17-04-2026
19:00
Ultime notizie SSC Napoli - La redazione di Calcio e Finanza si è avvalsa dell'analisi di Fabrizio Vettosi - uno dei banchieri di investimento più apprezzati sul mercato italiano - per analizzare il bilancio della SSC Napoli.
A conclusione dell'analisi, Vettosi si pone un interrogativo, trasformando il tema in prospettico: «Un ulteriore anno con Conte e con questa tipologia di investimenti può essere sostenibile, due a mio avviso sarebbe più impegnativo. Se non hai giovani da valorizzare e hai stipendi alti, sei indotto a vendere e vendere non al meglio». Il Napoli quindi «deve decidere se tornare al suo modello o trasformarsi definitivamente».
Ma arriviamo all'analisi di Fabrizio Vettosi, partendo dall'inizio.
Il modello Napoli come caso di studio nel calcio italiano: sostenibilità economico-finanziaria, valorizzazione degli asset e una recente discontinuità che coincide con un preciso passaggio tecnico. È questo il filo conduttore dell’analisi di Fabrizio Vettosi per Calcio e Finanza, i dettagli dello studio che trova una chiave di lettura chiara: «Il Napoli è uno dei pochi casi in cui il modello di business è stato interpretato correttamente fin dall’inizio».
Ecco tutti i dettagli:
Nel periodo 2008-2025 il club ha generato circa 3,6 miliardi di euro di ricavi, con una struttura estremamente definita: il 48% deriva dai diritti audiovisivi, il 21% dalle plusvalenze e il 18% dall’area commerciale. «I diritti audiovisivi sono il centro, lo stadio virtuale. È lì che si gioca il modello del calcio italiano», osserva Vettosi a Calcio e Finanza. Anche in presenza di limiti infrastrutturali, il Napoli ha costruito la propria competitività su questo asse, sviluppando parallelamente una crescita dei ricavi ricorrenti fino ad arrivare a incassare circa 180 milioni annui in assenza di partecipazione alla massima competizione europea, e stabilizzandosi a 250 milioni con la partecipazione alla Champions League in caso di accesso agli ottavi.
Alla base c’è la visione di Aurelio De Laurentiis. «Quando lo conobbi nel 2005 gli dissi che avrebbe fatto grandi cose», racconta Vettosi. «Non veniva dal calcio, non aveva mai giocato e arrivava dal mondo del cinema e quindi dei diritti immateriali: aveva tutte le condizioni per essere asettico verso il settore calcistico e applicare un modello industriale nella gestione del club». Da qui nasce quella che il banker definisce una rottura concettuale rispetto alla narrativa tradizionale: «Per anni si è detto che il risultato sportivo genera quello economico. Io credo l’esatto contrario: è la sostenibilità economico-finanziaria che determina il risultato sportivo nel medio termine».
I numeri dello studio rafforzano questa impostazione. Il Napoli ha generato oltre 1,4 miliardi di cash flow operativo nella sua storia recente (ovverosia durante la gestione De Laurentiis), con una componente rilevante legata alla gestione del player trading (circa il 50%). «Investire su calciatori giovani, valorizzarli e venderli nel momento giusto ha consentito di creare una riserva economica fondamentale», spiega Vettosi. Un sistema che ha garantito equilibrio finanziario e competitività sportiva senza ricorrere a strutture di costo eccessive e colmando il delta con club “globali” quali Inter, Milan e Juventus che godono di un contesto di mercato favorevole in quanto localizzate in un’area estremamente centrale e ricca del Paese, fulcro attrattivo di interessi internazionali e con uno stadio più capiente e dotato di un rilevante numero di posti commerciali “business seats”.

Il principio cardine è la cost leadership. «Un’azienda di calcio in Italia non deve avere più di 50 persone», osserva. «Il Napoli ha sempre avuto una struttura snella e molto efficiente». Questo si riflette nei numeri: per anni l’incidenza degli stipendi dell’area tecnica si è mantenuta tra il 40% e il 60% dei ricavi ricorrenti, una soglia considerata virtuosa. Parallelamente, oltre l’82% del cash flow è stato reinvestito in calciatori, mantenendo un equilibrio tra investimenti e ammortamenti.
Tutto questo è avvenuto, come già detto, in un contesto strutturalmente svantaggiato. «Due aziende identiche performano in modo diverso se sono a Napoli o a Milano», sottolinea Vettosi. «A Milano hai le multinazionali, hai la capacità di trasformare la partita in evento corporate». A parità di riempimento degli stadi (93%), i competitor arrivano a ricavi fino a tre volte superiori grazie a capienza, hospitality e spending power. Eppure, il Napoli è riuscito a ridurre il gap commerciale (ovverosia il ricavo commerciale per spettatore) fino a circa il 20% rispetto a Inter e Milan, grazie a una strategia di marketing e brand awareness particolarmente efficace.
