Zola: "A Napoli giravo sul vespino e... festeggiai lo scudetto! Vidi una 'messa' per Berlusconi, Moggi diceva 'stai qua'. Mi dispiacque andar via, su Maradona..." | ESCLUSIVA

Esclusive ico calendario ico orologio19:16  
Zola: A Napoli giravo sul vespino e... festeggiai lo scudetto! Vidi una 'messa' per Berlusconi, Moggi diceva 'stai qua'. Mi dispiacque andar via, su Maradona... | ESCLUSIVA

Intervista Gianfranco Zola a CalcioNapoli24

Ultime notizie SSC NapoliC’è bisogno di presentazioni per Gianfranco Zola? Seriamente? Leggenda? Come definirlo? Una brava persona, una definizione del genere potrebbe racchiuderlo. Il protetto di Diego Armando Maradona, che lo accolse dalla Torres e lo prese sotto la sua ala protettiva, designandolo come suo erede. E ogni tanto in giro sul suo vespino da Posillipo a Marechiaro, che a guardarlo negli occhi mentre lo racconta pare rivedere quelle scene. 

Zola è tornato a Napoli per la "Notte dei Leoni" con le Napoli Legends, evento legato a iniziative di beneficenza sul territorio campano, con fondi destinati alla ricostruzione del Teatro del Carcere Minorile di Nisida e al sostegno della Fondazione Santobono Pausilipon, impegnata nell’assistenza pediatrica.

Zola a CalcioNapoli24: l'intervista

Gianfranco Zola si è raccontato ai microfoni di CalcioNapoli24 TV dal Grand Hotel Serapide, ripercorrendo la sua carriera che parte da Sassari e fa il giro dell'Europa, lasciando un pezzo di cuore a Napoli e poi risale da Parma a Londra, dove arriva a dare il proprio cognome ad una pizza in scatola, prima di chiudere a casa, a Cagliari. Di seguito le sue dichiarazioni.

Gianfranco Zola, buonasera, bentornato. Da quanto tempo non tornava?

"Beh, adesso era un anno, probabilmente un anno che non venivo."

Torna a Napoli per la Notte dei Leoni con le Napoli Legends allo stadio Maradona, per questa partita di slancio benefico, per la ricostruzione del teatro del carcere minorile di Nisida e per l’ospedale Santobono Pausilipon, quindi tornare in campo per un fine benefico. Quant’è che non gioca a pallone?

"[risate] Eh, da tanto. Ehm, no, credo l’ultima partita che ho fatto è stata a Parma in una partita che abbiamo fatto per Operazione Nostalgia e quindi, a questa età, è tanto tempo."

Ecco, però il talento ovviamente non passa mai e fu proprio quel talento, che c’è ancora oggi, che la portò dalla Torres al Napoli in una trattativa che… ci racconti com’era, perché oggi siamo abituati a sapere tutto delle trattative di mercato. La sua come nacque?

"Ma nacque dal fatto che il nostro direttore sportivo, che era la buonanima di Nello Barbanera, aveva una collaborazione con il Napoli. La Torres, la squadra dove allora giocavo, era una squadra satellite. Di conseguenza c’erano tanti scambi, molti giocatori da Napoli andavano a fare esperienza alla Torres e io ero il caso contrario, dove ero un ragazzo che aveva fatto bene e che quindi aveva suscitato l’interesse del Napoli. Ecco, il fatto che Nello Barbanera fosse molto collegato con Moggi mi ha sicuramente aiutato."

E quando glielo lo vennero a dire: “Zola, lei va a Napoli”, la reazione quale fu?

"Sapevo da qualche tempo che c’era questo interesse, però chiaramente era una cosa… voglio dire, sapevo che fino a quando non sarebbe successo non ci avrei mai creduto, nel senso che comunque io ero un giocatore di Serie C e il Napoli era una delle migliori squadre d’Europa, quindi c’era questa possibilità, però era una possibilità nella mia testa molto remota, insomma. È chiaro, ci speravo e lo sognavo, però era una cosa che fino a quando non è successa non ci credevo."

L’impatto con Maradona nello spogliatoio, trovarsi di fronte a lui e quindi vederlo, viverlo sotto un altro punto di vista.

