Albarella: "Perché il confronto esclude i preparatori? La ripresa va studiata"

Le Interviste fonte : tuttomercatoweb
Albarella: Perché il confronto esclude i preparatori? La ripresa va studiata

News calcio, Albarella parla della ripresa del campionato di calcio

Ultime calcio - Si riprende il 13 giugno, anzi no. Il futuro del calcio italiano è in divenire, con una spaccatura sul protocollo che FIGC, Lega Serie A e Governo stanno cercando di far rientrare. Ma come si può ripartire in sicurezza, non solo dal punto di vista medico ma anche sotto quello della preparazione fisica dei calciatori? Ne abbiamo parlato con il preparatore atletico Eugenio Albarella, storico collaboratore di Alberto Zaccheroni, con il quale ha lavorato tra l’altro alla Juventus e alla Nazionale giapponese: “Il problema mi sembra chiaro, mi sembra che manchino nel dibattito coloro che dovrebbe gestire le linee guida dettate da chi il mondo dello sport non lo conosce per niente. Chi sta sentenziando su una possibilità di giocare o meno è legato a un mondo squisitamente scientifico, ma che non ha nessuna conoscenza di quelle che possono essere le problematiche relative all’applicazione delle linee guida”.

Ritiene che non siano state coinvolte tutte le parti interessate?
“Bisognava creare un confronto più ampio. Un tavolo che vedesse protagonisti i rappresentanti del comitato tecnico scientifico, la commissione medica della FIGC, i medici sportivi delle squadre, i dirigenti che devono gestire le risorse umane e organizzative. E, non ultimi, i rappresentati degli allenatori e dei preparatori, che devono sviluppare delle metodologie nel rispetto di queste linee guida. Solo con questa volontà di collaborare si può ripartire, altrimenti il rischio è dietro l’angolo”.

Il rischio di doversi fermare di nuovo.
“Certo, sembra di essere sotto una spada di Damocle, che al minimo errore ti può portare a far saltare il banco. È veramente difficile districarsi in queste direttive così restrittive. E nascondersi nella rigidità di certe procedure non può aiutare”.

Quali sono le insidie a livello fisico per un atleta che riparte dopo un periodo di stop forzato come questo?
“In primis, ci ritroviamo a vivere un’esperienza del tutto nuova. Non c’è in precedenza qualcosa del genere. Dobbiamo pensare ai motivi per i quali gli atleti siano stati due mesi fermi, ognuno rinchiuso in spazi ristretti che, come per tutti noi, non hanno permesso di vivere una vita normale. La prima domanda che noi a livello metodologico dovremo porci è chi sto allenando. Mi ritroverò gli stessi atleti di due mesi fa, o mi ritroverò in primis uomini e poi atleti che vengono da un periodo particolare, e quindi devo rimettere in discussione le mie certezze? Credo che la risposta sia chiara”.

Però i calciatori passano già due mesi fermi, in estate.
“Sì, ma in un modo completamente diverso. Quello è un periodo di transizione fisiologico, a fine stagione. Alla ripresa, dopo due mesi di vacanza, hai un atleta ritemprato e riposato. Ora ci ritroveremo davanti uomini che arrivano da un periodo di restrizioni e da uno stato emotivo particolare, come tutti noi. Inoltre, anche pensando al solo livello fisico, per quanto abbiano potuto svolgere attività di mantenimento, i calciatori si sono allenati in un modo completamente diverso da quelli che sono gli standard. La condizione fisica di chi è stato attento può anche essere buona, ma abbiamo ormai capito da tempo, in uno sport integrato come il calcio, l’importanza di allenarsi in funzione della situazione di gioco. E questo ovviamente non è stato possibile”.

Al netto degli ultimi sviluppi, l’ipotesi è di ripartire il 13 giugno. C’è il tempo per una preparazione adeguata?
“In teoria sì, in pratica bisogna sempre considerare che siamo di fronte a una novità assoluta. Oggi viviamo una situazione del tutto nuova, bisogna cercare di usare buonsenso, di creare un feedback continuo con gli atleti, dare impulsi sapendo che grossi carichi e grossi volumi non saranno possibili. Di buonsenso ne servirà molto: in base alle nostre conoscenze ordinarie, quattro settimane potrebbero bastare, ma ora servirà una verifica quotidiana e solo navigare a vista ci permetterà di costruire una programmazione tale da potersi presentare al meglio”.

Giocando ogni tre giorni la preoccupa un potenziale aumento degli infortuni?
“Il rischio c’è, nel momento in cui la gestione di un normale recupero, sia fisico che nervoso, è diversa tra 7 e 3 giorni. Ma anche qui bisognerà verificare col tempo. In questi giorni di pausa e di studio, l’unico precedente che, almeno nelle tempistiche, mi pare possa dare qualche indicazione è quello della NFL nel 2011. Il campionato si fermò per quattro mesi per alcune vicende sindacali e alla ripresa ci fu un grande incremento negli infortuni muscolari e legamento. D’altra parte, è vero che parliamo di uno sport molto più duro a livello di contatti tra gli atleti. Però, non avendo altro dal punto di vista storico, è comunque un precedente da tenere in considerazione”.

E il caldo di luglio?
“Non mi preoccuperei più di tanto del discorso climatico, perché per fortuna, pur andando incontro al periodo estivo, da noi giocando alle nove di sera non si raggiungerebbero comunque picchi di umidità tali da creare pericoli. In Giappone, per esempio, ho visto partite disputate a 40 gradi con tassi di umidità del 96-97%. Da noi l’estate non è un problema così grosso”.

I cinque cambi a partita possono aiutare?
“Sicuramente, la possibilità di effettuare cinque sostituzioni potrebbe supportare molto l’allenatore nella gestione della rosa”.

Andiamo incontro, peraltro, a una maxi-stagione lunghissima: da quando si ripartirà all’Europeo, non ci sarà una vera e propria sosta.
“Sì, ma questo non credo sia un grandissimo problema. Mi rifaccio anche qui all’esperienza di un altro sport: in NBA giocano più di 100 partite nell’arco di nove mesi. Logicamente, dovremo andare incontro a blocchi tecnici, cioè periodi in cui si giocherà soltanto, ma non è detto che sia un male: è un approccio diverso a questo sport”.

Del maxi-ritiro che opinione ha?
“È la soluzione a rischio più basso, dato che lo zero non esiste e su questo non possiamo illuderci. Vede, è una scelta da fare: dipende da che rischio ci vogliamo accollare. Però è vero che potrebbe comportare ulteriore stress, da aggiungere a un periodo già particolarmente pesante”.

In diverse zone del nord la situazione è ancora critica.
“Per questo penso che potrebbe essere buona cosa organizzare il resto del campionato in zone a rischio minore, al centro-sud. Trovando un raggio breve di spostamento, magari, si potrebbe anche evitare il maxi-ritiro”.

Nel gruppo squadra non figurano solo i calciatori ma anche tanti dipendenti con stipendi ovviamente inferiori. Lei come vivrebbe una situazione del genere?
“Torniamo a una questione di scelte. Se la soluzione politica per poter dare al mondo del calcio, che è la terza azienda in Italia, uno spiraglio di ripartenza, e non si può non passare da misure così rigide, tutti noi che siamo professionisti, a prescindere dai rispettivi conti in banca, dobbiamo capire che ci sono dei sacrifici da fare, a tutti i livelli. Ora si tratta di sopravvivere, poi dovremo riflettere su come siamo arrivati a tutto questo. E se il calcio, così come è organizzato finora, è sostenibile o meno”.

Albarella

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