Chiariello: "Conte sarebbe un macigno per chiunque dovesse arrivare dopo! Ha creato le premesse per un salto nel buio"

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Chiariello: Conte sarebbe un macigno per chiunque dovesse arrivare dopo! Ha creato le premesse per un salto nel buio

Futuro Conte, parla Umberto Chiariello

Ultime notizie SSC Napoli - Il punto chiaro di Umberto Chiariello a Radio CRC. 

Futuro Conte, il commento di Chiariello 

“Ho sempre detestato — non solo avversato — coloro che alimentano la mistica fasulla del “Simme ’e Napule, Amm’a Vincer”, che non ha alcun fondamento storico.

Nell’anno del centenario la nostra bacheca è povera, ma bella: quattro scudetti in cento anni. Purtroppo è ormai certo che resteranno quattro, perché il primo agosto 2026 avremo l’ufficializzazione del centenario e lo scudetto, ahinoi, non sarà più sulla nostra maglia dal 30 giugno.

Una Coppa UEFA, un titolo europeo. Poi, se volete aggiungerci una Coppa Anglo-Italiana, fate pure. Volete aggiungerci una Coppa delle Alpi? Fate pure. Il nostro curriculum europeo si limita a questo.

Sei Coppe Italia, che non sono poche. La prima arrivò nel 1961: unica squadra di Serie B a vincere quella competizione, battendo la SPAL.

E poi tre Supercoppe Italiane, trofei di fresca istituzione, con una quarta che ancora grida vendetta: la banda di Pechino guidata da Mazzoleni. E una ci è costata un morto, purtroppo: il bravo Ciro Esposito, vittima di quell’agguato meschino, proditorio e vigliacco fuori dall’Olimpico, in via Tor di Quinto, per mano di De Santis e dei suoi accoliti ultrà romanisti di estrema destra, protetti dal generone romano. Ma lasciamo perdere.

Questo dice la nostra bacheca. E vorrei ricordare che ci abbiamo messo 33 anni per vincere il terzo scudetto. C’è gente che non lo ha visto: mio padre non lo ha visto, mia madre non lo ha visto. E sono in tanti ad aver dedicato quella vittoria ai propri cari scomparsi.

Può accadere di aspettare anni prima di tornare a vincere. È un rischio reale, e anche alto. Non sta scritto da nessuna parte che si debba vincere uno scudetto ogni due anni. Vincere il quarto appena due anni dopo il terzo — il primo dell’era De Laurentiis — è stato qualcosa di epocale.

Su questo Conte ha ragione: vale dieci scudetti. Se consideriamo che questi due titoli sono gli unici che l’Italia possa vantare al di fuori delle tre squadre che, secondo Conte, partono sempre un metro avanti — Juventus, Inter e Milan — è evidente che sia stato fatto qualcosa di grande.

Da quando Aurelio De Laurentiis è presidente, e il Napoli è tornato stabilmente in Serie A, il club ha frequentato l’Europa in maniera costante. Dopo il primo assaggio in Intertoto, molto piacevole e divertente — ricordo ancora la sfida col Benfica con Edy Reja in panchina — il Napoli, con l’avvento di Mazzarri e il sesto posto del 2009-2010, iniziò a frequentare con continuità il calcio europeo.

Quel Napoli avrebbe potuto persino arrivare quarto. Mazzarri prese la squadra in corsa dopo Donadoni e costruì una rimonta straordinaria. Da lì il Napoli entrò in Europa League.

Negli anni di Mazzarri abbiamo conosciuto anche la Champions League. E che Champions: con vittorie storiche e clamorose.

Poi arrivò Benítez, che disputò un girone di Champions pazzesco, pur senza superarlo: dodici punti, se ricordo bene. Successivamente il Napoli andò in Europa League.

Con Sarri abbiamo fatto tre anni consecutivi di Champions.

Ancelotti, al suo primo anno, confermò la qualificazione alla Champions, pur senza ottenere un grande secondo posto.

L’unico anno veramente fallimentare dell’era moderna è stato quello del settimo posto tra Ancelotti e Gattuso. Criticammo Ancelotti perché non stava facendo bene, ma Gattuso vinse comunque la Coppa Italia, che ci riportò in Europa League.

Gattuso non riuscì però a entrare in Champions: il famoso 1-1 col Verona in casa è rimasto nella memoria collettiva come una ferita.

Poi la storia recente: Spalletti, terzo e poi primo. Due qualificazioni in Champions.

L’anno di Garcia, che fa bene in Champions ma fallisce totalmente il campionato, sostituito poi da Mazzarri e Calzona. Decimo posto: il peggior piazzamento dell’era De Laurentiis.

L’unico anno senza Champions e senza coppe lo affronta Conte, che però poi vince lo scudetto e riporta il Napoli in Champions.

