De Laurentiis: “I Mondiali in America sono stati un grande successo, in Europa visione ottocentesca. Malagò, la persona giusta"
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Intervista al presidente del Napoli Aurelio De Laurentiis ai microfoni di Rai Due
Il presidente del Napoli, Aurelio De Laurentiis, ha rilasciato alcune dichiarazioni al programma Paradise su Rai Due, soffermandosi sui Mondiali, sul calcio in Europa e sul futuro dello sport.
Intervista a De Laurentiis a Rai Due
«Mondiali? Non me l'aspettavo. Francamente, credevo che fossero un buco nell'acqua.
A Los Angeles sono andato a vedere due partite, in questo incredibile stadio, straordinario, coperto, che è costato 6 miliardi di dollari. Con un'efficienza che io ho riscontrato poche volte nel mondo del calcio.
Io ero molto dubbioso, però devo fare i complimenti, alla fine, a Infantino, che ovviamente sta nell'occhio del ciclone, perché tutti quanti, quando uno ha successo, vorrebbero sempre buttarlo giù dalla torre. Ma questa volta devo dire che questi Mondiali di calcio sono stati un grande successo.
E un grande passaporto per uno sport che, in America, vede il calcio femminile al top e, nel calcio maschile, molto indietro rispetto ad altri sport considerati più importanti.
Mondiali esclusivamente in America per il '38?
"Ma io credo che l'America sia un Paese molto importante. Perché, vedi, se tu pensi al basket, il basket a un certo punto è entrato in crisi. Hanno avuto la forza e il coraggio di fermarsi per alcuni mesi e poi sono ripartiti.
Trenta società, di cui la più piccola vale 3 miliardi e mezzo di dollari e la più grande quasi 12 miliardi di dollari. E lì hanno capito che il basket doveva viaggiare come un'industria vera e propria, cosa che noi in Europa continuiamo a dire: il calcio è un'industria.
Poteva essere un bellissimo gioco, però siamo rimasti molto legati a un concetto quasi ottocentesco. Cioè, non c'è nessuno che abbia la capacità e la voglia di vedere il futuro, purtroppo.
Sia nel basket, sia nel calcio, i conti non tornano in Europa. E quindi c'è un problema, un problema di cui preoccuparsi, perché se tu immagini che anche il calcio inglese, che fattura più di tutti, alla fine ha un saldo negativo, in rosso, eh, questa è la dice lunga.
Però... troppi interessi, troppe persone, troppe situazioni ideologiche contrastanti e, alla fine, lo show deve andare avanti. Non ci si ferma mai, come hanno avuto il coraggio di fare in America quelli dell'NBA.
Si sono fermati e hanno detto: “Noi, per alcuni mesi, non facciamo nulla”".
Alla domanda su come vedrebbe i Mondiali in Italia nei prossimi anni, De Laurentiis ha aggiunto:
«Ah, lo vedrei molto bene, perché poi, sai, l'Italia è un Paese straordinario, un Paese che accontenta sempre tutti.
E quindi, voglio dire, io credo che Malagò sia la persona giusta al posto giusto. Lui è un imprenditore nato, un aggregatore fantastico, ha fatto delle cose egregie anche nel mondo dello sport.
Ed è soprattutto un uomo che riesce a creare un concetto di socializzazione molto coinvolgente. E quindi, sai, bisogna saper coinvolgere, no? Per avere anche dei sì, perché è la cosa anche più complessa in un Paese così.
Perché noi pensiamo che l'Italia sia un Paese antico, no? Di antico non c'è nulla: è un Paese giovanissimo e quindi ci sono molte cose da poter mettere a posto.
Il Nord che non va d'accordo con il Sud, il Sud che non riesce mai a trovare una sua identità e tutto... Ci siamo dimenticati che Napoli nel '700 comandava l'Europa.
Però poi oggi che facciamo? Facciamo soltanto un po' di tarantella.
