"Volevamo rapire Zola per poi chiedere il riscatto", l'incredibile racconto del 'Maradona delle Carceri'
07:00
Il Maradona delle carcere ha fatto una clamorosa ammissione su un rapimento di Zola
Ultime notizie Serie A - Fabrizio Maiello, soprannominato “Il Maradona delle Carceri”, parla alla Gazzetta dello Sport. «Volevamo rapire Zola per poi chiedere il riscatto a Tanzi».
Come andò?
«Era il 1994. Io ero rinchiuso nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo Fiorentino. Non avevo nessuno, mia moglie stava morendo. Decido di fuggire e divento latitante: “vogliamo rapire Zola, così chiederemo un riscatto a Tanzi”, mi dicono. Accetto. Ci infiliamo in due auto, il piano era di seguirlo in autostrada per poi speronarlo una volta usciti. Ma lì succede un imprevisto…».
Ci racconti.
«Gianfranco si ferma al distributore. Addirittura esce e si trattiene a parlare con il benzinaio. Non avevamo tempo, eravamo quattro latitanti su due macchine rubate e con le pistole addosso. Allora scendiamo, facciamo finta di niente, ci guardiamo intorno. Lui ci nota, ci viene incontro: “Ciao ragazzi, avete bisogno di qualcosa?”. Quel sorriso è stata una luce che si è accesa dentro di me. Ricordo ancora i suoi occhi, buoni, puri. Brillavano. Rappresentava il mio sogno nel pallone: era quello che io non ero riuscito a diventare. Lì ho deciso di non fare nulla, anzi mi sono fatto firmare un autografo sulla carta d’identità».
E lui non si è accorto di niente?
«La moglie Franca sì, si è spaventata. Lui inizialmente no, poi quando ha visto il tatuaggio che ho sulla mano, con i cinque punti della malavita, è salito velocemente in macchina ed è partito».
Perché proprio Zola?
«Perché era il numero dieci e la stella di quel Parma. Tanzi avrebbe pagato il riscatto e magari avrebbe mantenuto il silenzio. Me l’ha chiesto anche Gianfranco, quando ci siamo visti. Mi ha fatto pure una battuta: “Sarebbero stati cavoli tuoi se mi avessi sequestrato, mangiavo tanto, ero un rompiscatole”, mi ha detto. E abbiamo riso insieme. Sono contento di aver ottenuto il suo perdono».
