Chiariello: "PSV-Napoli una mattanza! Ad oggi mercato fallimentare. Basta con De Bruyne mediano o regista arretrato"
21:10
Il giornalista Umberto Chiariello, ai microfoni di CRC, radio partner della SSC Napoli, è intervenuto con il suo consueto punto:
“Son passati troppi anni,
ma certi ricordi non restano solo nella retina degli occhi e nella memoria.
Restano in fondo all’anima.
E sono ricordi dolorosi — a volte belli, a volte dolorosi.Io c’ero, purtroppo,
allo stadio quel pomeriggio,
quando il calcio cominciava sacralmente tutti insieme la domenica alle 14:30 d’inverno e alle 15 in primavera.
Quando il Napoli di Vinicio, di ritorno da Ostrava in Coppa UEFA,
si apprestava a scendere in campo contro la Juventus,
quella degli anni ’70, quella straordinariamente vincente di Boniperti.Era l’anno di grazia del Signore 1974-75.
Parliamo di 51 anni fa.Io giocavo a calcio per passione, per divertimento
e con qualche piccola ambizione frustrata dalla vita e dalla mancanza di qualità.Quel giorno il Napoli era reduce dal girone d’andata,
aveva molte ambizioni,
ma un’assenza gravissima:
il leader della difesa, il condottiero,
il guerriero reduce da mille battaglie — Tarcisio Burgnich — non c’era.
Giocò il suo fido scudiero, quello Spartaco Landini
che lo aveva surrogato all’Inter, in Nazionale e pure al Napoli.Il Napoli di Vinicio esprimeva un calcio bellissimo, abbagliante, con interpreti modesti.
Orlandini, Esposito e Juliano formavano un buon centrocampo.
Amarildo e poi Massa e Braglia erano le ali,
il “Gringo” Clerici il vecchio leone d’attacco
che a Napoli aveva trovato una seconda giovinezza.In difesa, orfani di Vavassori, avevamo il grande Pino Bruscolotti,
nel meglio del suo splendore, insuperabile.
Giocava vicino al suo idolo di sempre, quel Tarcisio Burgnich
che da ragazzino aveva come poster nella cameretta a Sassano.
Per lui era una grande emozione giocare accanto a un totem di quel genere.Lo stopper era un ex terzino riciclato per la sua velocità pazzesca, Tonino La Palma.
E a sinistra c’era Pogliana, a cui Napoli si era affezionata:
non un grande giocatore, ma affidabile.In porta, purtroppo, c’era Gedeone Carmignani,
che non era un cattivo portiere, ma non era Dino Zoff,
passato alla Juventus.Era una giornata di festa.
Col gioco di Vinicio, pensavamo: “Daremo tre gol a questa Juventus.”
Pronti via… e fu una mattanza.Il Napoli voleva fare la difesa alta — parliamo degli anni ’70, stile Ajax, stile Olanda —
e la Juventus si infilava da tutte le parti.
Il primo tempo finì 0-3,
con Altafini, cuore ingrato, protagonista.All’intervallo eravamo tutti mogi, accasciati.
Ma nella ripresa il Napoli scese in campo con uno spirito totalmente diverso.
Segnò, subì ancora,
ma ebbe un quarto d’ora di calcio folle e bellissimo.Si procurò un rigore che, purtroppo, il Gringo Clerici sbagliò.
La partita finì 6-2.
E io dissi: “Mai più voglio vedere un 6-2 del Napoli.”Però quella giornata la ricordo ancora con commozione:
il Napoli perse 6-2, sì, ma a fine partita i ragazzi vennero sotto la curva
e noi li applaudimmo.
Perché quella reazione del secondo tempo ci commosse.Avevano perso, erano stati subissati di reti,
ma non avevano perso la dignità in campo.
Avevano dato tutto,
e potevano perfino riaprirla quella partita
se un pizzico di fortuna ci avesse assistito.Uscirono tra gli applausi.
E quel Napoli fece un campionato meraviglioso,
giocandosi lo scudetto.
E ancora una volta Altafini, cuore ingrato, ci punì a Torino,
sull’1-1, a due minuti dalla fine.Ma quel Napoli di Vinicio ce l’abbiamo nel cuore, nella mente, nella memoria.
Son passati 51 anni.
Ieri, purtroppo, ho rivisto un 6-2.
Ma stavolta non mi sento né orgoglioso, né felice,
né tantomeno sereno.
Perché non ho visto il Napoli di Vinicio provare a reagire di fronte all’avversità.
Ho visto un Napoli targato Conte,
che dovrebbe avere come marchio di fabbrica le squadre toste,
sbriciolarsi come neve al sole.Una mattanza.
