"Che settimana triste per noi tifosi, abbiamo toccato il fondo"
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È stata la (triste) settimana del calcio razzista. Per fortuna è finita, ma state pur certi che al prossimo strillo di qualche idiota frustrato in tribuna se ne riparlerà. Tutto era cominciato con gli stupidi e odiosi “buuu” dell’Olimpico a Balotelli, poi il suo “al prossimo lascio il campo”, infine Blatter che dal suo scranno dorato di presidentissimo Fifa dice che la mini multa di 50mila euro allo stadio capitolino per quei “buuu” sono pena ridicola. Damiano Tommasi, calciatore discreto, assai migliore sindacalista dei pedatori d’Italia aveva detto che il fatto che tutto il movimento stia a parlare di razzismo è “umiliante, per tutti”. Niente di più vero, se ai tempi del pieno sviluppo della globalizzazione, siamo costretti ahinoi dai fatti e dalle cronache a far diventare quei “buuu” non solo degni di nota ma addirittura potenzialmente determinanti a far risultato e classifica, allora la fotografia è perfettamente in linea col livello tecnico del nostro calcio. Per carità, i cretini stanno dappertutto, ma il fatto che in tutt’Europa sia proprio l’Italia al centro delle polemiche perché ci si aggrappa al colore della pelle per discriminare e offendere l’avversario, ci pare significativo: non siamo capaci di offrire spettacolo tecnico e allora spazio aperto per i più beceri. Proprio pensando a queste cose ci è venuta in mente un’antica lezione dei nostri padri: lo sport – non solo il calcio, anzi (ricordiamo il ciclismo con la vittoria di Bartali che nel ’48 forse ci evitò la guerra civile o il tennistavolo che ai tempi della Guerra Fredda nel ’71, con la partita Usa-Cina, rasserenò gli animi) ha fatto storia per la sua forza positiva. Parlavamo di tutto questo con uno dei padri fondatori del basket italiano dell’era moderna, Valerio Bianchini, storico coach e mente eccelsa. Ci ha scritto di suo pugno una sua esperienza. Eccola: “Quando allenavo in Libano sentivo come insopportabili tutte le divisioni che formano il mosaico religioso di quel piccolo Paese. Le varie fazioni si guardavano in cagnesco e mal si sopportavano nella vita pubblica, non solo tra cristiani e musulmani, ma tra i cristiani stessi e i musulmani stessi divisi in tanti diversi modi di professare la loro fede. E tuttavia nel momento che quei ragazzi mettevano piede sul campo di basket, non appartenevano più a una fede particolare ma erano solo ragazzi ,con lo stesso desiderio di divertirsi buttando una palla in un canestro e sentendosi uniti in una squadra con obiettivi e regole comuni. Le sovrastrutture religiose e sociali rendono l'uomo meno libero di essere "uomo". Direi facciamo tesoro di queste esperienze, delle lezioni della storia e soprattutto attiviamo il cervello. L’invito è rivolto sostanzialmente alle frange estreme delle tifoserie moderne, quelle del branco, nascoste nelle curve, che tirano fuori unghie e muscoli che da soli non avrebbero. Siamo certi che il meglio di loro sia la parte che resta nascosta e che pensa con la propria testa. Il guaio è che il razzista ha testa troppo piccola perché dentro possa entrarci un concetto come l’Uomo. Magari con le scarpette bullonate, senza colore.

