De Giovanni: "Juve-Napoli sarà aristocrazia e potere contro identità, per vincere bisogna ascoltare... Insigne!"

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Di seguito vi proponiamo l'editoriale di Maurizio De Giovanni per l'edizione odierna del Corriere di Torino. Ci risiamo, e non è

Di seguito vi proponiamo l'editoriale di Maurizio De Giovanni per l'edizione odierna del Corriere di Torino.

Ci risiamo, e non è certo una novità: quando si arriva al redde rationem, quando ci si confronta con la concretezza possibile del sogno immateriale, ci si ritrova allo Juventus Stadium. È già successo, succederà ancora: perché è naturale che per diventare forti, i più forti, ci si debba confrontare con quelli che da sempre sono i più forti.

Per cercare di spiegare i sentimenti di un tifoso azzurro oggi, in queste ultime ore che separano dal fischio d’inizio dell’arbitro Rocchi (che Dio gliela mandi buona, mai vorremmo essere al suo posto), bisogna premettere che l’imprinting, la memoria genetica trasferita da padre in figlio, ha individuato nelle bianconere casacche l’ostacolo da sempre più alto da superare per chi tiene alle azzurre sorti. Non è una vera e propria rivalità, perché gli anni nella storia di una reale plausibile competizione per gli stessi traguardi si contano sulle dita di un paio di mani: è questione di contrapposizione ideologica, e più in particolare socio economica. La Juve è il potere, l’aristocrazia della vittoria, la programmazione e gli investimenti mirati, la capillare presenza in ogni settore giovanile; la Juve è l’espressione di una potenza economica che non ha eguali in penisola, della famiglia reale di fatto del paese, della multinazionale che costruisce e inventa. La Juve è la squadra di tutti quelli che, a prescindere da dove siano nati, vogliono essere vincenti ed esultare almeno un paio di volte all’anno, salvo complicazioni.

Il Napoli è identitario. Assomiglia alla città che rappresenta, l’unica tra le metropoli ad avere una squadra sola: è disordinato e geniale, umorale ed emotivo, passionale e isterico. La storia azzurra racconta di singole grandi vittorie e di assurde imprevedibili sconfitte, di depressioni pluriennali e di nozze coi fichi secchi ma abbellite dall’incanto dell’improvvisazione. I tifosi del Napoli nel mondo, tantissimi, hanno qualcosa a che fare con quella terra, ascendenze o parentele, amori o canzoni. E soffrono da lontano come fossero sotto le pendici del Vesuvio, simpaticamente evocato da cori idioti che riescono se possibile a compattare ancora di più. L’unico capitale, l’unico asset del Napoli sono i suoi tifosi.

Gli Juve-Napoli di sempre sono stati questo: la contrapposizione, difese contro attacchi, di due maniere opposte di veder rotolare lo stesso pallone. Ci sono state stagioni in cui la vittoria sui bianconeri bastava ai tifosi azzurri per sopportare anche il centro classifica, è vero: gli anni di Sivori e Altafini che si scambiavano maglie e ruoli, di Virdis e Savoldi, di Zoff e Cannavaro da una parte o dall’altra. Ma quegli anni, per nostra fortuna, sono passati.

Oggi a incontrarsi e a scontrarsi sono due uguali passioni, due opposte magie. I grandi, grandissimi campioni abituati ai panorami dall’alto contro un’organizzazione consapevole, un’orchestra senza solisti ma pronta alla più importante delle sinfonie. In un ambiente che non conosce sconfitte, lo sappiamo: ma come dice Lorenzo Insigne, si gioca undici contro undici; e se si è sereni, come il Napoli è, ci si può anche divertire.

Sulla carta, lo sappiamo, non c’è confronto. Ma non si gioca sulla carta, vero? E magari l’erba del vicino sarà la più verde.

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