ad avere ambizioni di vittoria di nuovo nel ’62, con una Nazionale piena di finti italiani, di oriundi.
Pensate che giocava in quella Nazionale uno che si chiamava José Altafini, che aveva fatto il Mondiale precedente e vinto col Brasile, seppure avesse perso il posto in squadra, giovanissimo. Ma non come Altafini: come Mazzola, con una sola Z.
Perché assomigliava come una goccia d’acqua a Valentino Mazzola, il papà di Sandrino, il grande capitano del Grande Torino.
Avevamo portato in Nazionale con lui un altro brasiliano, Sormani. Addirittura avevamo ingaggiato il trio della «faccia sporca», della cara sucia, quelli che nel ’57 avevano matato letteralmente il Brasile che poi sarebbe diventato campione del mondo, che ancora non aveva scoperto Pelé.
Maschio, Sivori e Angelillo: li avevamo lasciati a casa, mentre furoreggiavano nell’Inter e segnavano a raffica.
Maschio, Sivori, Sormani, Altafini: oriundi. Uno squadrone, a cui si aggiungevano i campioni del Milan e Gianni Rivera, il Golden Boy.
Ma la battaglia di Santiago ci spazzò fuori, con l’arbitro Aston, che poi divenne il capo degli arbitri, quello che ha inventato i cartellini gialli e rossi.
E nel ’66 ci siamo presentati finalmente da grandi del mondo in Inghilterra, perché avevamo gli squadroni che vincevano tutto in Europa.
Nel ’63 la Coppa dei Campioni la vince il Milan, nel ’64 la vince l’Inter, nel ’65 la rivince l’Inter e nel ’66 l’Inter arriva in finale e si fa far fuori.
E noi mandiamo a casa gente come Sarti, Picchi, li lasciamo a casa. Non mettiamo in Nazionale Bertini e Riva, ma abbiamo uno squadrone: Bulgarelli, non utilizziamo Mario Corso, abbiamo uno squadrone e veniamo buttati fuori dalla Corea.
Ma l’Italia c’è sempre stata, perché nel ’68 noi vinciamo l’Europeo, finalmente guidati da Gigi Riva.
Nel ’70 facciamo 4-3 alla Germania più forte di tutti i tempi. Arriviamo in finale.
Nel ’74 siamo i grandi favoriti e ci facciamo fuori da Argentina e Polonia, ma soprattutto da Krol, che ci fa gol.
Nel ’78, con Bearzot, apriamo un altro ciclo, ’78-’82, clamoroso. Un ciclo che finisce nell’86 in malo modo, di fronte a Stojkovi? e a Platini.
Ma nel ’90 siamo di nuovo noi i favoriti e sappiamo tutti come finisce, davanti a Maradona al San Paolo.
Nel ’94 siamo in finale e finiamo ai rigori, con Baggio che butta sopra la traversa il pallone della speranza.
Nel ’98, sempre Baggio, per un tanto così, non fa fuori la Francia che diventerà campione del mondo.
Nel 2002 abbiamo uno squadrone pazzesco. Se solo pensate alle punte: Vieri, Totti, Del Piero, Inzaghi, Montella. Avevamo attaccanti con la pala.
Ma col Trap andiamo fuori per un altro arbitro clamoroso, Byron Moreno, perché la Corea deve arrivare per forza alle semifinali: fa parte degli accordi commerciali.
Ma nel 2006 siamo campioni del mondo.
Dopodiché si spegne la luce. Importiamo stranieri con la pala: nel 2010 fuori ai gironi, nel 2014 fuori ai gironi nonostante un grande Europeo e poi non ci partecipiamo più.
Individuiamo l’uomo che ci può far rivedere un po’ di luce e facciamo questo casino incredibile per cavilli, regolamenti, Malagò, che commissaria Malagò per portare alle Malagò. Siamo incredibili.
Eppure ieri Malagò ha dato un segnale importante.
Quale? Aver nominato Mancini allenatore della Nazionale. E Mancini sa quello che fa e lo sta dimostrando.
Aver lasciato Silvio Baldini all’Under 21. E l’Under 21 ieri ha fatto qualcosa di eccezionale.
I giovani ci sono. Meraviglioso Vergara.
Solo Allegri non si è accorto di Vergara. Bontà sua.
Insomma, il lavoro è appena iniziato, ma per le mire di un ministro che vuol mettere le mani sullo sport o per l’impazienza di un presidente del CONI, o di chi non ha saputo gestire un’elezione dicendo: «Guarda, Malagò, devi avere questi requisiti, devi rispettare queste norme», bastava un segretario qualsiasi di federazione, come quelli che compilarono la lista per andare in campo, che sanno tutto dei regolamenti, per evitare questo pastrocchio.
Non sono stati capaci di fargli fare una tessera a uno che è membro del CIO e lo vogliamo da Malagò!
No, ragazzi, non ci siamo proprio.
Questo pastrocchio che fa gridare allo scandalo Pedullà, De Paola, l’avvocato Miele, come lezioni di civiltà e di giustizia, in realtà è solo una grande cazzata.
Immane, come avrebbe detto Paolo Villaggio di fronte alla corazzata Potëmkin.
Siamo in mano a gente insipiente, incapace perfino di governare un’elezione semplice, con un candidato unico, fondamentalmente.
E allora è giusto che ci copriamo di ridicolo agli occhi del mondo, ma è giusto che questo progetto appena nato prosegua, perché ieri quella giornata tinta di azzurro sia solo la prima di una rinascita, dopo oltre un decennio di buio totale.
E quindi avanti con Mancini, Malagò e Baldini, Zola e tutto il resto del cucuzzaro, perché il calcio italiano non può morire così.
Abbiamo una storia da difendere"