E allora, bisogna anche considerare che l'Italia è un Paese unico, non è frazionabile».
De Laurentiis: Napoli, Hollywood e il futuro dello show business
"Napoli città in ascesa? In Italia abbiamo avuto, negli anni '60, '70, '80, talmente tante situazioni tragiche che, fortunatamente, quando sono arrivato io nel 2004, ha cominciato, secondo me, un'ascesa ormai senza possibile ritorno indietro, ma sempre protesa verso il futuro.
L'America's Cup ne è una grande, diciamo, conseguenza, una vetrina formidabile alla quale non si può rinunciare.
Chapeau a Manfredi, che l'ha saputa in qualche modo indirizzare e portare verso una Napoli che si ripresenta, in Europa, ancora una volta da protagonista".
Si parla di un possibile grande evento in ticket Roma e Napoli, le Olimpiadi, nel '34. Lei come vedrebbe quest'abbinamento Napoli-Roma?
"Lo vedrei in maniera fantastica, incredibile. Roma, caput mundi, e Napoli, il porto più bello per conciliare l'amore".
È pentito di aver mollato Hollywood per seguire le sue passioni, che a un certo punto, all'inizio, nessuno credeva sarebbero state così determinanti e poi, in qualche modo, lei con le sue visioni ha cambiato il mondo del calcio italiano?
"Mah, guarda, io non ho mollato Hollywood. Il problema è che c'è un'evoluzione nel mondo del cinema.
Tu sai perfettamente, meglio di me, che il cinema è stata la prima industria degli Stati Uniti fino agli anni '90. Poi, a un certo punto, è cambiato tutto.
E soprattutto con il Covid le piattaforme hanno preso il sopravvento. Quindi gli studi americani, le grandi major company, hanno fatto un passo indietro? Le piattaforme, come Netflix, Apple, Amazon, hanno fatto tutte un passo avanti.
Hanno cambiato il modello del cinema, come si concepiva una volta.
E quindi, sai, dobbiamo tutti quanti, credo, un momentino comprendere questo cambiamento. E soprattutto riuscire a ristabilire che cosa? Che la figura del produttore indipendente è una figura imprenditorialmente ineccepibile, quindi non può essere predatoria, ma deve rimanere imprenditoriale.
E quindi bisogna stabilire qual è il rapporto, non di sudditanza, ma di convergenza e di complementarità, tra una piattaforma come Netflix e il mondo dei produttori, tra una piattaforma come Apple o Amazon e il mondo dei produttori.
In che direzione va lo show business?
Beh, lo show business è una cosa un po' più vasta che soltanto il cinema. Quindi io credo che noi dobbiamo, a un certo punto, capire anche come cambiano i giovani.
Come si devono spostare i giovani da questa, troppo sintonica adesione a tutto ciò che è device. Bisogna che loro riescano un'altra volta a rapportarsi con degli eventi.
Vedi che, per esempio, nel mondo della musica ci sono riusciti. Una volta c'era il disco e quindi c'era anche lì un device di utilizzazione.
Oggi, come oggi, ci sono i concerti, concerti da 250.000 persone. Quindi c'è un rapporto completamente diverso che sicuramente cambierà ancora di più.
Tu hai visto poi il successo che ha avuto un film come “Michael Jackson”. Quindi la musica sempre centrale.
Tu hai visto come il film su “Bohemian Rhapsody”, anche, che è un grandissimo successo, più o meno stanno sugli stessi livelli di incassi a livello mondiale.
Quindi non è che poi è un qualcosa che colpisce soltanto un determinato Paese, perché quando c'è un movimento che funziona, oggi come oggi, noi siamo connessi.
Purtroppo non siamo connessi da un punto di vista politico, perché ancora la geopolitica è divisiva.
E quindi è lì che dobbiamo, secondo me, tutti quanti sperare, lavorare e rapportarci a un mondo che sia meno contrapponibile e più unito".
