SSC Napoli, team manager De Matteis: "Napoli teatro a cielo aperto, scrivo romanzi! Ancelotti monumento, è come Garibaldi! Benitez ricorda Cervantes, Sarri come Enrico IV: diventò sovrano, ma dovette cambiare religione!"

Le Interviste  
SSC Napoli, team manager De Matteis: Napoli teatro a cielo aperto, scrivo romanzi! Ancelotti monumento, è come Garibaldi! Benitez ricorda Cervantes, Sarri come Enrico IV: diventò sovrano, ma dovette cambiare religione!

Lunga intervista di Tuttosport a Paolo De Matteis, team manager della SSC Napoli. Scrittore di romanzi, racconta i personaggi di Benitez, Sarri e Ancelotti

Lunga, dettagliata e interessante intervista dell'edizione odierna di Tuttosport al team manager del Napoli, Paolo De Matteis, scrittore tra l'altro di romanzi interessanti da 20 anni.

«Facevo il calciatore. Il massimo che raggiunsi fu la C1: 3 promozioni con la Sambenedettese, l’Avezzano e il Chieti, nel 2001. San Benedetto del Tronto fu la piazza in cui mi fermai di più: 6 anni. Con la Samb disputai anche una partita di Coppa Italia contro il Cagliari. Il Cagliari di Mazzone». Giovanni Paolo De Matteis, ma per tutti Paolo De Matteis, è nato il 7 giugno 1970 a Roma, a San Lorenzo. Le giovanili della Lazio, la Sambenedettese, l’Avezzano, il Frosinone, il Chieti, la chiusura della carriera a Latina. «A tutte le piazze in cui sono stato, da giocatore o da dirigente, sono rimasto legato. Rappresentano storie e sentimenti. Da giocatore facevo il terzino sinistro. Di piede ero ambidestro, comunque. Facevo anche il mediano. Ero un jolly difensivo. Un mediano di quantità, non di qualità».

Nel suo primo romanzo (“Vanessa Atalanta - Storia felice di un ex calciatore”, Robin Edizioni, 2009), incentrato sulla figura di Marco, anziano ex giocatore di calcio, gli fa dire dopo 19 pagine: “Per me che ero un medianaccio che ricorreva spesso al tackle, nulla era meglio di un terreno umido. Sì, perché quando la palla sta lì in mezzo a due calciatori e vogliono conquistarla entrambi, oppure corre via e i giocatori la inseguono, il contrasto in scivolata sull’erba bagnata è confezionato”. E “il pubblico si infiamma nel vedere quel pallone così conteso”. E “non importa se è una palla inutile per il risultato. Riconquistarla è tutto. Diventa un fatto personale”. E “forse può sembrare strano, ma anche in un piccolo gesto atletico come quello c’è tutto un significato che spesso rivela qualcosa di più del tuo carattere: esprime una filosofia di vita”.  
De Matteis spiega: «Col senno di poi dico che il mio, da calciatore, è stato un percorso pieno. Considerando i miei limiti, era quella la carriera che potevo fare. Ma all’epoca vivevo il calcio come il grande sogno. Raggiungere la serie A. Ma oggi con la maturità mi rendo conto che è stato anche bello così, che è stato giusto così. Oggi sono sereno, invece quando giocavo provavo l’ansia di dover dimostrare sempre qualcosa. Ero contento, ho giocato tanto in C1, ma nei miei sogni di calciatore mi mancava sempre qualcosa. Sono cresciuto nel vivaio della Lazio, sì. Poi a 17 anni l’Atalanta mi prese. Così partii da Roma. Fu la prima volta in cui cominciai a vivere lontano da casa, dai genitori. Da solo. A Bergamo rimasi nel settore giovanile nerazzurro per 3 mesi. Poi me ne andai. Per nostalgia. Tornai a Roma. Più avanti mi pentii. L’Atalanta ha un vivaio che da sempre lancia giocatori su giocatori. Mi pentii, sì, perché persi un treno importante. Ma in quel momento, a 17 anni, non me la sentivo di restare. Solo 3 mesi: però l’Atalanta mi è rimasta dentro, proprio perché fu un’esperienza forte. E quando scelsi il titolo del mio primo romanzo fui contento di mescolare più evocazioni. “Vanessa Atalanta”, come il nome di una farfalla molto diffusa in Italia. Ma Atalanta anche come squadra. E tutto era collegato. La farfalla, che sul finire entra nella storia del protagonista, e i nerazzurri, perché quell’ex giocatore era stato un campione dell’Atalanta. La figura mitologica greca, ma anche il nome e il soprannome del club bergamasco: Dea. Difatti nel romanzo si trovano anche tanti riferimenti alla mitologia classica: che costituisce da sempre una mia passione e una ragione di studio. Per cui nel romanzo fin dal titolo compare un filo conduttore, poi seguito sotto prospettive diverse. Il tutto, con una forte componente anche religiosa. Il Papa diventa un protagonista del romanzo, alla fine. La religione torna sempre nei miei libri. Anche nel secondo, “Demoni sconfitti” (sempre Robin Edizioni, 2014). Vi devo dire che io frequentai dalle suore sia l’asilo sia le Elementari: e ho ricordi meravigliosi».