«Il Napoli ha trasformato la partita in evento, pur senza avere uno stadio adeguato», evidenzia Vettosi. «E ha fatto un lavoro straordinario sul brand: oggi Napoli risuona nel mondo più per il club che per la città e le sue bellezze, sembra assurdo ma è così; io viaggio l’Europa ed in Scandinavia mi chiedono di venire a Napoli per il Napoli piuttosto che per Palazzo Reale». Un risultato che ha consentito di compensare in parte un gap strutturale che resta significativo, soprattutto sul fronte ricavi matchday.
Questo equilibrio si è mantenuto nel tempo con poche eccezioni, legate a cicli di investimento più aggressivi. L’ultima fase rappresenta però una discontinuità più marcata, che Vettosi collega direttamente all’arrivo di Antonio Conte e a un cambiamento nella filosofia gestionale per assecondare le richieste dell’allenatore.
Il Napoli ha sempre funzionato come un sistema integrato, in cui ogni leva – costi, età media della rosa, capacità di generare plusvalenze – era allineata. «Il Napoli è un’azienda che vive di equilibrio», spiega Vettosi. «Se rompi quell’equilibrio anche solo su una leva, tutto il sistema va sotto pressione». È proprio ciò che emerge dai dati più recenti.
Nel 2025, la SSC Napoli registra ricavi ricorrenti per circa 180 milioni a fronte di costi operativi complessivi superiori a 193 milioni, di cui circa 138 milioni legati all’area tecnica. Il risultato è un MOL “ricorrente” (ovvero escluse le plusvalenze) negativo per circa 12,5 milioni e un risultato operativo “ricorrente” altrettanto negativo visibilmente impattato da maggiori ammortamenti dovuti agli imponenti investimenti realizzati negli ultimi due esercizi. «Storicamente il Napoli ha sempre mantenuto un rapporto virtuoso tra costi e ricavi», osserva Vettosi. «Oggi siamo un po’ fuori da quel perimetro».
La crescita dei costi è significativa: circa 75 milioni in più tra ammortamenti e costo del personale tecnico. «Si è passati da un modello basato sulla valorizzazione a uno basato sulla spesa», sintetizza. Una trasformazione che incide direttamente sulla sostenibilità, anche se nel breve periodo gli effetti vengono assorbiti dalla gestione del player trading. «Le plusvalenze – circa 106 milioni nel 2025 e più o meno altrettante attese nel 2026 – coprono quasi integralmente la perdita operativa corrente; in sintesi possiamo dire che l’ottima ed equilibrata gestione del passato hanno consentito di mantenere in equilibrio l’azienda nonostante l’impatto dei maggiori costi operativi».
Il nodo centrale è la modifica temporanea del ciclo industriale. «Il Napoli ha sempre creato valore comprando giovani e vendendo nel momento giusto», sottolinea Vettosi. «Oggi ha una rosa mediamente più anziana». Un cambiamento che ha implicazioni dirette: «Quando i giocatori si avvicinano ai 28 anni la probabilità di generare significative plusvalenze si attenua in quanto, se paragonate a qualunque “immobilizzazione tecnica”, la “macchina” va verso la fase di declino; oggi infatti la piena maturazione in termini di valore di un calciatore è verso i 26 anni. Tale aspetto viene ulteriormente influenzato laddove il calciatore è stato acquistato ad un prezzo rilevante e gode di uno stipendio elevato… Giocatori anche importanti come McTominay e Lukaku è difficile possano generare plusvalenze significative come successo con Osimhen o Kvaratskhelia».
Sembra paradossale ma il Napoli ha costruito il suo equilibrio economico attraverso tre grandi “ere sportive” corrispondenti alle gestioni tecniche di Mazzarri (inizio decade dal 2010), Sarri (a metà della suddetta decade) e Spalletti (a fine decade) a riprova che l’equilibrio economico-finanziario si creare in archi temporali lunghi attraverso una strategia coerente.
Questo si riflette anche sulle prospettive future. Il modello resta sostenibile finché è in grado di generare plusvalenze in modo continuativo; se questa capacità si riduce, l’intero sistema entra in tensione e l’attenzione ai costi (in primis stipendi dell’area tecnica ed ammortamenti frutto degli investimenti) diventa cruciale. «Come si diceva, oggi il Napoli è in equilibrio anche grazie alle plusvalenze generate da ottimi investimenti fatti negli anni precedenti: quest’anno riporteremo in bilancio le plusvalenze su Osimhen, Raspadori e Simeone ad esempio», osserva Vettosi. «Ma questa riserva non è infinita».
