Inler a CN24: "Bloccati in un ristorante con 300 tifosi: Mertens quella sera capì Napoli. Dalla maschera del leone all'urlo Champions: tornassi indietro..." | VIDEO
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Intervista Gokhan Inler a CalcioNapoli24: l'ex Napoli racconta le serate con Mertens e ricorda la "maschera" da leone della sua presentazione con De Laurentiis
Gokhan Inler è stato tra le stelle che hanno deliziato lo stadio Maradona nell'amichevole delle Napoli Legends con 'La notte dei Leoni' la sera dello scorso 26 maggio per un evento memorabile. Oggi direttore sportivo dell'Udinese, fresco anche del rinnovo fino al 2027 col club friulano, l'ex centrocampista ha rimesso gli scarpini per riassaporare il prato verde di Fuorigrotta come non faceva dal 2015 in occasione della sua ultimissima partita in azzurro.
Intervista Inler a CalcioNapoli24
Per l'occasione, Gokhan Inler è stato ospite di CalcioNapoli24.it dall'hotel Serapide di Pozzuoli dove ha soggiornato per il grande appuntamento. Ai nostri microfoni ha ripercorso la sua avventura con la maglia del Napoli, i ricordi, alcuni retroscena tra campo e non solo fino alla sua nuova sfida come dirigente.
Buongiorno e bentornato a Napoli. Ci racconti un po’ le emozioni per questo appuntamento amichevole con Napoli Legends e in generale anche il tuo ritorno in città?
“Chiaramente questo è un appuntamento molto speciale per me, soprattutto anche per la gente. Fare un evento di beneficenza poi per me conta tanto, quindi tornare qui è una grande cosa.”
Sei ormai eternamente legato a questa città e ai colori azzurri. Ci racconti come nacque la trattativa che ti portò al Napoli e la scelta di vestire questa maglia?
“Chiaramente noi giocavamo sempre per vincere le partite. Le trattative si fanno ogni anno, ma facendo grandi gare anche contro il Napoli arrivata quella spinta verso l'interesse e poi la firma. È stata una bella carriera e sono venuto qui proprio per giocare con questa maglia”.

Il primissimo pensiero quando ti telefonarono e ti dissero Napoli quale fu?
“Subito Maradona, perché io seguivo anche lui. Quando giocava nel Napoli è stato qualcosa di grande soprattutto per noi. Quando è uscita quella parola, Napoli, per me è stato emozionante, perché arrivare qua non è mai facile. Poi sono venuto e sono stato molto contento".
Il momento vissuto al San Paolo che più ti porti dentro?
“Per me ogni giorno è stato speciale, però il massimo livello di emozione l’ho sentito nella partita contro il Villarreal, la prima in Champions League. Quell’urlo dei tifosi mi ha fatto venire i brividi e quell’energia ce la siamo portata in campo. Abbiamo anche vinto meritatamente ed è stata una partita speciale".
Parliamo di un Napoli speciale con Hamsik, Cavani e Lavezzi. Che rapporto avevi con loro?
“Praticamente con tutti avevo un bellissimo rapporto. Con Marek Hamsik era tutto molto semplice, perché pensavamo la stessa cosa anche in campo. Per me era un onore giocare con lui, perché lui mi capiva subito. PerLavezzi sapevamo che offensivamente era molto forte, quindi diciamo che correvo il triplo per lui. Però per questo eravamo una squadra forte, una famiglia. Con Cavani invece non è stato sempre facile in campo, perché lui è un vero goleador e voleva sempre il pallone. Ogni tanto mi urlava di non tirare troppo. Però ci sta avere questo fuoco: alla fine tutti volevamo vincere e questa era la nostra grande forza”.
Quanto contava invece mister Mazzarri e cosa aveva di speciale il tecnico toscano, protagonista di quella grande cavalcata azzurra?
“Devo dire la verità: mister Mazzarri era uno che lavorava tantissimo sui singoli dettagli. Io anche in campo sapevo già uno o due schemi, che per me è stato fondamentale, e lui veramente era pazzo per questa cosa. Anche oggi abbiamo un bellissimo rapporto, ci sentiamo spesso. È un mister che ha fatto veramente una grande storia, soprattutto perché è stato lui a volermi al Napoli”.
Con i tuoi ex compagni invece sei ancora in contatto?
“Abbiamo anche un gruppo Legends, quindi siamo sempre in contatto. Posso dire che non ho perso quasi nessun rapporto, direi il 90%. Questo legame è stato creato negli anni in cui eravamo qui”.
Prima accennavi all’esperienza europea con il Napoli. Ci racconti qualche dettaglio in più dell’esordio in Champions e dell’atmosfera del San Paolo, come l'urlo 'The Champions'?
