André Cruz a CN24: "Sono amico dell'agente di Giovane, vi svelo cosa gli ho detto. Ho il nuovo Alisson per il Napoli. Guerini, Boskov e il Milan: tutta la verità" | VIDEO
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Intervista a André Cruz a CalcioNapoli24: tanti retroscena sui suoi anni a Napoli
Grandi abilità difensive ma con un piede da attaccante, tanto da essere un maestro delle punizioni. André Alves da Cruz, noto più semplicemente come André Cruz, è stato un raro talento brasiliano nel calcio degli anni 90 con un triennio azzurro dove ha deliziato anche i tifosi del Napoli con le sue qualità balistiche.
A distanza di anni dall'ultima volta a Fuorigrotta, l'ex talento verdeoro è tornato sul campo dello stadio Maradona (ai suoi tempi ancora San Paolo) in occasione dell'amichevole delle Napoli Legends dello scorso maggio. Alla vigilia dell'appuntamento, direttamente dall'Hotel Serapide di Pozzuoli che ha ospitato molti ex campioni impegnati per l'evento benefico e nostalgico, Cruz si è raccontato ai microfoni di CalcioNapoli24.it.
Intervista André Cruz a CalcioNapoli24
Buongiorno ad André Cruz e bentornato a Napoli. Ci racconti le emozioni per questo ritorno in città e soprattutto per l'amichevole allo stadio Maradona?
“Buongiorno a tutti. Guarda, è un grandissimo piacere tornare a Napoli. È da molto tempo che non vengo in Italia e soprattutto a Napoli. Per questo motivo è una grande emozione poter rivedere la città e ritrovare alcuni amici. Purtroppo il tempo è davvero poco e non riuscirò a vedere tutti gli amici che avrei voluto incontrare, ma per me è veramente un enorme piacere tornare a Napoli. Sarà bellissimo anche tornare allo stadio San Paolo, oggi Stadio Diego Armando Maradona, un luogo che mi lega a ricordi straordinari. L'unica cosa che mi dispiace è che, purtroppo, non riuscirò a giocare. Resterò o in panchina o in tribuna".
Come è nata la trattativa che ti ha portato in azzurro?
"All'epoca ero in Belgio, c'era Luis Gallo e il direttore sportivo Carlo Jacomuzzi che sono andati a vedere le partite dello Standard. Era un momento difficile per il Napoli, dovevano fare degli acquisti e non c'erano tanti soldi. Io stavo giocando bene in Belgio e così nasce l'intenzione di entrambi di portarmi a Napoli. Sono stato molto felice, non ci ho pensato un secondo per venire. Dovevo,e volevo andare in un calcio molto più importante soprattutto per noi brasiliani. Dopo che sono andato in Belgio il mio nome è sparito in Brasile e non sono tornato più in nazionale, non se ne parlava nemmeno. Dopo un solo anno a Napoli sono tornato in nazionale e ci sono stato fino al Mondiale del 98. La scelta di venire a Napoli è stata buonissima e sono davvero molto felice nei tre anni vissuti a Napoli".
Sei passato nella storia a Napoli soprattutto per le tue punizioni: qual è stata la più bella?
"Ne dico due, anche se ce ne sarebbero altre. Una a San Siro contro l'Inter a Pagliuca in Coppa e l'altra in Napoli-Parma: abbiamo vinto 2-1 e il secondo gol su punizione a Buffon. Eravamo in 10 in campo e abbiamo fatto una bellissima partita premiata con questa rete su punizione che è stata bellissima".
Emblematiche anche le tue esultanze, come nascono?
"Non ho mai pensato a nulla, l'importante era giocare e giocare bene. Essere il migliore in campo. Lavoravo molto per questo. E segnare su punizione era un'opportunità poiché come difensore era difficile che mi trovassi davanti alla porta. Invece dai calci piazzati avevo l'opportunità e mi allenavo moltissimo. Quando segnavo non è che pensavo in qualcosa in particolare, un modo per festeggiare: qualsiasi cosa era buono per festeggiare. Ma vincere era più importante".
A proposito delle condizioni fisiche precarie a cui accennavi: il tuo secondo anno era partito molto bene, mentre la seconda fu più complicata anche a causa di alcuni infortuni. Cosa successe in quel periodo?
“Quando non riesci più a essere al 100% il livello inevitabilmente cala. Hai un po’ di male, hai qualche pensiero in testa, ti dici che magari puoi farti ancora più male e allora ti fermi. Perciò quel secondo periodo è stato veramente difficile, però sono riuscito a guarire e alla fine è andata bene".
