Cucci: "Sarri non diveggia: può riportare al San Paolo scettici, rafaeliti e disfattisti"

Rassegna Stampa ico calendario ico orologio17:30 fonte : Italo Cucci per Il Roma

Napoli bello e felice. Come Insigne. Come Higuaìn. Come Allan. Come Gabbiadini. Come tutti, finalmente. Napoli in abito da sera alla solitaria festa del gol. Elegante, danzante e leonino insieme. Organizzato e ambizioso, spettacolare ma mai narciso, può permettersi sorrisi riconquistati dopo una stagione di mugugni. Lavorare stanca ma crea intesa e gioco implacabile: parola di Sarri che - come apprezzò d’estate De Laurentiis - impegna i ragazzi come fece Mazzarri e come lui sta creando successo e divertimento. Non si vedeva da tempo un Napoli così dinamico e duro, fin cattivo, mobilissimo nelle triangolazioni che portano in un lampo i tiratori davanti a Marchetti. L’avversario non è l’ultima della classe, è la Lazio ambiziosa che non può accampare scuse per le fatiche settimanali in Europa League, visto che il Napoli s’è fatto il Bruges all’uncinetto a suon di gol annunciando la rinuncia a turnover programmati o improvvisati. Sarri ha finalmente quindici titolarissimi, li muove a piacere in prima linea, dove il Napoli è ricchissimo, e comincia a registrare anche il reparto arretrato che non è scarso ma...incolto, nel senso che i difensori cominciano adesso a imparare il mestiere. Tanto per dire, un buon Koulibaly che lavora per tutti e addirittura un Albiol che si attenta a salire, a giocare palle utili alla manovra visto che a fare il duro non gli riesce. Per ottenere tutto questo - e lo dico subito perché mi sta a cuore - Sarri tiene la difesa alta, spingendo la Lazio nella sua area, soffocandone sul nascere gli istinti offensivi; rischia, è vero, ma intanto riavvicina la difesa al centrocampo ottenendo un filtro sicuro per sventare le tentate incursioni avversarie. Poi, Sarri si fida di Reina, l’effettivo libero che raramente tradisce, ma intanto il lavoro dà i suoi frutti anche qui, mostrando difensori come Hysaj e Ghoulam che rientrano a tutta velocità accompagnati da Hamsik, Callejon e - finalmente - Jorginho. Cose mai viste, davvero: direi il meglio ch’è dato vedere sui nostri campi dove sta faticosamente risorgendo la Juve, dove il Milan sta appena prendendo fiducia nelle proprie forze, dove l’Inter domina con italianissimo stile esibendo una difesa dura e sostanziosa come un Melo. L’ho tenuto per ultimo, ma vedrete che gli toccherà il titolo più bello: dico di Insigne, il padroncino del San Paolo, lo spirito azzurro angelico e indiavolato, curatore di assist millimetrici e infaticabile cercatore di gol d’oro finché ci riesce, alla grande, mettendo la sua firma dopo quella del grande Higuaìn e di quell’Allan che sta meritandosi la fiducia di chi lo ha voluto ancor prima dei cambiamenti di rotta tecnica. Sarri, come tutti i grandi lavoratori, è modesto, non sale in cattedra, non diveggia, non straparla (educata e efficace la sua risposta a Maradona) ma sta dicendo la verità: questo Napoli, se non s’impigrisce, se non subisce la sindrome di Stendhal guardandosi troppo compiaciuto allo specchio, può fare grandi cose. La prima, riportare al San Paolo gli scettici, i rafaeliti e i disfattisti.

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