12-12-2014
14:20
A Santa Bárbara d’Oeste, centocinquanta chilometri da San Paolo, André Cruz ha iniziato una nuova vita. Scova talenti. «Sì, faccio il procuratore. Seguo diversi giovani, mi occupo di intermediazioni, in particolare con la Cina e con la Corea». Questa cittadina di 189 mila abitanti, non troppo distante da Piracicaba, il paese che gli diede i Natali (è nato lì anche José Altafini), è lontana anni luce dall’Italia e dall’Europa, dove approdò nel 1990, destinazione Standard Liegi. Ci sono brasiliani che scelgono di restare nel Vecchio Continente, altri si lasciano conquistare dalla «saudade» e, appese le scarpe al chiodo (lo Sporting di Lisbona l’ultima sua squadra europea), fanno ritorno in patria. «Non è stato mica facile. Mi manca moltissimo l’Italia – racconta – e ho molta nostalgia del vostro calcio. Ma a volte arriva il momento di fermarsi: è la vita. Ed è, soprattutto, la vita del calciatore». Ci sono molti modi per raccontare Milan-Napoli, intreccio di ex (da José Altafini a Nando De Napoli, da Francesco Romano a Paolo Di Canio, indimenticabile il suo gol impossibile al San Paolo) e di epiche battaglie, soprattutto alla fine degli anni Ottanta, quando le due squadre si contendevano lo scudetto. Noi abbiamo scelto un doppio ex silenzioso, lontano dal giro, professionista esemplare e difensore centrale dai piedi buoni: riecheggiava, quel «cruzcruzcruzcruz», nel San Paolo che attendeva con trepidazioni il suo sinistro delicato, sulle punizioni dal limiti. Più Napoli che Milan, senz’altro: in azzurro dal 1994 al 1997, 83 presenze e 13 gol. In rossonero dal 1997 al 1999, appena 13 presenze e un gol. Doveva finire all’Inter, era già tutto nero su bianco: Galliani lo volle sull’altra sponda, e ci fu pure un incidente diplomatico mica da ridere, con Moriero che finì in nerazzurro a titolo di risarcimento. Sembra passata un’eternità.
Allora, André, sta per arrivare Milan-Napoli. Una sfida che non può lasciarti indifferente, neanche dal tuo buen ritiro brasiliano.
«A Napoli sono stato benissimo, è stata un’esperienza esaltante che porterò sempre con me. Non eravamo uno squadrone, mentre al Milan trovai certamente un club pieno di giocatori importanti. Era il massimo al quale un calciatore potesse aspirare, in quegli anni».
In azzurro, però, eri titolare inamovibile. Un punto di riferimento imprescindibile in difesa. A Milano qualcosa non funzionò.
«Tutto cominciò a causa di un fastidioso infortunio alla schiena. Un’ernia al disco che mi tenne a lungo fuori dal giro, condizionandomi non poco. Poi arrivò Zaccheroni e preferì puntare su altri calciatori».
Oggi le forze in gioco sono differenti: il Napoli viene da annate importanti, il Milan ha dovuto ricostruirsi, puntando su Inzaghi. Che partita immagini?
«Oggi il Napoli è molto forte e gioca per vincere, sempre. A San Siro sarà una partita difficile per entrambe le squadre. Spero sia una bella sfida, con tante reti».
La chiamano la Scala del calcio. Il fattore campo conta?
«Beh, giocare al Meazza è difficile per tutti. E il Milan è una squadra blasonata, forte sia in casa che fuori. Ma ripeto: questo Napoli non ha paura di nessuno, i rossoneri non possono sbagliare. Ci sono tutti gli ingredienti per una bella sfida».
Di quel Napoli, del tuo Napoli, che ricordi hai? Non furono anni ruggenti, ma l’impressione è sempre stata quella di una squadra unita.
«Ogni tanto mi sento con Fabio Pecchia, qualche volta con Roberto Fabian Ayala. E qui in Brasile mi vedo qualche volta con Freddy Rincon. Poi ho sentito Alain Boghossian, di recente».
Milan-Napoli, sfida interessante. Ma non c’è il rischio che lo scudetto sia un affare tra Juve e Roma?
«Sono due squadre molto forti, direi le favorite per lo scudetto. Ma penso che la Juve sia un gradino sopra, anche per via di una certa abitudine alla vittoria. Ciò detto, la Roma di Garcia mi piace ed è molto forte».
Che rapporto hai con Napoli?
«E’ una città che adoro. Mi piace troppo. E di recente sono stato di nuovo a Napoli, con Pecchia e il mio grande fratellone Filippo Fusco».
Rispetto ai tuoi anni in Italia, il nostro movimento calcistico fatica ad imporsi in Europa. In Champions le italiane faticano a superare i gironi. E la nazionale è uscita malamente nella prima fase nell'ultimo mondiale, proprio nel “tuo” Brasile. Come ti spieghi questo crollo?
«E’ difficile dare una spiegazione univoca. Che dire, allora, del 7-1 della Germania al mio Brasile? Oggi il calcio è diventato duro per tutti. E con le difficoltà economiche che si vivono in Italia, è complicato portare i grandi campioni nella serie A, cosa che avveniva regolarmente negli anni Novanta. L’Italia resta comunque un paese calcisticamente importante, e la sua Nazionale è un avversario complicato da affrontare per chiunque. Ma i Mondiali fanno storia a sé: un torneo che si sviluppa in pochi giorni, con i campioni più forti, può riservare sorprese a chiunque».
Che idea ti sei fatto di Aurelio De Laurentiis, presidente del Napoli, che ha riportato la squadra ad alti livelli risollevandola dalle ceneri della terza serie?
«De Laurentiis ha investito tanti soldi. Abbastanza per portare a Napoli campioni come Higuain. Il suo staff ha lavorato molto bene, costruendo un’ottima squadra, in grado di assestarsi regolarmente ai primi posti della massima serie italiana. Alla fine, lavorando bene con un giusto budget, è solo una questione di tempo. I risultati, prima o poi, arrivano».
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