Intervista di De Matteis a Tuttosport

SSC Napoli, De Matteis racconta Napoli città e squadra 

Paolo De Matteis è anche un direttore sportivo e da 6 anni è il team manager del Napoli. Dal 2013. Nel mondo del calcio è ben noto e il suo è un ruolo fondamentale, tanto più in una squadra di vertice qual è quella partenopea. Il team manager: il punto di contatto di tre visioni sportive, quella dell’allenatore, quella dei giocatori e quella della società. E’ un cuscinetto all’interno di questo triangolo, che deve restare in equilibrio. Bisogna saper parlare con i ragazzi, e i ragazzi in uno spogliatoio sono di tutti i tipi. E bisogna saper parlare con allenatori di grande personalità e fama. E bisogna saper parlare con presidenti comandanti, e con i direttori sportivi al seguito e con gli altri dirigenti. E bisogna anche saper interagire. Nel calcio è insomma un ruolo delicato quello del team manager.

«Quando giocavo, avevo molto tempo libero a disposizione. Mi iscrissi all’Università, a Sociologia. Mi laureai. E quegli studi mi hanno trasmesso una visione più ampia della società umana. Smisi di giocare a 32 anni, nel Latina. Era il 2002. Diventai subito direttore generale del club. Avevo già anche conseguito un master europeo presso l’Università di Teramo: economia e diritto dello sport. Tesi: la gestione di una società di calcio. Il presidente del Latina mi diede la possibilità di cominciare e la squadra volò al primo colpo in C, dalla D. Poi mi prese l’Ascoli. All’inizio facevo il team manager: era il 2005. Una carica occupata a lungo. Ma ad Ascoli, dove rimasi per 8 anni consecutivi, per quasi 2 stagioni feci anche il ds. Quindi il grande salto al Napoli: subito in Champions, con Benitez. Era il 2013-2014. Mazzarri aveva lasciato il Napoli e il suo storico team manager, Santoro, l’aveva seguito all’Inter. Il ds era Bigon. Ci conoscevamo bene. Ne parlammo. E adesso sono ancora qui, felice e contento. Da team manager, grazie al Napoli, ho toccato quei sogni che inseguivo da calciatore. Il massimo: la Champions. La città è straordinaria, nel bene e nel male è unica. Ti dà, ma ti toglie anche il respiro per quanto è bella e ricca di arte. Una definizione giusta di Napoli l’ha data ultimamente il Papa, quando venne qui. Disse: “A Napoli la vita non è mai stata facile, ma nemmeno mai triste”. E’ una fotografia perfetta per un teatro a cielo aperto quale è Napoli. E io amo l’arte, i palazzi storici, i quadri, gli affreschi. Amo visitare i siti archeologici, i musei.

