La tribolata storia dello stadio Vesuvio, gioiello costruito da Ascarelli al rione Luzzatti

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Autore Dino Viola Giornalista pubblicista · Analista dei dati

Nel cuore del Rione Luzzatti, nella periferia orientale di Napoli, oggi restano sterpaglie, cemento e rifiuti. Quasi nulla lascia immaginare che qui, tra il 1929 e il 1930, sorse lo stadio Vesuvio, il primo impianto di proprietà del Napoli, nato dall'iniziativa del presidente Giorgio Ascarelli.

Stadio Vesuvio e Giorgio Ascarelli, una storia lunga appena due anni

I lavori partirono nell'agosto del 1929 e terminarono nel febbraio successivo, in meno di sette mesi. Ascarelli investì personalmente oltre un milione di lire dell'epoca per realizzare una struttura da 20mila spettatori.

“Bonificò prima questa zona - ricostruisce Nico Pirozzi, giornalista che al primo presidente del Napoli ha dedicato un bel volume - e mise di tasca sua oltre un milione di lire dell'epoca per la realizzazione dell'impianto. Creò uno stadio da ventimila posti, un gioiellino, un'opera ciclopica per quei tempi”.

Fino ad allora il Napoli aveva disputato le proprie gare interne allo stadio militare dell'Arenaccia. Il nuovo impianto, costruito in via Vesuvio e con una vista privilegiata sul vulcano, debuttò con una vittoria per 4-1 contro la Triestina.

Poche settimane dopo, però, Ascarelli morì per una peritonite. Lo stadio venne intitolato alla sua memoria e la vedova lo donò all'Associazione Calcio Napoli.

La storia del primo impianto di proprietà azzurra, tuttavia, ebbe vita brevissima. Due anni più tardi, la società, gravata dai debiti, cedette la struttura al Comune.

“A distanza di appena due anni la società del Napoli, che era piena di debiti, vende questo stadio al Comune di Napoli - prosegue Pirozzi - e il Comune, seguendo le direttive del regime fascista che vuole che si disputi a Napoli una partita del mondiale del 1934, demolisce questo stadio per costruirne uno nuovo”.

Il regime ricostruì e ampliò l'impianto fino a 40mila posti, cambiandone il nome in stadio Partenopeo. L'ultima pagina arrivò durante la guerra: i bombardamenti distrussero la struttura, successivamente privata anche dei materiali recuperati dalla popolazione in un periodo di estrema difficoltà.

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