"Ma guardate, io ero un estimatore, un idolatore di Maradona, quindi immaginatevi un ragazzo, perché comunque a 22 anni ero ancora un ragazzo, era la mia prima esperienza fuori e improvvisamente si trova davanti al suo idolo d’infanzia. Quindi per me è stato molto emozionante, al punto che non riuscivo neanche a spiccicare parola. Però è stato un momento molto forte, bellissimo, perché poi comunque io ero un appassionato di calcio e mi trovavo davanti a uno dei mostri sacri del nostro calcio e di conseguenza è stato un momento importantissimo e che, in qualche modo, insieme all’arrivo a Napoli, ha cambiato la mia vita in meglio. Quindi è stato un grandissimo e bellissimo momento."

Come si pose nei suoi confronti?

"In maniera fantastica. Diego è una persona splendida e non lo dico io, lo dicono tutti quelli che hanno avuto la fortuna di viverlo, di passarci del tempo assieme. Al di là del giocatore e del campione che comunque tutti sanno, era veramente una bella persona, molto umile, molto… in Inghilterra dicono “down to earth”, no? Molto, molto, molto una bella persona proprio nel termine della parola. Era piacevole, tutti gli volevamo bene e non solo perché ci faceva vincere le partite, perché era, ripeto, un ragazzo che si faceva voler bene."

Lui l'ha presa sotto la sua protezione? La indirizzava nel modo giusto in campo, magari anche fuori?

"Ah, ma guarda, già il fatto stesso di avere la possibilità di allenarti con un personaggio del genere, per un ragazzo come me che in quel momento era una spugna, era qualcosa di eccezionale. Le innumerevoli possibilità che tu hai di imparare da personaggi del genere sono veramente grandi. Basta avere lo spirito giusto, la voglia di imparare, l’umiltà per predisporti a imparare, no? Non pensare al fatto che magari giochi o non giochi, ma giusto stare là e assorbire il più possibile. Questa credo che sia stata una delle mie più grosse fortune. Diego dal canto suo ha preso in simpatia un ragazzo che, ha capito, voleva imparare, aveva un buon atteggiamento e lui questo l’ha sempre… mi ha sempre permesso di essere lì a guardare, ad assorbire, ad ascoltare le mie domande. E comunque è stato veramente molto, molto bravo nei miei confronti."

Lei disse: “Senza Maradona non sarei diventato nemmeno la metà del calciatore che sono stato”. Cosa chiedev a Maradona? Cioè, cosa le ha trasferito che poi si è ritrovato per tutta la carriera?

"Ma tante cose. Innanzitutto, quando sai… noi abbiamo molti modi per imparare. Credo che il modo più forte e più potente sia quello di guardare e di imitare. Lo fanno i bambini, lo fanno tutti, lo fanno anche gli adulti. Io lo feci tantissimo e quindi, di conseguenza, come dicevo prima, avere l’opportunità di allenarti con un campione del genere è un valore unico. E dal suo punto di vista poi era uno che, quando gli facevi una domanda, lui era pronto a risponderti, a darti il suggerimento, il consiglio giusto. Però, ripeto, in quegli anni là, a quell’età là, non hai neanche tanto bisogno di fare tante domande. Devi avere tanta voglia di imparare, tanto spirito di osservazione e pazienza. Pazienza per lavorare su quello che vedi e farlo tuo. E questo è quello che ho cercato di fare io."

E quando lui le dà la 10 in Pisa-Napoli? Che gesto fu? Come la prese? Perché poi non era normale vedere Maradona non con la 10.

"No, no, assolutamente no. E dimostra la grandezza del personaggio. Ha capito quanto io tenessi a quello che stavo facendo, quanto io duramente lavorassi su me stesso. E quello era un modo di incoraggiarmi a insistere, no? Era come un’investitura da parte sua verso un ragazzo che stava cercando di farsi. Ehm… bellissimo gesto, che dimostra anche, ripeto, la grandezza del personaggio."

Le ha insegnato anche a gestire la pressione? Nel senso, Maradona va via e lei prende il suo posto e non era semplice prendere quel ruolo considerando chi c’era stato prima.

"Ma a me Diego in primis mi ha insegnato come essere un campione o come cercare di essere un campione. Lui era probabilmente uno degli sportivi più importanti e più conosciuti al mondo, però io non l’ho mai visto comportarsi in maniera altezzosa. È sempre stato comunque gentile, protettivo nei confronti della sua persona, giustamente, ma sempre molto aperto, molto generoso, disponibile con le persone e questa è una delle cose che ho cercato sempre di portarmi. Cercare di essere, al di là del calciatore famoso, una persona comunque ben predisposta verso gli altri. Questo è un grandissimo insegnamento che da lui ho preso. Ho visto molti campioni, molto meno di lui, che magari non avevano lo stesso atteggiamento, sinceramente. Non voglio entrare nei nomi, ma lui era uno veramente, veramente per bene."