“L’urlo della Champions è stato sorprendente, non me l’aspettavo. E poi la Champions è un’altra cosa, perché lì davvero sentivi che anche i tifosi scendevano in campo per vincere la partita. Tutte le partite erano speciali per me, soprattutto quando ho segnato contro il Villarreal. È stato molto importante. Anche contro il Chelsea è stata una cosa unica: fare quei gol a livelli così alti era qualcosa che avevo sempre sognato".
Ce l’hai ancora la famosa maschera del leone? Dov'è?
“Sì, certo. È stata una cosa molto scenografica, anche se io normalmente sono molto più calmo. Però il presidente decise di fare questa cosa. La maschera oggi è a casa, in un posto segreto. Ci tengo tanto, perché è qualcosa di importante anche per la storia del Napoli.”
Un ricordo particolare vissuto a Napoli fuori dal campo?
“Sì, ce ne sono diversi. Uno riguarda Dries Mertens quando arrivò a Napoli. Lui voleva andare a mangiare una pizza tranquillamente con un amico. Io gli dissi: ‘Dries, dobbiamo organizzarci, altrimenti la gente arriverà ovunque’. Ma lui non immaginava ancora cosa significasse vivere Napoli. Andammo a Pozzuoli in una pizzeria e ci ritrovammo con 200-300 persone fuori dal locale. Non riuscivamo nemmeno a uscire. Ci dovettero scortare fuori con la polizia. Fu divertente… e credo che da quel giorno Dries abbia capito davvero cosa significasse Napoli”.
C’è un posto del cuore dove torni sempre quando sei in città?
“Mi piace tutta Napoli, però amo anche posti più tranquilli come Bacoli o il lago, dove vivono alcuni miei amici. Però in generale ovunque vado mi sento bene".
Quanto era difficile giocare in una piazza come Napoli, tanto amore ma anche tanta pressione...
“Le aspettative sono altissime. Per questo è importante avere rispetto del lavoro e della gente, perché qui un giocatore deve venire per vincere. Il popolo napoletano merita il massimo: vengono allo stadio ogni domenica e danno sempre tutto. Per me è stato fondamentale mentalizzarmi sul lavoro quotidiano, allenarmi bene, riposare bene, essere sempre professionale. A Napoli non è una passeggiata: devi avere il focus al 100% ogni giorno".
Hai un rimpianto con la maglia del Napoli?
“No, sono stato quattro anni benissimo e non posso dire nulla".
Se dovessi descrivere Napoli con due parole?
“Mille colori”.
Se oggi potessi parlare con il giovane Inler appena arrivato a Napoli, cosa gli diresti?
“Gli direi prima di tutto di rispettare il lavoro, lavorare duro prima e dopo l’allenamento, essere professionista. La gente vuole vedere giocatori professionisti, quindi bisogna investire su sé stessi e dare sempre il massimo. Poi certo, ogni tanto bisogna anche staccare, ma Napoli vive ogni secondo di calcio. È importante creare stabilità attorno a sé".
Gli faresti rifare la presentazione con la maschera?
“Eh, è difficile… perché in quel momento non me l’aspettavo ed ero sorpreso. Però quella cosa è rimasta nel cuore dei napoletani e anche nel mio. È un bellissimo ricordo".
Arriva l’anno del centenario per la SSC Napoli. Cosa auguri al club?
“Io auguro tantissime belle cose, altri 1000 anni, perché il Napoli lo merita. Soprattutto la società che ha sempre creato una grande appartenenza e voglio che il Napoli sia sempre così vivo.”

Ci racconti un ricordo indelebile che ti lega a Napoli, magari qualcosa nello spogliatoio, una scena che porti nel tuo cuore?
“Il gruppo secondo me è stato bellissimo, perché avevamo dei ragazzi divertenti e facevamo tante cose insieme anche fuori dal campo: andare a cena, stare insieme, creare un gruppo forte. Questa secondo me è stata la chiave del successo del Napoli, perché giocavamo ogni tre giorni e avevamo bisogno anche di equilibrio e flessibilità".
Sei stato protagonista in Serie A in campo a centrocampo, adesso lo sei dietro la scrivania. Hai da poco rinnovato con l’Udinese per il ruolo da direttore sportivo: ci racconti questa nuova vita?
“È chiaramente molto diverso rispetto a fare il calciatore. Il calciatore è una macchina: devi riposarti bene, avere una vita professionistica. Adesso, con due anni di esperienza dietro di me, posso dire che è un lavoro completamente diverso. Devi essere pronto su tutti i fronti, essere un collante tra società, mister e squadra. Ci vogliono mentalità, professionalità e testa. Per me è fondamentale il rispetto: quando hai rispetto, anche i ragazzi ti rispettano e puoi creare un grande spogliatoio. È un lavoro che si può dire dura 24 ore su 24".
Grazie mille Gokhan, in bocca al lupo.
"Grazie".
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