Il secondo tempo è stato una mattanza.E c’è l’Inter alle porte:
sette vittorie consecutive,
gioco scintillante,
serenità ritrovata, euforia notevole, risorse infinite.
Il rischio che la stagione si infranga di fronte alle folate nerazzurre è alto.Conte ha pochi giorni per ricucire la situazione.
Da dove deve partire?
Io un’idea me la sono fatta.Conte ha capito che, se vuole far bene in Europa
e scrollarsi di dosso l’etichetta di allenatore “incapace in Europa”,
a questo Napoli deve dare un gioco più europeo:
più proposta, più aggressione, più possesso, più intensità.
Quella che oggi manca molto a questo Napoli.Ma la squadra ha avuto una crisi di rigetto:
i titolari dell’anno scorso non si sentono più sicuri,
i nuovi non si sono inseriti.
Ad oggi, il mercato del Napoli — costoso com’è stato — è fallimentare.Eppure, sono convinto che non sia un fallimento definitivo.
Il valore dei ragazzi acquistati è alto.Affrontare l’Inter a viso aperto cercando di sorprenderla sarebbe un suicidio tattico.
Conte si trova in mezzo al guado:
il Napoli non è più quello di prima,
ma non è ancora quello che lui vorrebbe costruire.
E la responsabilità principale è sua:
non è riuscito a completare la trasformazione,
pur avendo avuto tempo, due ritiri e tutti i giocatori a disposizione.Ora deve resettare.
Non è più il tempo del “vorrei ma non posso”.
È il tempo del “ora e subito”.Sabato arriva una corazzata: l’Inter.
Ci vogliono i pirati con i vascelli d’assalto, imprendibili,
quelli che scompaiono, colpiscono e fuggono.
La flotta inglese fu sconfitta così, e sembrava invincibile.Conte deve ritrovare gli uomini di battaglia:
non il pallido Buongiorno,
non lo smarrito Beukema,
non lo spento Di Lorenzo,
non lo sconclusionato Anguissa,
né il “Prince” smarrito De Bruyne.Cosa deve fare Conte?
Secondo me, deve rinunciare a Gilmour, che non può essere vice Lobotka — non contro l’Inter —
e proporre un finto 4-4-2 che si trasforma all’occorrenza in 3-5-2.McTominay (come in Scozia e al Manchester United)
davanti alla difesa insieme ad Anguissa:
due giocatori di struttura e sostanza per fronteggiare Barella e Mkhitaryan.Il Napoli deve ripetere il girone di ritorno dell’anno scorso,
quando, non avendo più ali, scoprì il 4-4-2 con Raspadori,
valore aggiunto della seconda parte di stagione.Al suo posto, lì davanti, deve giocare De Bruyne.
Basta con De Bruyne mediano o regista arretrato:
così si marca da solo.Deve fare Stockton to Malone:
innescare Højlund.
E se recuperiamo Højlund e Rrahmani, tanto meglio.Il Napoli deve fare un 4-4-2,
un 4-2-3-1 dove De Bruyne gioca dietro la punta, Højlund,
con Politano su Dimarco e Spinazzola su Dumfries,
che ha la struttura e la velocità per tenergli testa.Di Lorenzo deve stringere con gli altri due centrali,
sperando nel ritorno di Rrahmani.
Perché due contro due con Lautaro e Bony sarebbe troppo rischioso:
serve la superiorità numerica dietro.Tre contro due.
Di Lorenzo accanto a Rrahmani e Buongiorno o Beukema.
Uomo su uomo: Politano-Dimarco, Spinazzola-Dumfries.De Bruyne davanti, in prima uscita su Calhanoglu,
a pressarlo alto.
E quando si difende, due linee da quattro,
che all’occorrenza diventano tre difensori e cinque centrocampisti.Solo così il Napoli può evitare l’imbarcata contro un’Inter troppo pericolosa.
Serve una squadra di battaglia,
è il momento dei corazzieri.Conte deve trovare il posto giusto per De Bruyne:
non più arretrato, ma lì davanti, nella zona 14,
la zona dei fuoriclasse.Qualsiasi altra posizione sarebbe sbagliata.
Un Napoli di battaglia, uomo contro uomo,
può non perdere contro l’Inter
e da lì ricostruire, mattone su mattone,
un nuovo Napoli: tosto, compatto, “noi e non io”.Mutuo soccorso.
E andiamo a vincere la partita perché ci crediamo.Non quello visto ieri: molle, senza anima,
e senza dignità nel secondo tempo.
Quello spettacolo va cancellato dalla memoria:
ci ha fatto vergognare”