Se lo ricorda il primo gol in campionato con il Napoli?

"Sì, con l’Atalanta."

3 dicembre 1989 al San Paolo.

"L’Atalanta di Mondonico, esatto."

Riesce a riviverlo considerando anche quello che era il San Paolo, che è ancora l’attuale Maradona, come atmosfera?

"Sì. No, no, mi ricordo benissimo. Era sicuramente uno dei momenti topici della mia carriera. Primo gol in Serie A, una partita giocata da titolare… è stato un grande momento. Me lo ricordo come fosse oggi, come fosse ieri."

Ha mai pensato come sarebbe potuta andare la carriera se alla fine della stagione del ’90 fosse andato a Lecce, e poi invece è rimasto a Napoli e da lì è cambiata comunque la sua carriera? Arriva Ranieri e prende il volo.

"Eh, sai… sliding doors, no? Ehm… il secondo anno è stato un anno difficile all’inizio perché comunque giocavo un po’ di meno, ci sono stati dei momenti di difficoltà, però ripeto, ho avuto la pazienza di aspettare. Sono stato fortunato ad avere un direttore generale come Moggi che aveva grande stima in me e lui mi disse: “No, tu stai qua”, nonostante io a un certo punto volessi anche andare, avevo bisogno, volevo giocare. Quindi lui mi disse: “No, stai qua”. Io diedi retta a lui e sono stato qua e poi è stata una grossa fortuna."

Con Ranieri comincia a segnare, va in doppia cifra di reti e poi nel ’92-’93 il suo ultimo anno. Come la ricorda quell’annata lì che la portò poi al trasferimento al Parma?

"Ma allora, una stagione per me chiaramente molto buona, nel senso che dal punto di vista personale andai in doppia cifra come centrocampista, feci bene. Come squadra me la ricordo come una stagione sfortunata perché giocavamo bene, ma alla fine non andammo neanche… neanche il primo anno di Ranieri non andammo tanto male, andammo bene, però magari avremmo potuto fare molto di più. Però ecco, ripeto, fu una stagione in cui io feci bene, la squadra giocava molto bene, mi ricordo che era una squadra che giocava un ottimo calcio e quindi fu una stagione positiva, la prima. La seconda un po’ meno."

Il trasferimento al Parma come nasce? Il Napoli iniziò ad avere degli inciampi finanziari che portarono poi a dare il via a un certo tipo di fine della storia.

"Sì, sì. Fu principalmente una questione economica. La società cominciò ad avere dei problemi finanziari, tant’è vero che io non fui il solo che andò via. Poi andarono via Ciro Ferrara, Jonas Thern… quindi fu la conseguenza di una difficoltà economica. Questo portò la società a dover fare delle scelte dolorose, tra cui quella mia, di dover essere venduto al Parma."

Le dispiacque? Sarebbe voluto rimanere se non ci fossero stati quei problemi?

"Dispiacque, devo essere sincero. Parma era una bella società, era anche una società in grande crescita, era una società che puntava a fare il salto di qualità per cercare di vincere il campionato. Quindi c’erano delle parti che sicuramente mi attraevano di questa nuova avventura. Però è chiaro, io ero molto legato a Napoli e non solo io, anche mia moglie. Avevamo appena avuto nostro figlio, quindi probabilmente in altre circostanze quel movimento non sarebbe stato fatto. Però quello era quello che in quel momento c’era e abbiamo deciso di accettare l’offerta."

Qual era il posto del cuore di Gianfranco Zola durante i suoi anni a Napoli?

"Ma… [sospiri] allora noi vivevamo a Posillipo, poi devo essere sincero che è un posto meraviglioso, non è che si può chiedere molto di meglio a Napoli. Eravamo molto contenti nella casa dove vivevamo e poi avevamo il nostro ristorante vicino, quindi vivevamo benissimo, anche perché comunque tutti in famiglia amiamo il mare, eravamo vicini al mare, c’era il sole… quindi eravamo in un posto meraviglioso, sinceramente."

Ed è il posto anche a cui pensa per primo Gianfranco Zola quando torna?

