"Scampia, camorra e calcioscommesse". Armando Izzo confessa in Tribunale, è innocente

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Armando IzzoArmando Izzo

Armando Izzo, il difensore del Torino originario di Scampia: nel 2014 finse un infortunio per non giocare Modena-Avellino, sui cui gravavano gli interessi dei clan di Scampia

Ultime notizie Napoli. Oggi Il Mattino pubblica una lunga intervista ad Armando Izzo, difensore del Torino originario di Scampia, che ha dovuto affrontare un processo in Tribunale, in relazione all'ipotesi di combine di Modena-AvellinoUn processo che nasce dalle accuse rese da uno degli amici di infanzia di Izzo. Si chiama Antonio Accurso ed è un ex killer dei «girati», fratello di Umberto Accurso, che sta invece scontando l’ergastolo omicidio e camorra. I nomi della faida, di gomorra. Geografia criminale su cui è stato interrogato Izzo, in una vicenda di calcio scommesse e camorra.

Armando Izzo

Calcio scommesse, Armando Izzo risponde in Tribunale

«Ero ancora un ragazzino, quando promisi a mio padre che gli avrei portato la maglia del Napoli sulla sua tomba. Perché era questo il mio sogno, il nostro sogno, quello di arrivare a giocare per la serie A». Aula 216, tribunale di Napoli, Armando Izzo risponde alle domande del pm Maurizio De Marco, che lo ha indagato per presunti contatti con la camorra di Secondigliano e Scampia, all'epoca in cui giocava ancora per l'Avellino. 

Serie B, era il 17 marzo 2014: Izzo ammette di aver simulato un risentimento muscolare, pur di non trovarsi in difficoltà, pur di rimanere fuori da un match su cui la peggiore camorra di Secondigliano aveva piazzato i propri artigli (e capitali): «Ho simulato un infortunio - dice - in realtà, ho simulato per non essere coinvolto in una combine. Ero a Secondigliano, a casa della mamma, ricevo una chiamata da Luca Pini, un collega calciatore che faceva anche il gioielliere, che doveva consegnarmi delle collane per moglie e figli, con lui c’era Salvatore Russo detto Geremia. Mi portano in un ristorante, dove trovo Millesi con i fratelli Accurso ma anche altre due persone che non ricordo bene. Loro mi dissero di accordarmi, ma a me quel raduno mi puzzava, vidi un’aria strana al punto tale che dopo una trentina di minuti presi un taxi e andai via. Mi limitai a dire devo stare tranquillo. Non sentii cose particolari, ma intuii che si trattava di qualcosa di strano, perché vedevo Millesi e gli Accurso».

Ma non è stato l’unico incontro ravvicinato con la sua infanzia. Qualche tempo prima, quando aveva solo 18 anni, venne raggiunto a Trieste, dove - dice con orgoglio - «giocai tutte le partite di andata (segnando due gol) prima di andare in B. Vennero da me (dice senza ricordare i nomi) mi dissero che volevano truccare le partite, io dissi solo che volevo fare carriera, negando il mio contributo: fu allora che pensai alla promessa fatta a mio padre e alla mia infanzia nel lotto G».

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