Napoli Basket, Mitrou-Long: "Napoli mi ha ridato gioia e amore per il gioco, sento un obbligo verso la città! Ci sono tre cose a cui non rinuncio"
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Ultimissime Napoli Basket
Ultimissime Basket Napoli - Naz Mitrou-Long, playmaker della Guerri Napoli Basket, è il protagonista dell’episodio settimanale di Time Out with sui canali social del club.
Vorrei partire da qualcosa che forse non tutti sanno: sei cresciuto in Canada. Una parte di te è greca, ma un’altra parte viene anche da Trinidad e Tobago. Qual è la tua storia?
“È abbastanza semplice. Il Canada è un Paese molto multiculturale, e Toronto in particolare è una delle città più diverse al mondo. Mio padre ha origini di Trinidad e Tobago, mia madre è di origine greca. I genitori di mio padre sono cresciuti a Trinidad, mentre dall’altra parte la mia famiglia viene dalla Grecia. I miei genitori si sono conosciuti in Canada e questa è semplicemente la mia etnia"
Vivi in Ontario, dove lo sport più famoso è chiaramente l’hockey. Eppure tu non sei diventato un pugile… o forse sì?
“In realtà sì. Mio padre era un kickboxer quando era giovane: è stato campione internazionale in Canada e in Nord America. Ha combattuto molto ed era considerato uno dei migliori della sua epoca. Io e i miei fratelli siamo cresciuti in quell’ambiente. Abbiamo praticato boxe prima ancora di giocare a basket. Il basket lo giocavamo per divertimento, in cantina o in giardino, ma in realtà eravamo pugili. A un certo punto arrivò un bivio: io giocavo sempre più a basket e mio padre mi disse: “Devi scegliere uno dei due, perché non puoi portarli avanti entrambi”. Così ho scelto il basket, ho messo giù i guantoni e ho preso la palla"
Questo passato nella boxe ha influenzato il tuo modo di giocare a basket?
“Assolutamente sì. Mi ha dato grande grinta. Con tutto il rispetto, non c’è nessun uomo che io tema, perché ho visto di tutto dal punto di vista fisico. La boxe è uno sport durissimo: devi proteggerti in difesa e poi andare all’attacco senza paura. Questo ha avuto una grande influenza sul mio approccio alla vita e al basket”
Guardandoti giocare, si ha l’impressione che tu abbia una vera vocazione. Sei molto concentrato mentalmente. È diventata una sorta di missione, anche perché sei andato via di casa molto presto?
“Sì, sicuramente. Sono partito senza capire davvero dove tutto questo mi avrebbe portato. Ero solo un ragazzino che sognava in grande, come diceva sempre il mio allenatore. Credevo che questo gioco mi avrebbe portato ovunque avessi mai sognato, e alla fine è successo davvero. È stato un sacrificio, una scommessa, come giocare alla lotteria. Per questo ho dato tutto me stesso. La mia vita ruota completamente intorno alla mia famiglia e al basket. Sono una persona abbastanza “noiosa”, se vogliamo dirla così: se c’è una partita, la guardo. Se mi sveglio di notte e posso vedere una partita dal Canada, lo faccio. Riguardo le nostre partite. Amo questo gioco in ogni suo aspetto: è la mia vita”
Pensi che resterai nel mondo del basket anche quando smetterai di giocare?
“Mi piacerebbe molto. Nella vita abbiamo una sola esistenza fisica e dobbiamo fare ciò che amiamo. Se sarò abbastanza fortunato da restare in questo mondo il più a lungo possibile, lo farò. Per me non è lavoro. Anche quando ci alleniamo per due o tre ore o siamo in palestra, anche nei giorni in cui sono stanco, alla fine penso: “Questa è la mia vita”. Se posso restare nel basket, non sto lavorando: mi sto godendo tutto”
Sei stato tifoso dei Toronto Raptors?
“Sì, certo. Sono cresciuto tifando Raptors”
Immaginiamo allora che Vince Carter fosse il tuo idolo…
“Assolutamente sì. È stato un’enorme influenza per me e per tutti i ragazzi canadesi. Era il nostro Michael Jordan: il modo in cui saltava, giocava, dava vita ai Raptors. Ha reso iconica quella maglia. Ne ho anche una autografata da lui. Ha avuto un impatto enorme sulla mia vita”
Hai avuto l’opportunità di giocare in NBA con Utah e Indiana. Come ti ha cambiato mentalmente come atleta?