"Assolutamente. Ma guarda, ci sono passato anche mezz’ora fa."

Che ricordi affiorano quando Gianfranco Zola va a Marechiaro?

"Porta dei momenti bellissimi, anche perché al di là del campo dove abbiamo vissuto momenti eccezionali, noi eravamo un grande gruppo, anche fuori. Spesso ci si ritrovava durante la settimana: una sera a casa di Francini, una sera a casa di Corradini, una sera a casa di Ciro Ferrara o di Careca. Eravamo sempre assieme, cercavamo di stare molto assieme non solo in campo ma anche fuori. Quelle sono cose che non hanno valore. Eravamo una squadra vera in tutti i sensi."

Careca arrivò a dire a Gianfranco Zola: “Mi hai dato un pallone che nemmeno Maradona era riuscito a dare”.

"No, era impossibile. [risate] Per quanto avessi un grande rapporto con Antonio, che mi volesse bene e io gliene volevo di più, credo che tutti gli assist che Diego era capace di servire ad Antonio fossero unici. Ecco, anche se con Antonio abbiamo sempre avuto una grandissima intesa in campo, in primis, ma anche fuori."

Quando si parla di quel Napoli lì, il primo post-Maradona, viene sempre ricordato con tanto affetto. Secondo le perché? Cosa c’era in quel Napoli lì che rimane ancora oggi nella mente dei tifosi?

"Bah, forse perché comunque… non so, erano i primi, può essere. O anche perché c’era una grande unione tra la gente e i giocatori. Si viveva molto più questo rapporto. Probabilmente la gente si immedesimava tantissimo in noi e in quel momento noi eravamo una delle migliori squadre in Europa e di conseguenza la gente era molto orgogliosa di noi e noi sentivamo questo. Questo non ha fatto altro che rafforzare ancora di più il rapporto che avevamo tra di noi. Ecco, io la interpreto in questo modo."

Diego Armando Maradona Junior ci ha raccontato che dopo il fallimento del Napoli nel 2004 lui andò in Scozia e poi decise di tornare qui a Napoli definendola una follia. Il fatto che lei dal Parma poi sia andato al Chelsea in un momento storico in cui gli italiani non andavano molto all’estero, né tantomeno in Inghilterra, fu un gesto che in quale categoria rientrerebbe?

"Ma innanzitutto c’è da dire che l’Inghilterra non è la Scozia, la Premier League non è la Scottish League, con tutto il rispetto. Sì, in effetti era un trasferimento un po’ strano, visto che tutti volevano venire in Italia e c’erano alcuni, come non solo Zola ma anche Vialli, Di Matteo, Gullit, che andavano controcorrente, andavano a giocare fuori. Però nel mio caso specifico era la necessità di cambiare ambiente dopo un momento difficile a Parma. L’ho fatto più che altro perché avevo bisogno di trovare un ambiente diverso dopo la brutta esperienza degli Europei con la Nazionale. Avevo bisogno di fare un’esperienza diversa e di testarmi un attimino. Quindi ho accettato questa opportunità e mi sono rimesso in discussione. Però è stato probabilmente una delle migliori scelte che potessi fare, perché comunque ha dato un nuovo impulso alla mia carriera."

C’è qualcuno che la aiutò in particolare al tuo arrivo? Perché poi in Italia si vive in un modo, in Inghilterra cambia la tipologia di vita calcistica ma anche fuori dal campo.

"Beh, allora in campo mi aiutarono molto sicuramente Roberto Di Matteo, Gianluca Vialli, Ruud Gullit, che conoscevano bene il campionato, quindi loro mi aiutarono a velocizzare il processo di apprendimento e di adattamento al campionato. Fuori dal campo sicuramente fu un po’ più difficile per me e per la mia famiglia, ma trovammo un amico, un grandissimo amico che ancora c’è, Gary Staker, che era un inglese di mamma italiana che un po’ ci fece quasi da padre. Ci aiutò in tutto quello che era l’adattamento a una nuova città come Londra che, in quegli anni là, non era semplice come ora."

Qual è la pizza preferita di Gianfranco Zola?

"Ah, in assoluto la Margherita. La classica, con la mozzarella di bufala, però classica, molto semplice."

Nel 1997 lei dà il tuo nome a una pizza venduta in Inghilterra con tanto di foto. Racconti lei.

