Coronavirus, la testimonianza del dirigente di Polizia: "Ora sto bene, ma un mio amico è morto. Ho l’atroce dubbio di averlo infettato"

Rassegna Stampa  
Coronavirus, la testimonianza del dirigente di Polizia: Ora sto bene, ma un mio amico è morto. Ho l’atroce dubbio di averlo infettato

Coronavirus - Polizia, la testimonianza del dirigente: un mio amico è morto, ho il dubbio di averlo infettato, io mi sono salvato

Notizie Napoli - Il dirigente di polizia guarito dal morbo racconta i giorni disperati del ricovero ai colleghi dell'edizione odierna del Corriere del Mezzogiorno. Sessant’anni, padre di due ragazzine di 12 e 10 anni, ha trascorso una vita in strada, a cercare delinquenti, contrastare facinorosi, risolvere drammi piccoli e grandi: "La mattina del 4 marzo, poche ore prima che decidessi di andare al Cotugno, feci visita a un caro amico, funzionario di Prefettura. Andammo al bar, prendemmo il caffè, poi lui ricevette la chiamata di un conoscente comune e mi passò il cellulare perché lo salutassi. Pochi giorni fa il mio amico è morto a causa del virus. E io ho il dubbio atroce di averglielo trasmesso. Non provavo paura. Uno lo sa che prima o poi la morte arriva. Provavo rabbia, perché temevo di non potere accompagnare le mie figlie ancora per un tratto, come è giusto e come desidero".

Come è iniziato l’incubo?

«Alla fine di febbraio avvertivo un forte senso di spossatezza. In Campania non c’era ancora una situazione di allarme e non ho dato troppo peso a questo sintomo. Ho provato a prendere degli integratori».

Poi che cosa è successo?

«Una notte ho sudato molto e la mattina successiva mi sono svegliato con la febbre: 37.8. Ma ancora non mi sono allarmato: non avevo perso l’olfatto, non avevo crisi respiratorie. La preoccupazione è arrivata il terzo giorno che mi sono svegliato con la febbre. Dopo aver salutato il mio amico viceprefetto, all’improvviso, mi sono detto: questo è il corona virus. E in auto, da solo, ho raggiunto il pronto soccorso del Cotugno».

E come è andata?

«In un primo momento i medici erano scettici: i miei sintomi, dicevano, non lasciavano pensare a quel maledetto virus. Ma io ho insistito, una dottoressa mi ha auscultato le spalle e si è resa conto che qualcosa nella respirazione non andava. Di lì a poco il tampone è uscito positivo. Mi è caduto il mondo addosso».

Che cosa ha detto alle sue figlie?

«La verità: che il papà era stato contagiato e doveva rimanere in ospedale, ma che avrebbe superato la crisi e sarebbe tornato ad abbracciarle».

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