Cosa è stato Juan Jesus per il Napoli? Uno che, nel momento del bisogno, si è fatto trovare pronto

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Cosa è stato Juan Jesus per il Napoli? Uno attento, quasi sempre, perché poi nessuno è esente da errori. Spesso un’ancora alla quale aggrapparsi nel momento più negativo; più probabilmente, la definizione giusta è quella di un difensore che, nel momento del bisogno, si è fatto trovare pronto.

Cinque anni, 130 partite, tre trofei. Sembrava essere arrivato come un tappabuchi qualunque perché a Luciano Spalletti serviva un quarto difensore di piede sinistro. Juan Jesus si è accomodato in un reparto che ha visto passare una marea di centrali: dal 2021-22 Tuanzebe, Rrahmani, Koulibaly, Manolas, Kim, Østigård, Natan, Buongiorno, Rafa Marín, Beukema e Marianucci.

Ne ha visti arrivare, passare, andare via, al fianco di Amir Rrahmani, il kosovaro, a parlare l’italiano per guidare il reparto difensivo tra Spalletti, Garcia, Mazzarri, Calzona e Conte. Nel momento del trionfo, entrando dalla panchina, e in quello della difficoltà, quando dopo il terzo scudetto il Napoli sembrava una barca inguidabile e alla deriva. Ci ha provato, all’interno del perimetro delle sue capacità, a mantenere la barra dritta.

Cosa lasciano queste 130 presenze con 9.369 minuti giocati, 5 gol e 2 assist? Un uomo, prima ancora che un calciatore, con la schiena dritta, anche quando è sembrato che il mondo gli crollasse addosso per una frase odiosa riferita da un avversario. Uno che ha amato Napoli e ha onorato la maglia indossata per 130 volte, a una manciata di posti dalla top 100 dell’intera storia azzurra (111° assoluto), 35° straniero di sempre. Sono numeri che, come i trofei, restano. Come resta l’affetto. Il resto – polemiche, errori, tutto quello che volete – se lo porta via il vento.

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