"Ti assicuro che non era molto buona. Non me ne vogliano quelli che la facevano."

All’inaugurazione del lancio di questa linea lei apparve con tanto di veste da chef a cucinare effettivamente quella pizza.

"Sì. Probabilmente è stato quello l’errore."

Possiamo garantire che la pizza inglese poi negli anni è migliorata?

"Devo essere sincero, soprattutto hanno fatto molto meglio di come ho fatto io. Non è che ce ne fosse tanto bisogno, però adesso è molto più buona di quella di allora. Quella di allora sicuro non era granché."

Anche altri calciatori, penso a Benny Carbone ad esempio, coinvolti in iniziative del genere. È come se fosse anche la semplificazione dell’immagine che si aveva dell’italiano all’estero. Non so se questa impressione l'ebbe anche lei, come eravate visti voi che arrivavate dall’Italia in un paese diverso.

"No, guarda, c’era un mix perché da un certo punto di vista gli inglesi non sono molto esterofili e in quegli anni là erano gli inizi dell’arrivo dei giocatori stranieri. Non tutti erano molto predisposti a vederci bene. Spesso venivamo accusati di essere mercenari, però poi alla lunga hanno capito il valore e il fatto che comunque noi davamo il massimo in campo per portare le squadre che rappresentavamo a vincere dei trofei. Il fatto che riuscimmo in questo sicuramente ha accelerato il processo di accettazione verso di noi. Alla fine veramente siamo diventati degli idoli, perché poi gli inglesi magari non saranno esterofili, però apprezzano molto e riconoscono il valore. Quando tu ti dai da fare e ottieni dei risultati sono i primi a riconoscerlo e questa è una cosa che ho apprezzato tantissimo dell’Inghilterra."

Quando Gianfranco Zola torna all’attuale Maradona, al fu San Paolo, dopo 30 anni dall’ultima volta con la maglia del Napoli, che sensazione vivrà?

"Beh, innanzitutto è un grande piacere, perché comunque il San Paolo è stato il luogo dove tutto è cominciato in Serie A ed è un luogo a cui io sono molto affezionato e quindi ci sarà molta emozione sicuramente. E niente, spero che sia una bella serata, che la gente si diverta. Noi ci divertiremo tantissimo, probabilmente la gente un po’ meno, visto che [risate] qualcuno di noi avrà bisogno anche di qualche barella. Però sinceramente è bello e lo facciamo anche per una giusta causa, per far del bene a delle persone che ne hanno bisogno. Ti dico, non vedo l’ora, anche perché poi avrò il piacere di rivedere delle persone, dei compagni che non vedo da tanto tempo e queste sono cose bellissime."

Il 2026 è l’anno del centenario del Napoli. L’augurio di Gianfranco Zola al Napoli qual è?

"Che arrivino altri 100 anni ancora più pieni e ricchi di soddisfazioni per questa gente meravigliosa, perché credo che se lo meritano tutto."

L’ultima: il ricordo indelebile che la lega al Napoli, ma anche alla città di Napoli. Non so se c’è una partita, un momento nello spogliatoio, un aneddoto, una frase che ancora oggi le è rimasta.

"No, vincere lo scudetto. Vincere lo scudetto e poi la notte io e mia moglie in giro per Napoli con un vespino, con i caschi, a vedere la gente che celebrava. Io non mi scorderò mai la gioia della gente, il modo pazzo di celebrare lo scudetto. Ogni quartiere celebrava in un modo diverso. Sono finito in un quartiere dove celebravano la messa di Berlusconi [risate] e non ci potevo credere. Ho visto veramente di tutto, ma la cosa più bella, come dicevo prima, è l’entusiasmo e la gioia pazza della gente per quello che eravamo stati capaci di fare in campo."

Alla fine vi riconobbero sul vespino?

"No, no, perché non ci facemmo vedere. La volemmo fare proprio in anonimo con mia moglie. A un certo punto eravamo a casa e dicevamo: “Andiamo a fare un giro a Napoli”. Io avevo questo vespino che utilizzavo per fare la spesa, per muovermi veloce quando ne avevo bisogno e ne abbiamo fatta, siamo andati a vedere i Quartieri Spagnoli, a vedere tutto ed è stata veramente molto, ma molto gratificante come esperienza."

Grazie.

"Grazie a voi, mi ha fatto piacere."

segui CalcioNapoli24.it direttamente su Google
Ultimissime Notizie
Back To Top