Atalanta, Gosens: “Quanti necrologi, che paura a Bergamo! Io dicevo: è un’influenza e me ne uscivo…”

Le Interviste fonte : sosfanta.calciomercato.com
Atalanta, Gosens: “Quanti necrologi, che paura a Bergamo! Io dicevo: è un’influenza e me ne uscivo…”


La grande paura è adesso. Robin Gosens lo racconta a cuore aperto a La Gazzetta dello Sport quest’oggi, il terzino dell’Atalanta è spaventato come aveva già detto alla Bild: “Non capisco una cosa: perché ci hanno fatto giocare a porte chiuse ma poi c’erano tutti i tifosi fuori ammassati nelle città europee per la Champions? Non ha senso…”.

LA PAURA – “L’ho sentita quando mi hanno spiegato che la Lombardia era il centro di tutto, che da nessun’altra parte d’Europa c’erano tanti casi. Quel giorno mi sono detto: ok, prima era a Wuhan, così lontano, e adesso è qui: ora siamo in pericolo…”.

BERGAMO – “C’è paura non solo nella provincia vicina, ma proprio a Bergamo che oggi è una città fantasma”.

NECROLOGI – “Mi hanno parlato di pagine e pagine dell’Eco di Bergamo piene di necrologi: una cosa spaventosa. E’ stato lì che mi sono detto: “Io e Rabea, la mia fidanzata, dobbiamo parlare: forse è il caso che lei torni in Germania”. Ma è voluta rimanere con me, e insieme abbiamo deciso che restasse”.

RUGANI – “Quel giorno del suo contagio abbiamo pensato tutti: e adesso chissà quando torneremo a giocare. Pensai alla quarantena: per lui, i compagni, gli avversari. Pensai che siamo davvero tutti sulla stessa barca. E infatti da oggi sono in autoisolamento anche io, ma non è cambiato nulla: in pratica lo ero già da mercoledì. Sono preoccupato quanto lo sono da giorni, né più né meno”.

CHAMPIONS – “Sapevamo che al 99% avremmo giocato almeno in Champions, dunque abbiamo provato a fare allenamenti molto buoni, a lavorare forte. Ma concentrarsi non era facile. Come ci siamo riusciti? Continuando a ripeterci che se avessimo messo tutto in campo e scritto la storia, avremmo dato almeno un sorriso alla nostra gente. Avremmo fatto felice la città almeno per due ore. E’ stato il nostro chiodo fisso”.

INFLUENZA – “L’abbiamo sottovalutato tutti, io per primo. “Al massimo è un’influenza”, mi dicevo. E sono uscito, sono andato al ristorante, ho incontrato gli amici. Non conoscevamo questo nemico e la sua capacità di contagio, lo abbiamo capito solo quando i casi erano già tantissimi. Troppi. Quando ci hanno spiegato il significato di quelle due parole: zona rossa”.

ITALIANI – “Dopo un po’ di superficialità sono emerse le vostre cose migliori: il coraggio, la solidarietà, l’identità di popolo. E l’amore per la vita, la riconoscenza: leggere di gente che si affaccia ai balconi e applaude i medici, gli infermieri, mi ha commosso”.

SERIE A E CHAMPIONS – “Mi chiedo come faranno, quale potrà essere la soluzione che accontenti tutti: davvero non so come finirà. E’ brutto essere smarriti, ma lo siamo”.

QUARANTENA – Ho molto più tempo per la mia fidanzata, per studiare e preparare qualche esame di psicologia, per leggere dei libri che erano rimasti lì, in attesa di essere aperti. E poi mi alleno un po’ a casa, anche se è stranissimo. Non è strano farlo a casa: è strano farlo senza sapere quando mi servirà”.

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