13-12-2014
09:00
Come la sua parabola, a rientrare. Perché tutto gira, non solo quel pallone. I momenti, gli stati d’animo, le storie della vita. E perciò anche del calcio. Come riporta l'edizione odierna del Corriere dello Sport, neanche un mese fa, il giorno più brutto. Belgio-Galles: la botta alla testa, la paura, la percezione che tutto potesse davvero... girare in un attimo. Poi il sospiro. E il sorriso che torna. Come i gol, i suoi, di Dries Mertens: tiro a giro e vai. Pallone accarezzato d’interno piede. Tagliato, maligno, beffardo. Preciso. Là dove il portiere non può arrivarci, e inutilmente si stende, si allunga, stiracchia muscoli e braccia fino a che non ne ha più, di centimetri e forze. Terzo gol stagionale, ancora in Coppa: Euro-Mertens. Doppiettta allo Sparta e rete allo Slovan: cechi e slovacchi, entrambi colpiti. Senza divisioni. Mertens unisce tutti. Talento, guizzi e colpi da giocatore vero. E la capacità di scaldare anche quando intorno c’è gelo. Sugli spalti anche il distacco è freddezza. Termometro vicino allo zero, lui subito a 1. Sei minuti appena e nome inciso nel tabellino. Come il gol, impresso negli occhi di chi c’era. Pochi. Movimento tipico. La giocata, personalissima: taglio da sinistra, la finta caraccollando col corpo, mezzo di dribbling e tiro. «Un bel gol, sì. Era importante vincere e chiudere primi nel girone. Ma potevamo fare anche meglio. Benitez un po’ se l’è presa: dovevamo segnare più di tre gol». Insaziabile Rafa. Perfezionista. Amante delle cose belle, e perciò (forse) criticone. L’insoddisfazione è rimpianto: enorme. Perchè il quarto poteva essere spettacolare. Mertens c’ha provato. Questione d’effetto. Speciale. Ma non specialissimo. Un colpetto scavando sotto il pallone. Con lo sguardo dolce e gli “ohhhh” della famiglia da qualche giorno a Napoli. Una palombella azzurra. Calibrata, quasi giusta. Però fuori. Come lui un poco dopo: sostituito ancora. Ma stavolta per risparmiarlo. Per gestirne le fatiche. Per preservarlo. Mertens da tutelare. E’ unico ormai. Ma davvero. Un anno e mezzo di ballottaggi e dubbi. Una fascia, due padroni: lui e Insigne. Poi il crac. E l’emergenza. Per un po’ ancora. Almeno fino a che non apra il mercato. Perché Gabbiadini può giocare anche di là.
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