Cosa non ha funzionato invece con Vincenzo Guerini?
"Io mi sono trovato benissimo con Guerini, chiaramente io avevo le mie idee e arrivavo da un calcio un po' diverso. Anche se hai molte esperienze o hai delle esperienze giocando in una squadra, quando cambi soprattutto da Belgio a Italia ci vuole sempre un po' di tempo. Sono stato benissimo con lui, purtroppo la squadra ha incontrato dei momenti di difficoltà. Ma il finale del campionato è stato grande: ho segnato se non sbaglio 7 gol al primo anno e siamo stati vicini alla qualificazione europea. Direi che tutto sommato è andata bene".
Il tuo ricordo invece su Boskov
"Era un personaggio, un allenatore con grande esperienza. Aveva lo stile del vecchio allenatore: niente scout, niente computer. Quell'epoca era più facile e semplice. Si giocava a calcio: se eri terzino destro, facevi il terzino destro. Stessa cosa per il difensore e attaccante. Faceva così, allenamenti semplici e diceva le parole che tutti capivano. Era un allenatore che ci ha fatto molto bene, con lui ho imparato tantissimo. E' stato veramente un piacere lavorare col mister".
Una scena divertente però ce la devi raccontare
"Un aneddoto fuori campo ce l'ho: eravamo in aeroporto e una signora è quasi caduta sulla scala. Lui mi ha guardato e mi ha detto 'Cruz, meglio lei che noi'. Io gli ho detto 'Mister, hai ragione'. Quello ci è rimasto. Ancora adesso quando succede qualcosa a qualcuno, diciamo 'meglio lui che io'".
Che ricordo hai di Freddy Rincón?
"Freddy era una persona particolare. Siamo arrivati insieme e abbiamo condiviso la stessa camera durante la presentazione e il ritiro. Parlava molto al telefono, non so quanto pagasse. Ma allo stesso tempo era una persona piuttosto chiusa. Tendeva a tenere per sé i problemi e i pensieri. Forse era una questione caratteriale, forse dipendeva dal fatto di essere straniero e di non parlare perfettamente l'italiano. I primi sei mesi sono stati molto difficili, ma nei sei mesi successivi ha fatto davvero bene. Quando ha iniziato a esprimersi al suo livello, il Napoli ne ha tratto grandi benefici".
La sfida con l'Eintracht Francoforte in Coppa UEFA è il tuo più grande rimpianto con la maglia del Napoli?
"Non è l'unico rimpianto. Ad esempio, mi è dispiaciuto molto non giocare la finale di Coppa Italia contro il Vicenza. Si lavora duramente per tutta la stagione, ogni settimana, per arrivare a partite del genere e poi restare fuori proprio all'ultimo fa male. Quello è sicuramente uno dei miei maggiori rimpianti".
Che ricordo hai dei giorni successivi alla finale di Coppa Italia persa contro il Vicenza?
"A dire la verità non leggevo i giornali, né quando le cose andavano bene né quando andavano male. Sicuramente c'era grande rammarico, perché secondo me eravamo una squadra più forte del Vicenza. Però nel calcio una partita può cambiare tutto. In quel periodo avevamo diversi problemi fisici: io giocavo con un infortunio all'adduttore e facevo infiltrazioni, mentre altri compagni non erano al cento per cento. La rosa era corta e durante la stagione non arrivò nessuno capace di fare davvero la differenza. Nonostante tutto, eravamo una squadra forte e molto unita".
Nel tuo secondo anno a Napoli sei partito molto bene, ma poi hai avuto un calo anche a causa degli infortuni. Cosa è successo?
"Ho iniziato ad avere un problema all'adduttore che mi sono trascinato per parecchio tempo. La voglia di giocare ogni domenica era tanta, ma a un certo punto non riesci più a essere al cento per cento. Il livello inevitabilmente cala, senti dolore e inizi anche a pensare al rischio di aggravare l'infortunio. È stato un periodo difficile, ma alla fine sono riuscito a guarire e tutto si è risolto per il meglio".
Abbiamo raccontato alcuni personaggi con cui hai condiviso gli anni a Napoli. All'epoca c’era anche un giovane Carmelo Imbriani
“Imbriani era un bravo ragazzo, molto professionale, ancora giovane. Il nostro Napoli magari non era come Milan o Inter, che andavano sul mercato a prendere grandi campioni e nazionali di altri Paesi, però eravamo una squadra veramente unita. Ci allenavamo dando sempre il massimo ogni volta che entravamo in campo. Eravamo veramente amici, avevamo un gruppo fantastico e belli rapporti. Credo che per un giovane come Carmelo fosse importante trovare fiducia. Quando non hai amici magari sbagli e qualcuno ti viene addosso. Invece nella nostra squadra c’era sempre qualcuno pronto a tirarti su. Questo lo ha aiutato molto e lui ha fatto davvero bene".
