"Tutti uniti, spalla a spalla": l'appello disperato di Rafa, ma a Napoli non funziona così

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Essere un grande allenatore, in Italia conta relativamente. E’ molto più facile che un tecnico cresciuto nel nostro paese riesca ad affermarsi all’estero che viceversa. Gestire un club italiano è molto particolare per una serie di fattori non trascurabili. Gli ambienti che ruotano attorno ai nostri club sono molto particolari, per non dire arretrati, rispetto all’Europa.

Qui, specialmente in alcune piazze come Napoli, si passa dall’euforia alla depressione nel giro di qualche giorno, a volte di qualche ora. Il calcio si vive con passione, più col cuore che col cervello. Benitez, in questo suo periodo partenopeo, ha avuto da fare e non poco, per la gestione di questo aspetto. Quello che ha cercato, e cerca ancora di fare il tecnico spagnolo, e di rendere l’ambiente unico, compatto in tutte le sue componenti, tifo compreso. “Spalla a spalla, tutti uniti”: concetto ripetuto allo sfinimento in quasi tutte le conferenze stampa.

Il messaggio è chiaro ma poco ascoltato. Rafa si è appellato varie volte a stampa e tifo per cercare di alleggerire la pressione su una squadra ancora troppo fragile, soprattutto mentalmente, per raggiungere quella continuità di risultati imprescindibile per puntare a grandi traguardi. Il concetto di ‘progetto’ sottintende un percorso, una crescita, che l’appoggio e il sostegno di tutti potrebbe accelerare, ma che l’ostruzione anche di pochi potrebbe bloccare, o addirittura far saltare.

E’ proprio quello che sta succedendo al Napoli, un ambiente troppo lunatico anche per il navigato Benitez, le cui lezioni di calcio e, soprattutto di stile al cospetto dei microfoni, sembrano lasciare il tempo che trovano. Ma cosa cerca Rafa? Cosa vorrebbe? Probabilmente all’estero, il sostegno dei tifosi e della stampa, soprattutto nei momenti critici è un fattore fondamentale per riprendersi il prima possibile da una situazione delicata. Il pubblico è parte del progetto, un elemento fondamentale per la riuscita di questo. Un esercito di milioni di persone, alle spalle di undici guerrieri guidati da un generale a cui, mai e poi mai fanno mancare il proprio sostegno. Si vince e soprattutto, si perde tutti insieme.

In Italia, non esiste ancora questa mentalità. Il tifo è un elemento indipendente che gode o meno a seconda dei risultati della sua squadra. Tutti sono liberi di esaltare o criticare con quella cieca incoerenza tipica di chi è in balia della passione. Il generale e i suoi undici guerrieri di cui sopra, praticamente, devono lottare e vincere per la felicità del popolo.

La guerra è dura e soprattutto su più fronti, precisamente tre. Almeno su uno, si è perso sanguinosamente qualche battaglia ma il confronto è ben lungi dal concludersi. Adesso, come non mai Rafa, vorrebbe raccogliere i frutti di quello che ha cercato di seminare fino ad ora nella sua permanenza all’ombra del Vesuvio.

Troppi detrattori? Troppi mister senza panchina? Troppi nostalgici? Non è il momento di pensarci. Chi ha recepito il messaggio dia il suo appoggio. I tedeschi stanno per valicare le alpi, da Roma i biancocelesti assedieranno il San Paolo e poi da Firenze arriverà l’orda viola. Spalle larghe Rafa!

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