Boateng: "Razzismo nel calcio? Chiudere lo stadio è una sconfitta per tutti"
21:50
Domani, sabato 2 febbraio, alle ore 23.30 su Sky Sport Uno (e in secondo passaggio alle 24 su Sky Sport Serie A), appuntamento con “I Signori del Calcio”; protagonista della puntata l’ex di Milan e Sassuolo, ora al Barcellona, Kevin “Prince” Boateng, che si è raccontato a 360°. Di seguito alcuni estratti.
È possibile, tu che hai visto tanto calcio, unire il bello al risultato? E cosa è il bello del calcio?
Io penso che senza calcio non sarei intelligente come lo sono oggi. Perché tutti pensano che la parola calcio voglia dire stare in campo o fare un gol o un colpo di tacco. Però, a me ha aiutato a diventare più intelligente, più aperto e imparare tante lingue. Il calcio è qualcosa di più di tirare in porta e fare gol. È questa la cosa che bisogna sapere, anche per i giovani. Perché oggi vediamo Neymar fare un numero e tutti lo applaudiamo. Certamente lui è uno dei giocatori più forti, vogliamo essere tutti come lui. Però, il calcio è qualcosa di più: un’occasione per imparare le lingue e arrivare ad un livello mentale che, forse, non avresti mai pensato di poter raggiungere.
Possiamo dire che in momenti difficili come questi, il calcio oltre ad essere aggregazione, integrazione e occasione di crescita personale, può essere anche un’occasione di crescita sociale? Il tuo impegno per i giovani è anche in questo senso?
Certamente, perché con il calcio cresci in un mondo diverso. Perché conosci diverse lingue, vedi diversi colori e diverse culture. Dobbiamo sfruttare di più questa cosa, perché, come ho detto, tanti vedono il calcio come un modo per fare soldi velocemente e di diventare famoso. Certo, se sei bravo diventa tutto così semplice. Però, anche i giocatori che hanno, forse, meno talento hanno la stessa possibilità di venire a contatto con tante altre culture e religioni. Questo lo dobbiamo sfruttare e penso che non lo facciamo abbastanza come movimento calcistico.
La storia dei due fratelli è curiosa: perché si dividono non soltanto in campionato ma anche in nazionale: perché Jerome viene chiamato da Löw nella nazionale tedesca e tu scegli il Ghana. Perché hai scelto il Ghana?
Io ho conosciuto Jerome quando avevo 11 anni, molto tardi. Perché, come dicevo, siamo una famiglia allargata. Lui giocava in una piccola squadra a Berlino e io invece all’ Hertha Berlino. Ho convinto il nostro allenatore a prenderlo, perché era mio fratello ovviamente, ma al tempo stesso era già molto forte. Abbiamo iniziato così a giocare un po’ assieme, però, dopo pochi anni si sono divise le nostre strade perché lui aveva un’altra visione di gioco dalla mia. Io sono andato in Inghilterra e lui è rimasto in Germania, all’ Amburgo. Assieme abbiamo giocato anche in nazionale, facendo tutti gli under tedeschi: under 18, under 19, ecc…. Però, è arrivato il momento in cui non riuscivo più a vedere un mio futuro nella nazionale tedesca, siccome in Germania ero conosciuto come un “enfant terrible”, ero già classificato come il “bad boy”. Ho fatto delle cose da giovane di cui oggi, ovviamente, non vado molto orgoglioso. Seppur facciano parte di me, non erano molto positive. In Germania sono molti “dritti”, molto corretti, e a loro non è molto piaciuto questo mio comportamento. Così ho visto la strada davvero lunga per entrare nei piani di Löw, quindi mi sono detto “mi vogliono in Ghana e io voglio giocare in nazionale”. Io fino a quel momento non mi ero mai sentito ghanese e ho pensato che quella potesse essere una buona possibilità, sia a livello personale, sia a livello mentale. Per scegliere mi sono affidato molto a me stesso, alle mie sensazioni, perché per il mio cuore era una scelta che poteva essere molto giusta. E alla fine ho fatto una scelta giustissima.
Il razzismo e gli ululati nel calcio; in Italia le norme ci sono, c’è un gran dibattito per interrompere la partita, dare un segnale, abbracciarsi a fine partita…
Certamente si possono fare tante cose, io penso che l’ultima cosa che debba fare un giocatore è fermarsi. Io l’ho fatto dalla rabbia e dall’emozione. Però, non dobbiamo arrivare a questo perché siamo esempi e idoli per i bambini e non può essere un esempio per un bambino “fermare il gioco” quando a te non piace una cosa. Dopo, stiamo parlando di razzismo e di non avere rispetto per una persona. Ci sono tante cose che possiamo migliorare come società, come calcio in generale. Possiamo fare molto di più. Se significa aiutare e dare segnali abbracciandosi ad ogni partita o ogni giorno lo dobbiamo fare. Chiudere lo stadio è una sconfitta per tutti perché se alla fine chiudi uno stadio hanno vinto gli altri.