Quando poi è arrivato il momento di salutare Napoli, come è maturata la decisione di andare via? Il Napoli non ti offrì il rinnovo?
“Nel 1996, se non mi sbaglio, arrivò una proposta del Real Madrid. Parlai con Fabio Capello, che mi voleva acquistare. Io ne parlai con i dirigenti del Napoli, ma purtroppo non mi lasciarono partire. In più non vollero rinnovarmi il contratto alle condizioni che io ritenevo giuste. Poi entrò in vigore la Legge Bosman: finivi il contratto e potevi andare via a parametro zero. Quando questa situazione si concretizzò, il Napoli mi chiamò per rinnovare alle condizioni che avevo chiesto prima. Però ormai sarei andato sul mercato da svincolato... a quel punto arrivarono Inter e Milan. Gigi Simoni mi voleva a centrocampo nell’Inter, mentre il Milan mi voleva come difensore, visto che Baresi stava per smettere. Io scelsi il Milan perché c’era il Mondiale del 1998 e pensavo che giocando da difensore avrei avuto più possibilità di essere convocato".
Che differenza hai riscontrato tra l’ambiente di Napoli e quello di Milano?
“Napoli è molto più brasiliana, più calda, più aperta. C’è il sole quasi tutto l’anno, si vive in maniera diversa. A Milano, come anche in Belgio, ognuno tende a stare più per conto suo. Questa è stata la differenza principale che ho percepito. Però alla fine mi sono trovato bene anche lì".
Se dovessi scegliere il ricordo più bello della tua esperienza a Napoli, quale sarebbe?
“Ce ne sono tanti, soprattutto le vittorie e i gol. Però penso a una partita contro la Lazio, quando segnai di testa e vincemmo 1-0. Andammo in testa alla classifica e in città si parlava tanto di scudetto. Non era soltanto il gol o la vittoria. Era il momento che si respirava. Quella sensazione particolare è rimasta dentro di me."
Nel Napoli moderno sono arrivati tre brasiliani: Neres, Giovani e Alisson. So che hai avuto contatti con Giovani. Ci racconti qualcosa?
“Giovani abita a Santa Bárbara, la stessa città dove vivo io. Il suo procuratore brasiliano è un mio amico e viene spesso a casa mia. Però non ho ancora parlato direttamente con lui di Napoli. Pensavo di incontrarlo qui, ma lui è partito il 25 mattina (maggio, ndr) e io sono arrivato il 25 sera. Credo che lo vedrò presto quando tornerà in Brasile".
Che emozione ti dà vedere un tuo concittadino arrivare nella stessa squadra dove sei stato protagonista?
“È una cosa molto bella. Io dico sempre che quando i calciatori brasiliani fanno bene all’estero è positivo per tutto il calcio brasiliano. Per me è bello vedere Giovanni in una grande squadra, in una situazione importante. È motivo di orgoglio vedere brasiliani protagonisti nei campionati più prestigiosi".
Se dovessi consigliare a Giovanni Manna un altro acquisto brasiliano, quale nome faresti?
“C’è un ragazzo di cui parlavo proprio oggi: Kauan Toledo, del Botafogo. Ha 19 anni, presto ne compirà 20. È molto bravo e ha caratteristiche simili ad Alisson. È molto veloce, gioca da esterno offensivo, può partire sia da destra sia da sinistra, torna ad aiutare la squadra e ha grande forza fisica. È un giocatore davvero molto interessante".
Quando Ancelotti fu esonerato dal Napoli, immaginavi che un giorno sarebbe diventato il commissario tecnico del Brasile?
“La verità è che non immaginavo mai uno straniero sulla panchina della nazionale brasiliana. Però da qualche anno non vedevamo un allenatore brasiliano che convincesse davvero per quel ruolo. Si parlava di Guardiola, di Ancelotti, di Abel Ferreira, che per quello che ha fatto al Palmeiras meritava sicuramente considerazione. Non so se abbia ricevuto un’offerta concreta oppure no. Su Ancelotti non si può discutere: ha vinto tantissimo e praticamente ovunque è andato ha ottenuto risultati importanti. Magari può aver sbagliato qualcosa in una o due squadre, ma guardando la sua carriera resta uno dei più grandi allenatori. Per questo credo che la scelta di Ancelotti CT del Brasile sia stata una buona scelta".
