Manna: "Alisson Santos? Preso a sorpresa, quando l’ho incontrato aveva un sorriso enorme! Favasuli mi ha colpito per due cose, vi spiego"

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Ultime notizie SSC Napoli - Come si arriva a 36 anni a vincere uno scudetto da Direttore Sportivo del Napoli? A trattare giocatori come Buongiorno, Lukaku, McTominay? E come è possibile fare tutto questo senza aver avuto una carriera da calciatore?  Ai microfoni di Colpi Da Maestro, una produzione di Master Group Sport, lo racconta Giovanni Manna, ds azzurro. L'intervista è stata registrata ad inizio settembre, dopo il mercato estivo, ma pubblicata solo oggi.

Parlando con alcuni tecnici delle nazionali giovanili, tra cui Andrea Barzagli, emerge spesso un concetto: la Serie B è diventata un campionato in cui i giovani possono trovare spazio e crescere. Il Napoli ha preso Favasuli, reduce da un’ottima stagione. È stata una scelta lungimirante?

«Mi riallaccio alle parole di Andrea. In passato anche le grandi squadre di Serie A acquistavano i migliori giocatori della Serie B, che spesso avevano già 19, 20, 21 o 22 anni. Oggi questa abitudine si è un po’ persa.

Nella mia esperienza recente, quando mandavamo un calciatore a giocare dopo aver completato il suo percorso di formazione, consideravamo quel passaggio quasi necessario. La Serie B è sempre stata un campionato che seguo con attenzione, anche perché è molto divertente.

Favasuli l’anno scorso ha dimostrato di essere un giocatore pronto e di meritare un salto di qualità. C’erano anche altri nomi, compresi calciatori già in Serie A, ma lui mi ha colpito per la determinazione e la maturità mentale con cui si è approcciato al percorso ed è cresciuto.

Cercavamo un giocatore che potesse essere inserito fuori lista e imparare da Di Lorenzo, perché in quella posizione abbiamo il nostro capitano. Secondo me, però, Favasuli potrà darci una mano. È un ragazzo interessante, un grande lavoratore e una persona umile: valori che, nel calcio moderno, non sono così scontati».

Quando si sceglie un calciatore, si sceglie anche una persona. Quanto contano i dati e gli algoritmi, e quanto invece l’osservazione diretta e il confronto umano? Come funziona il vostro lavoro di reclutamento?

«Tendenzialmente, se un giocatore è bravo, lo vedono in tanti. A me piace parlarci personalmente. Ho incontrato quasi tutti i calciatori che abbiamo preso, in molti casi anche più di una volta.

Devo capire che cosa mi trasmettono, quali sensazioni ed emozioni mi suscitano. A volte sono estremamente positive, altre volte rimangono dei dubbi.

Ricordo che a gennaio abbiamo preso Santos un po’ a sorpresa, perché giocava poco. Quando l’ho incontrato aveva un sorriso enorme, che ti riempiva. Mi ha trasmesso qualcosa di diverso: ho percepito la sua voglia e il suo entusiasmo.

Naturalmente, quando incontri un grande campione, riconosci anche un valore diverso. Ma, al di là dei numeri e dei dati, un giocatore deve lasciarti qualcosa, sia in campo sia fuori. Per me questo aspetto è fondamentale».

Restiamo sul tema dei giovani italiani. Spesso riusciamo a formarli, ma facciamo fatica a compiere l’ultimo passo e portarli nel calcio dei grandi, dove i ritmi e l’intensità sono differenti. Come si può superare questo problema?

«Secondo me dovremmo avere più coraggio nel farli giocare».

Possiamo permettercelo?

«Sì, dobbiamo farlo. Perché non dovremmo? In passato succedeva, mentre oggi abbiamo smesso e abbiamo sempre paura.

Lo dico anche sulla base della mia esperienza. Quando lavoravamo con l’Under 23, la Juventus Next Gen, avevamo una squadra giovane e spesso si pensava che avremmo perso. Invece disputavamo grandi partite, acquisendo fiducia, senso di responsabilità e convinzione nel lavoro che stavamo facendo.

Quella convinzione è stata trasmessa anche ai livelli superiori. Diversi calciatori hanno esordito e oggi sono stabilmente nella Juventus, mentre altri sono stati ceduti e hanno proseguito il loro percorso altrove.

Non bisogna avere paura. Il sistema deve sostenerci in questo cambiamento, che prima di tutto deve essere mentale».

Quanto ti ha segnato l’esperienza alla Juventus con i giovani della Next Gen?

«Mi ha cambiato la vita. Lavorare con ragazzi di quell’età, vederli crescere, maturare e diventare uomini e calciatori è un’esperienza che ti segna, perché condividi con loro un percorso che è quasi di vita.

Io arrivavo da un’esperienza in prima squadra e ho seguito il percorso dall’Under 19 all’Under 23. Sono molto legato a quei ragazzi, non soltanto a quelli che oggi sono diventati calciatori importanti, ma anche a quelli che magari non sono riusciti a raggiungere determinati livelli.

Abbiamo svolto un lavoro importante, grazie anche a un gruppo di professionisti di altissimo livello».

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