Vi ricordate il rigore di Yebda contro l'Inter? Ecco la storia di chi ha ispirato quel gesto
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«Ehi, Tonda, sveglia!». A Belgrado è la notte tra il 19 e il 20 giugno 1976, nell’albergo della Cecoslovacchia il portiere della squadra non riesce a prendere sonno. Non si fida, lo conosce bene il compagno che gli dorme a fianco. «Tonda, Tonda!!!». Antonin Panenka, per tutti Tonda, apre gli occhi. «Che vuoi?». «Non ci proverai, vero?». «A fare cosa?». «Lo sai bene...». «Ma lasciami dormire...». «Beh, guarda, se ci provi perdi la mia amicizia».
Ivo Viktor si rimette giù, a inseguire i suoi pensieri a poche ore dalla finale del campionato europeo. Loro, la piccola Cecoslovacchia, contro i campioni del mondo della Germania. Gioca nel Dukla Praga, Ivo, se l’è trovato di fronte in campionato, poche settimane prima: lui in porta, Tonda sul dischetto, e si era dovuto arrendere, un’altra volta. «Non c’è niente da fare - gli aveva spiegato l’amico - voi portieri non ce la fate a non tuffarvi».
Da due anni Panenka aveva cominciato a tirare i rigori così, piede sotto, colpo secco e pallone morbido che si alza a mezz’altezza prima di adagiarsi oltre la linea, con buona pace del portiere che si è già tuffato da una parte. Cucchiaio, scavino, oggi ci sono mille modi per definirlo, e mille interpreti continuano a susseguirsi a inseguire la gloria e rischiare gli insulti, da Zidane a Totti, da Pirlo a Sergio Ramos. Ma quel modo di calciare è passato alla storia del mondo come il Panenka’s penalty, il rigore alla Panenka, l’inventore. «La mia fortuna fu che nessuno mi aveva visto al di fuori della Cecoslovacchia», quando i muri che dividevano l’Europa erano ancora in piedi e la Tv mandava in Occidente ciò che volevano i vari regimi.
Oggi Panenka è il presidente onorario del Bohemians di Praga, la sua prima squadra, il grande amore di sempre: un ruolo di ambasciatore, più rappresentativo che esecutivo, anche se a Praga un giorno andarono a bussare da lui quando il club stava per fallire e serviva un aiuto. Lui non si tirò indietro: era già un idolo, per i sostenitori biancoverdi, diventò un mito, inconfondibile con quei baffoni che non ha mai tagliato e che resistono agli anni e ai muri che cadono: «Aspettavo che qualcuno mi offrisse un milione per tagliarmeli». Anni fa ha realizzato un calendario per racimolare fondi per il club: lui, baffi e sigaro, nello spogliatoio del Bohemians circondato da ragazze seminude che si fanno la doccia. «Ma le ho guardate poco, dovevo stare davanti alla macchina fotografica» si è lamentato. Ha fatto il vice allenatore, ma non ha mai avuto ambizioni superiori: «Io sono un buono, per fare il capo devi avere un altro carattere».
Sposato, due figli, gioca a tennis, a golf, accentuando quella flemma che gli rimproveravano anche quando era un giovane centrocampista. «Panenka è veloce solo quando deve ritirare lo stipendio», lo prendevano in giro i colleghi. «Non ero rapido, ma ero molto tecnico. Mi sono allenato anni e anni a calciare punizioni e rigori, ero quasi infallibile». La sua vittima era Zdenek Hruska, il portiere del Bohemians: alla fine di ogni allenamento rimanevano solo loro due, uno in porta, l’altro a tirare i rigori. Scommesse feroci, grandi bevute finali. «E così mi venne l’idea, partendo dal concetto che il portiere non sta mai fermo ma si sposta sempre da una parte. Ed è nato quel modo di calciare».
Ivo Viktor pensa a questo, la notte insonne, e ci ripensa quando Germania e Cecoslovacchia chiudono in parità i novanta minuti della finale - i tedeschi hanno rimontato da zero a due a due a due - e ancora in parità i supplementari. Pensa al suo amico Tonda di cui Pelè dirà: «Non so se sia un genio o un pazzo», perché quando Uli Hoeness, attuale presidente del Bayern, spara il quarto rigore tedesco alle stelle di Belgrado, primo errore della serie, tocca a Panenka. «Era il decimo che tiravo in carriera, non ne avevo sbagliato nemmeno uno, in quel modo. Alla fine sono stati 35, con 34 reti e un solo errore».
In porta c’è Sepp Maier, il sommo. Che si tuffa sulla sua destra, quando parte Panenka, e non gli rimane che vedere il pallone morbido depositarsi in rete, e la festa sfrenata dei rivali. «Quello di Pirlo agli Europei contro l’Inghilterra è forse il rigore che per esecuzione è stato piů simile al mio» commenta oggi Panenka, per niente infastidito che lo cerchino da tutto il mondo solo per chiedergli del Panenka’s penalty e di quella volta che beffò Maier, al quale servirono 35 anni per smaltire la rabbia e rivolgergli la parola. «Ho fatto tanto altro, in carriera, ma se il mio nome dopo quasi quarant’anni è ancora citato per quel rigore, mi fa solo piacere». Non pensa a come sarebbe finita, se Maier non si fosse mosso. «Ero arrivato a un grado di sicurezza elevatissimo. Avrei segnato al mille per cento. Se fosse andata male? Magari avrei smesso di giocare quella sera stessa. E sarei tornato a fare il tornitore, sono molto bravo». Invece decise di accarezzare il pallone come non aveva osato nessuno mai. Sotto i baffi, da quella sera di Belgrado, gli è rimasto un sorriso diabolico.