Chi è il nuovo André Cruz nel calcio moderno?
"No, non c'è. Credo che il calcio si sia molto livellato. Oggi è difficile trovare giocatori tecnici come quelli di una volta. Pensiamo ai numeri 10: chi è oggi il vero numero 10 del Brasile? Possiamo dire Neymar, ma è da anni che gioca poco. E dopo di lui? Chi è il numero 10 della Francia? Una volta c'erano Michel Platini e Zinédine Zidane. In Italia c'erano Roberto Baggio e Gianfranco Zola. Oggi è molto più difficile individuare giocatori con quelle caratteristiche. Se già fatichiamo a trovare un numero 10, è ancora più complicato trovare un difensore con una tecnica pura. Io avevo un buon calcio, facevo passaggi lunghi, segnavo su punizione, andavo avanti, crossavo e cercavo spesso la conclusione. A volte gli allenatori mi dicevano di restare dietro, ma quando vedevo uno spazio andavo avanti. Oggi è difficile trovare un difensore con queste caratteristiche, soprattutto uno capace di calciare le punizioni con continuità".
Quando porterai un talento brasiliano all'Udinese?
"Ne parlavamo proprio oggi con alcuni amici e soci in Brasile. Per i calciatori brasiliani il calcio italiano è particolare, soprattutto per la questione degli extracomunitari. Molte squadre preferiscono acquistare giocatori che sono già in Europa, perché sono già adattati al clima, alla lingua e alla mentalità. Così finiscono per spendere anche 20 o 25 milioni per un calciatore già formato. Portare un giovane brasiliano direttamente dall'altra parte dell'oceano non è semplice. Prendiamo l'esempio di Kauan Toledo: è un ragazzo molto interessante, ma occuperebbe un posto da extracomunitario. Serve una società con una mentalità precisa, pronta a investire, a studiare il ragazzo e a capire se vale la pena spendere 5 o 6 milioni per un giovane talento. In Brasile, comunque, di giocatori interessanti ce ne sono tanti."
Se Giovanni ti avesse chiamato prima di arrivare a Napoli, come gli avresti descritto la città?
"In realtà ne ho parlato con il suo procuratore quando Giovanni era già arrivato. Gli ho detto che Napoli è una città unica, diversa dalle altre. Ha una passione incredibile, difficile da trovare altrove. I napoletani vivono il calcio in maniera speciale. Certo, c'è un traffico della mad***na, ma è una città bellissima e per certi aspetti più vicina alla mentalità brasiliana rispetto alle città del nord. Qui c'è più calore umano, il clima è migliore e la gente è molto accogliente. Inoltre oggi il Napoli è una società importante a livello europeo e mondiale. Per questo gli avrei detto di venire tranquillamente".
Quando arrivasti a Napoli dal Belgio, cosa ti aspettavi dalla città e dal club?
"Dal punto di vista delle strutture mi aspettavo qualcosa in più. Venivo dal Belgio e avevo visto club anche più piccoli dotati di centri sportivi e campi d'allenamento moderni. Quando arrivai e vidi Soccavo rimasi sorpreso. Anche il settore giovanile, all'epoca, non era una priorità come accade in altre realtà. L'attenzione era concentrata soprattutto sulla prima squadra. Però, nonostante tutto, ero felicissimo. Mi dicevo: sono a Napoli, la squadra di Maradona, Careca e Alemão. Per un brasiliano era un'occasione straordinaria e non ci ho pensato un secondo ad accettare".
Che rapporto hai avuto con Careca e Alemão?
"Non li frequentavo abitualmente in Brasile perché viviamo in città diverse. Però quando arrivai a Napoli ebbi l'opportunità di incontrarli e parlare con loro. Mi raccontarono qualcosa della loro esperienza e io, nel frattempo, stavo vivendo la mia. Per me è stato molto importante stare accanto a due campioni di quel livello. Sono un po' più giovane di loro e li avevo visti giocare sia nel San Paolo che nella nazionale brasiliana. Vederli vincere lo scudetto con Maradona e poi condividere con loro certi momenti è stato davvero speciale".
Il Napoli si avvicina al centenario: qual è il tuo augurio per il club?
"Mi auguro che continui a crescere e a costruire squadre sempre più forti. Il calcio di oggi è estremamente competitivo e vincere è sempre più difficile. Per questo serve una grande programmazione. Spero che il Napoli possa vincere altri scudetti e magari conquistare anche la Champions League. Sarebbe qualcosa di straordinario per la città, per i tifosi e per tutti coloro che fanno parte della storia del club. Questo è il mio augurio per i cento anni del Napoli".
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