Gigi Riva distrugge Agnelli: "Elimina il rischio d'impresa, un bambino che porta il pallone e che elimina la possibilità di sconfitta. Così non c'è capacità imprenditoriale"

Rassegna Stampa  
Gigi Riva distrugge Agnelli: Elimina il rischio d'impresa, un bambino che porta il pallone e che elimina la possibilità di sconfitta. Così non c'è capacità imprenditoriale

Ultimissime Serie A - Vi proponiamo l'editoriale di Gigi Riva sul Corriere di Bergamo riguardo la nascita della Superlega, vedendola dal punto di vista dell'Atalanta e attaccando aspramente ?Agnelli:

Andrea Agnelli è il bambino che porta il pallone e pretende non solo di giocare sempre ma di scegliere anche le squadre. Benché preparato da tempo, il blitz in orario da nottambuli con cui assieme ai suoi accoliti ha annunciato la nascita della Superlega sconta la spettacolare beffa tempistica di arrivare a ridosso di una sconfitta con quella Atalanta di cui aveva contestato la legittimità della partecipazione alla Champions League. Cancellate l’Atalanta e le sue simili, Agnelli si evita la scocciatura di andare dal dentista (copyright Pep Guardiola), si attovaglia a una tavola esclusiva, si balocca in un universo chiuso da cui sono esclusi gli imprevisti, quisquilie come il merito, la capacità imprenditoriale e manageriale, le emozioni di una vittoria e pure di una sconfitta. Investimenti salvaguardati a priori, serenità. E noia. Come quando si apparteneva alla nobiltà, prima della Rivoluzione francese.

Dunque, al netto della finale di Coppa Italia, potrebbe essere stata persino l’ultima Atalanta-Juventus se la secessione dei ricchi, peraltro assai indebitati e anche per questo desiderosi di tuffarsi in una piscina da Paperone garantita dalla banca americana JP Morgan, arrivasse alla frattura totale. È ben vero che Agnelli (e con lui il Milan e l’Inter) vorrebbero partecipare ancora al campionato italiano, dopo aver ulteriormente dilatato a dismisura la distanza economica con le altre squadre. Ingordigia da grande abbuffata e prepotenza da padroni del vapore se sottesa c’è la domanda superba e retorica: «Cosa vale il campionato senza di noi?». C’è da domandarsi allora se Antonio Percassi, giustamente convinto ormai di appartenere all’élite delle sette sorelle per meriti sportivi, non abbia commesso un grave errore prospettico nell’allearsi in ambito Lega calcio con le tre grandi che stavano segando il ramo sopra il quale stavano sedute perché già sapevano di potersi lanciare su un tronco più robusto. Così hanno sabotato l’ingresso dei Fondi d’investimento di cui tutti avrebbero giovato: non volevano dividere la torta, volevano il piatto intero.

Il gioco del calcio finisce di essere gioco dove si vince e si perde. Diventa remuneratissimo business per oligopolisti che «graziosamente» promettono come satrapi medievali di essere magnanimi con la base, da lassù dal vertice della piramide (ma chi ci crede?). Eliminano il rischio d’impresa, caposaldo dell’idea liberale. Incarnano piuttosto un liberismo selvaggio e famelico, in perfetta sintonia con un tempo di disuguaglianze dilatate. Invocano come alibi il Covid e gli effetti nefasti sui bilanci quando proprio la pandemia ci dovrebbe aver insegnato che non ci si salva da soli chiudendosi in una torre eburnea.

Tanto più lo abbiamo capito nella Bergamo dei carri funebri e però dell’Atalanta. Salvo scoprire che la nostra favola sportiva, nostra e di (quasi) tutti, non ha più diritto di cittadinanza perché la Superlega è la deroga a una serie di valori su cui si è costruita la società moderna: uguaglianza dei punti di partenza, ascensore sociale, onore al merito, riconoscimento del lavoro ben fatto. Tutto spazzato via in una notte in cui gli Agnelli si sono fatti lupi, contrabbandando il loro interesse «particulare» con una perversa idea di progresso che è in realtà una torsione di regole antiche ma non obsolete. Si addita il modello dell’Nba, basket americano, che discende da un’altra cultura e tuttavia salvaguarda alcuni principi di orizzontalità, l’opposto della piramide: salary cap uguale per tutti, difesa ad oltranza dell’equilibrio come garanzia di spettacolo col criterio delle scelte per cui l’ultima arrivata sceglie per prima i rinforzi dell’annata successiva. Infine, il tradimento dell’universo tifoso. La speranza almeno teorica per la propria squadra di scalare la vetta. Resta nella tua classe di appartenenza, dicono Andrea Agnelli e Florentino Perez e gli altri dieci magnati loro sodali. Mai più una favola Atalanta, ché le favole non sono contemplate nel mondo ragionieristico dei binari che corrono paralleli senza mai incontrarsi.

Vorrebbero cacciarci dopo l’ultimo valzer, noi che abbiamo battuto il Liverpool, l’Ajax, pareggiato col City, combattuto alla pari con il Real. Siamo la squadra italiana che meglio ha fatto nell’ultimo biennio di Champions. Sapete che c’è? Un’altra favola la sapremo costruire.

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