In questo senso, la sostenibilità attuale affonda le radici nei cicli tecnici precedenti. «Il lavoro fatto con Mazzarri, Sarri e Spalletti ha costituito sotto l’aspetto economico finanziario dei pilastri solidi per consentire l’ascesa dal punto di vista sportivo, a conferma di quanto si diceva prima sul fatto che i risultati sportivi sono una conseguenza di quelli economico-finanziari e non viceversa», spiega. «Senza quella riserva, con questi costi, il sistema sarebbe impattato negativamente». È un passaggio chiave per comprendere la fase attuale: la solidità accumulata ha consentito al club di affrontare una discontinuità più aggressiva; ora sono certo che il Napoli ritornerà a guardare alla sostenibilità derivante dalla gestione corrente.
Nel 2025 il Napoli ha generato (a causa della mancata partecipazione alla Champions League) circa 79 milioni dai diritti TV, 68,6 milioni dall’area commerciale e poco più di 24 milioni dallo stadio. «Il peso del matchday è marginale», osserva Vettosi. «E questo limita fortemente la capacità di crescita rispetto ai competitor». Inter e Milan superano i 400 milioni di ricavi ricorrenti, mentre il Napoli resta su una scala dimensionale inferiore a causa di uno stadio di minore capacità e, soprattutto, inadatto ad ospitare l’evento calcistico ed a favorire ulteriormente la leva commerciale.
Nonostante ciò, l’efficienza operativa resta elevata. «Il Napoli genera circa 1,3 milioni di ricavi commerciali per dipendente (si fa riferimento nel calcolo solo al Corporate Staff)», evidenzia lo studio. «È il dato migliore tra i club analizzati, inclusi oltre a Juventus, Inter e Milan, anche Roma e Lazio». Una sintesi efficace della filosofia aziendale: «Non conta in quanti sei, conta quanto produci e la qualità e l’impegno dello staff».
Da qui il tema del dimensionamento. «Il Napoli è un’azienda da 180 milioni di fatturato, che può arrivare a 250 milioni con la Champions League», e tutto ciò per i meriti di De Laurentiis e del management, spiega Vettosi. È su tale base che, al momento devono essere tarati i costi; questo è un elemento che deve essere ben presente ai tifosi che devono apprezzare l’enorme lavoro fatto da De Laurentiis e dalla sua squadra. Uscire da questo perimetro significa mettere sotto stress il modello.
La fase recente si caratterizza infatti per un picco di investimenti: nel 2025 il Napoli registra circa 155 milioni, a cui si aggiungono ulteriori investimenti stimati in circa 180 milioni (in caso di esercizio/obbligo delle clausole di acquisto) per l’esercizio in corso con un aumento significativo di ammortamenti e stipendi. «È un cambio di paradigma», osserva Vettosi. «Prima investivi su giocatori giovani, oggi su giocatori più maturi. E questo cambia completamente il ciclo economico». Se il costo di acquisizione e gli stipendi salgono, si riduce il margine di valorizzazione ed il rischio di realizzare plusvalenze si attenua.
Il confronto con altri club italiani rafforza la lettura. Nel 2025 il Napoli presenta costi operativi relativi alla sola struttura aziendale inferiori alla Roma (che ha oltre 200 dipendenti di staff) e leggermente superiori alla Lazio, mantenendo comunque una struttura più efficiente rispetto ai giallorossi. «Napoli e Lazio hanno storicamente una forte cost leadership», osserva Vettosi. «La Roma invece ha una struttura più pesante e forse sovradimensionata».
La sintesi è netta: «Il Napoli ha costruito un modello vincente perché è stato coerente in tutte le sue componenti». Ciò ha consentito di supportare la discontinuità recente. «Quando cambi una leva – i costi, l’età media, la tipologia di investimenti – devi cambiare tutto il modello, e questo sarebbe troppo rischioso; ritengo che De Laurentiis ed il management con la loro capacità e saggezza lo sappiano bene».
Il tema diventa quindi prospettico. «Un ulteriore anno con Conte e con questa tipologia di investimenti può essere sostenibile, due a mio avviso sarebbe più impegnativo», sintetizza Vettosi. Da un lato pesa l’aumento strutturale dei costi, dall’altro la riduzione della capacità di generare plusvalenze. «Se non hai giovani da valorizzare e hai stipendi alti, sei indotto a vendere e vendere non al meglio».
Il Napoli mantiene fondamentali solidi, ma si trova davanti a una scelta strategica. «Deve fare quello che ha sempre fatto: cost leadership, investimenti su giovani e valorizzazione degli asset», conclude Vettosi. In termini operativi, significa riportare il costo dell’area tecnica su livelli sostenibili e ricostruire un ciclo virtuoso di player trading. «Deve decidere se tornare al suo modello o trasformarsi definitivamente».
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