"Da bambino sognavo in grande, e avere l’opportunità di scendere in campo in una partita NBA è stato un sogno che si avverava. Mi ha anche confermato che il lavoro paga sempre. Io non “dovevo” arrivare lì: non dovevo giocare in Division I, non dovevo calcare un parquet NBA, non dovevo essere qui al nono anno di carriera. Il mondo magari non lo credeva, ma io sì. Quel bambino dentro di me ci ha sempre creduto. Essere tra l’élite mi ha dimostrato che, se credi davvero in te stesso e continui a lavorare, prima o poi arriva il risultato”
C’è un ricordo dell’NBA che porterai sempre con te?
“Due. Il primo è stato il mio debutto: appena entrato in campo ho segnato una tripla. Nell’azione successiva abbiamo recuperato palla, sono ripartito in contropiede e mi sono aperto l’arcata sopracciliare. È stato il mio vero “benvenuto in NBA”. Il secondo è una partita in trasferta contro Brooklyn: eravamo in emergenza, ho giocato minuti importanti, abbiamo vinto e ho avuto un plus/minus molto alto. Un momento enorme per me”
La tua prima esperienza europea è stata in Italia, a Brescia, dove hai incontrato Alessandro Magro e sei stato nominato Rookie dell’Anno. Com’è stato il tuo primo impatto con l’Europa?
“Anche se ero giovane, avevo già vissuto molto. Arrivare in Europa è stato comunque un grande cambiamento. Mio padre era con me e mi ha aiutato tantissimo: mi sentivo di nuovo un bambino in un mondo sconosciuto. La prima settimana mangiavo solo pane lungo con formaggio spalmabile perché avevo paura di comunicare. Poi ho capito che tutto ciò di cui avevo bisogno era lì, accanto a me. L’Italia è probabilmente il Paese più bello del mondo. Brescia è diventata casa. Incontrare Magro è stata una benedizione: non avrei potuto chiedere un mentore migliore. La gente di Brescia è stata incredibile con me. Molti hanno esperienze difficili al primo anno in Europa, io invece ho solo ricordi bellissimi. Tutto è iniziato qui”
Ti sei sentito così a tuo agio da diventare Rookie dell’Anno.
“Sì, perché mi hanno lasciato essere me stesso. Non sono una point guard “classica”: sono aggressivo, gioco a ritmo alto, lavoro duramente e voglio vincere. Quella città, quella squadra e quell’organizzazione mi hanno permesso di esprimermi e questo ha definito il mio percorso”
Tre cose irrinunciabili nella tua routine da atleta?
“Alimentazione: ciò che mangio è fondamentale. Il mio corpo è il mio tempio e il mio strumento di lavoro. Sonno: il riposo è essenziale, soprattutto il pre-gara. E la preghiera: parlare con una forza superiore e con me stesso per trovare pace interiore e ringraziare per la salute”
Hai giocato anche a Milano in Eurolega. Che esperienza è stata?
“Straordinaria, anche se non abbiamo vinto molto. Volevo imparare, ma siamo stati colpiti da tantissimi infortuni e ho dovuto prendermi più responsabilità del previsto. A livello personale ho retto, ma quando non vinci fa male. Però nei momenti difficili impari di più. Ho capito che posso stare a quel livello, ma che devo ancora crescere per vincere davvero lì”
Poi l’Olympiacos: è stato anche un modo per riconnetterti alle tue radici?
"Assolutamente sì. Mia madre ci parlava sempre della Grecia. Giocare all’Olympiacos è stato qualcosa che non potevamo rifiutare: una società storica, grandi derby, grandi allenatori. Un’esperienza impagabile"
Quest’estate sei arrivato a Napoli. Senti la responsabilità di essere il leader di questa squadra?
"Sì. I migliori leader che ho visto guidano con l’esempio, non con le parole. Io sento un obbligo verso questa città e questa società: essere la miglior versione di me stesso e aiutare la squadra a vincere. I tifosi sono incredibili. Sono totalmente coinvolto. Voglio vincere per questa squadra e per Napoli"
Dove collochi questa esperienza nella tua carriera?
"Tra le migliori. Mi ha ridato gioia e amore per il gioco. Qui ho di nuovo la palla in mano e la responsabilità di guidare la squadra. Voglio solo continuare a vincere"
Come giudichi la prima parte di stagione del Napoli?
"Onestamente, abbiamo standard molto alti. Abbiamo talento e non abbiamo ancora mostrato tutto il nostro potenziale. Il record non racconta davvero chi siamo. Sono fiducioso per il girone di ritorno"
Un messaggio per i tifosi?
"Grazie di cuore per il supporto continuo, nei momenti belli e in quelli difficili. Nulla di tutto questo è scontato per noi. Lavoriamo ogni giorno per essere la miglior squadra possibile e avremo bisogno di voi fino alla fine"