Dal 2010 a oggi, il Napoli ha concluso 17 campionati e per 11 volte è entrato nei primi tre posti della classifica.

Ha vinto due scudetti, ha fatto cinque volte secondo e quattro volte terzo. Non ha mai fatto quarto, curiosamente.

Ha fatto quinto con Benítez e con Gattuso, sesto con Mazzarri all’inizio di questo ciclo, e una volta decimo: l’anno del disastro post-scudetto.

Il Napoli ha frequentato l’Europa — e continuerà a frequentarla — dalla porta principale: 16 volte su 17 in Europa e 11 volte in Champions League.

Per questo motivo, quando Conte dice: «Quando andrò via voglio lasciare basi solide», qualcuno dovrebbe ricordargli che le basi solide esistono già e le ha gettate Aurelio De Laurentiis.

Io stesso, nell’anno del decimo posto, dissi: “Ci vuole Conte per ripartire”, perché Conte è un elettricista meraviglioso: accende subito la luce. Poi magari la spegne quando si tratta di affrontare più competizioni contemporaneamente, ma per una risalita immediata era l’uomo giusto al posto giusto.

Conte però deve ricordarsi la storia recente del Napoli. Questa è la squadra che ha fatto più competizioni europee in Italia dopo la Juventus, più di Inter e Milan, che per molti anni hanno fallito l’accesso alla Champions.

Nel ciclo dell’Inter di Marotta — sette anni — sono arrivati tre scudetti, una finale di Europa League, due finali di Champions e altri trofei tra Coppa Italia e Supercoppa.

E lì il fenomeno non è Conte, né Inzaghi, né Kivu: è Marotta. L’unico dirigente italiano non proprietario capace di costruire grandi cicli vincenti.

Conte è un grande allenatore. Uno che arriva cinque volte primo e due volte secondo non può essere discusso nei risultati.

Però alla fine guardi il tabellino e dici: se Conte resta due anni a Napoli e fa primo, secondo e Supercoppa, allora diventa l’allenatore più performante della storia del Napoli.

Ed è questo il motivo per cui io voglio che resti.

Perché Conte sarebbe un macigno per chiunque dovesse arrivare dopo.

Immaginate Sarri, tanto per fare un nome, a dover convivere con il fantasma di Conte e con il fantasma di se stesso: quel Napoli spettacolare dei 91 punti, forse il più bello mai visto a Napoli sul piano estetico.

Conte ha vinto con 82 punti. Sarri con 91 non vinse. Eppure quel Napoli era straordinario: bello ma anche tremendamente produttivo.

Ricordiamo tutti le goleade, le partite spettacolari, le grandi prestazioni.

E io continuo a pensare che quello scudetto Sarri lo meritasse. Non sto parlando di complotti, ma di arbitraggi profondamente iniqui. Lo stesso Orsato ammise un errore decisivo.

La “seggiata” di Koulibaly a Torino all’ultimo minuto resta uno dei ricordi più belli per noi tifosi, anche senza aver poi vinto il titolo.

Conte, oggi, ha fatto un grande lavoro. Anche quando il Napoli non gioca benissimo, riesce comunque a portare a casa il risultato.

Però il punto è un altro: Conte non ha creato le premesse per il futuro, ha creato le premesse per un salto nel buio.

Deve restare lui e completare il lavoro, perché con lui la possibilità di vincere è ancora concreta.

Quest’anno è servito per capire che bisogna gestire diversamente le energie, il turnover e le competizioni.

Il turnover scientifico non basta: serve intuito, sensibilità, capacità di leggere i momenti.

Bisogna costruire una rosa in cui i giocatori possano davvero alternarsi.

E De Laurentiis dovrà spiegare a Conte che il mercato del Napoli deve restare sostenibile: il player trading è strutturale al progetto.

Ma davvero vi sembra poco che il Napoli sia arrivato 11 volte nei primi tre posti negli ultimi 17 anni?

L’unica squadra, oltre all’Inter, ad aver costruito un ciclo vincente.

Conte non può dire di aver lasciato basi solide: lui le ha trovate.

Ha lavorato su una società che negli ultimi anni ha investito tantissimo: oltre 400 milioni in due anni tra mercato e stipendi.

Quindi il secondo posto è importante, certo, ma non va esaltato oltre misura.

E poi ci sono domande legittime: perché una Champions così negativa? Perché certe partite giocate male? Perché così tanti infortuni?

Io voglio che Conte resti, ma non può pensare di essere intoccabile.

Deve dimostrare di aver capito la lezione.

Perché il Conte “elettricista” lo conosciamo già. Ora serve il Conte capace di gestire più competizioni ad altissimo livello.

È questo il salto di qualità che ancora deve compiere”

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