Già da giocatore sfruttavo i ritiri della vigilia in trasferta per scoprire nuove città, nuove bellezze. Erano le mie scorribande artistiche. Quando giocavo nella Samb, prima di una partita a Palermo di Coppa Italia (a proposito: De Matteis ne vinse una di C; ndr), andai a seguire la storica processione sul monte Pellegrino e rientrai alle 2 di notte. L’allenatore era Iaconi: mi scoprì e il giorno dopo mi lasciò in panchina per punizione. Ma io sono fatto così: mi pare un peccato mortale non essere curiosi e non amare la cultura. Ho avuto anche Zibì Boniek come allenatore alla Samb. Nel ’93. Un giorno gli feci: “Mister, domani non potrò venire all’allenamento, ho un esame di Sociologia”. E lui: “Ah sì? Studi? Caro Paolo, se tu sapessi anche giocare saresti perfetto!”. Nel mondo del calcio ti senti spesso un pesce fuor d’acqua, perché pochi giocatori amano l’arte e la cultura come me. Ma in uno spogliatoio essere un giocatore capace di parlare con proprietà e profondità, mostrare di aver studiato, aiuta a diventare un leader, un compagno più ascoltato degli altri». 

Quando è nata la passione per la scrittura? 

«Cominciai a scrivere negli Anni 90, quando giocavo a Chieti. Io ho sempre amato le materie umanistiche e letterarie. E ho sempre studiato e letto molto: romanzi, saggi, opere classiche. Abitavo a Francavilla al Mare. Dopo gli allenamenti, tornando a casa, ammiravo dei tramonti meravigliosi. Che mi facevano volare, mi ispiravano. E non appena arrivavo a casa mi mettevo a scrivere. Il primo romanzo nacque così. E man mano che scrivevo, vedevo che le storie ne attiravano sempre un’altra. Una nuova».

De Matteis e Carlo Ancelotti

De Matteis e il rapporto con Benitez, De Laurentiis, Sarri

«Quando avevo 17 anni, durante un’intervista mi chiesero: “Che cosa vorresti fare se non giocassi a pallone?”. Risposi: “Lo scrittore”. Più di 30 anni fa. Io scrivo tanto anche durante le lunghe pause dei ritiri prepartita, quando sono in giro col Napoli, non solo a casa. E trovo simpatia, attorno a me, quando mi capita di parlare con qualche giocatore o con qualche dirigente dei miei libri. O con gli allenatori. Anche De Laurentiis è sempre cortese: s’informa, mi chiede a che punto sia arrivato nel nuovo libro. Ora ho appena concluso il terzo romanzo e sto cominciando a ragionare su chi potrebbe pubblicarlo. Parla di calcio. Si svolge nel mondo del calcio e un po’ lo dissacra. Ma fa il verso anche alla società civile. Dagli anni di piombo ai giorni nostri. E’ da un po’ di anni che ci lavoro. Il titolo me lo suggerì Benitez: “E’ una bugia”. Era un piacere parlare con lui: si discorreva di tutto».

De Matteis e Sarri

«Io a Napoli ho avuto la fortuna di avere sempre allenatori di statura. Subito, un grande tecnico come Benitez, che mi ricorda Cervantes, l’autore del Don Chisciotte. Benitez è un uomo ironico, intelligente. Anche Ancelotti è un monumento vivente: come tecnico, ovviamente, ma anche come persona. E’ di un livello assolutamente superiore. Mi fa venire in mente l’eroe dei due mondi, Garibaldi: è andato dappertutto e ha vinto dappertutto». E Sarri?, buttiamo lì noi. «Sarri mi ricorda l’Enrico IV di Francia. Quello di “Parigi val bene una messa”. Che comunque fu un personaggio storico importante. Inseguì per tutta la vita un ideale, finché poi ce la fece a diventare sovrano. Dovette abiurare, però. Cambiare religione». De Matteis torna a parlare di Ancelotti: «Anche lui ha pubblicato, ha scritto tre sue biografie. E’ un uomo molto intelligente, aperto, con un afflato internazionale, ha una visione a 360 gradi su tutto. E’ molto semplice e umile nella sua grandezza».  

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