Montervino a CN24: "Vi racconto il 1º allenamento dell'era ADL col pallone sgonfio della Lazio di Montesanto e la prima impressione su Hamsik! La notte dopo Genoa-Napoli maggiore della festa scudetto! Non ho capito Conte, su Allegri..." | VIDEO
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Francesco Montervino racconta il Napoli di De Laurentiis in una lunga video intervista a CalcioNapoli24 TV
Francesco Montervino è stato protagonista della splendida notte al Maradona, la "Notte dei Leoni" dello scorso martedì 26 maggio 2026, con le Napoli Legends in campo allo stadio di Fuorigrotta. Accanto al calcio, grande spazio soprattutto alla componente sociale: l’evento è infatti legato a iniziative di beneficenza sul territorio campano, con fondi destinati alla ricostruzione del Teatro del Carcere Minorile di Nisida e al sostegno della Fondazione Santobono Pausilipon, impegnata nell’assistenza pediatrica.
Napoli, l'ex Montervino a CalcioNapoli24: l'intervista
Ultime notizie SSC Napoli - Francesco Montervino si è raccontato - come sempre senza peli sulla lingua - ai microfoni di CalcioNapoli24 TV dal Grand Hotel Serapide la scorsa settimana, ripercorrendo le tappe principali della sua carriera in azzurro. E parlando anche d'attualità in casa SSC Napoli. Lui che in azzurro - e da capitano storico - c'è stato dal 2004 al 2009 (dopo la parentesi pre-fallimento 2003-2004), lui che ha vissuto in toto cavalcata dalla Serie C1 (anzi, da "quando non avevamo neanche i palloni") alla Serie A del Napoli dell'era De Laurentiis. Di seguito le sue dichiarazioni:
Francesco, con te è difficile dire: "Bentornato a Napoli" perché la la vivi, però questa esperienza e questo evento è veramente bello, soprattutto per il fine.
"Il fine giustifica sempre il tutto, no? Poi, forse a me non si può dire: "Bentornato a Napoli", però bentornato al Maradona, o meglio, benvenuto al Maradona, visto che personalmente ho giocato al San Paolo e per 150 partite circa! E mi mancava giocare al Maradona: seppure lo stesso stadio, ma con un nome chiaramente diverso".
Quando mancano 6-7 ore alla gara con le Napoli Legends al Maradona, che emozioni hai? E che emozioni avevi quando mancavano 6-7 ore ad una gara al San Paolo?
"Ma guarda, l'emozione di oggi è chiaramente diversa perché io l'ultima partita con il Napoli l'ho fatta nel 2009, quindi stiamo parlando di 17 anni fa circa, e ritornare in quello stadio a calcare quel manto, credo che per me sarà un'emozione particolare. Ci saranno 50.000 persone circa, tanti ragazzini, tanti giovani che ora sono diventati grandi che sono diventati tifosi del Napoli con me, nell'epoca mia. Sarà un'emozione grossa oggi, però un'emozione diversa. Poco fa una tua collega mi ha fatto un'intervista e mi ha detto: "Sei abituato a stare in tutte le TV", perché faccio l'opinionista, "ma particolarmente emozionato come oggi non ti abbiamo forse mai visto" e forse è l'emozione di tornare, permettimi di dire, dalla mia gente, dalla nostra gente.
Quando giocavo era chiaramente diverso perché a quest'ora non mi potevi parlare! A parte la responsabilità, c'era tensione. Io ero un uomo che viveva di tensione, di concentrazione. Anche se è vero che con gli anni poi son cambiato, però i primi anni quando stava per avvicinarsi l'orario della partita io diventavo irascibile, diventavo antipatico. In genere lo sono, però però prima della partita ancor di più!".
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Con te vogliamo ripercorrere quella che è stata la tua carriera col Napoli, andata di pari passo con la crescita del Napoli. Però prima sono curioso di sapere: con "Napoli Legends" siete riusciti a mettere tutti insieme gli ex Napoli, anche di diverse generazioni, in un gruppo WhatsApp. Che gruppo è? Raccontaci qualche aneddoto simpatico.
"Ma è innanzitutto un gruppo di persone che amano stare in quel gruppo perché è abbastanza attivo, quasi tutti al mattino ci salutiamo con un semplice buongiorno. Chiaramente ci sono i più romantici che sono quelli del Napoli di Maradona, che non manca quasi mai una foto del buongiorno della macchinetta del caffè o dello sfondo del Vesuvio, del Golfo. E poi ci siamo noi, del Napoli nostro: è il Napoli più, consentimi un termine, del cazzeggio, della battuta, dello scherzo: il mio, di Santacroce, di Calaiò, di Pià, del Pampa Sosa. Ed è un Napoli diverso e ovviamente poi c'è il Napoli degli scudettati, che è un Napoli abbastanza signorile: molto educato, ci sono grandissimi, grandissimi nomi. Si possono anche dire, tanto voglio dire è un gruppo nostro, non sveliamo cosa dicono, però avere nel gruppo Zola, Careca, Alemao, Zelinski, Callejon, Insigne, Mertens, tanti, tanti, praticamente quasi tutti! Perché siamo 120 circa, quindi è un bel gruppo, è un bel gruppo. C'è il Pocho Lavezzi, c'è Gargano, Marek Hamsik, i Cannavaro, Ciro Ferrara. Voglio dire, è un gruppo pieno. Guarda, si chiama Napoli Legend perché si vuole dare un titolo, ma io credo che realmente ci siano tante leggende in quel gruppo".
E permettimi di dire che una leggenda sei tu, perché dalla Serie C alla Serie A hai accompagnato il Napoli nella prima fase dell'era De Laurentiis. Come vivevi e se già all'epoca avevi la sensazione che si potesse fare questa grande cavalcata.
"Allora, onestamente sì, io l'ho percepita, il motivo per il quale ho accettato di tornare a Napoli in C era proprio perché avevo intravisto questa possibilità. Sarò stato lungimirante, attento, consigliato bene, perché poi ho avuto il mio procuratore che mi ha consigliato di tornare al Napoli in C. Però ho avuto la sensazione da subito che potesse diventare un grande Napoli. E per me la cosa più difficile è stata adeguarsi a giocare a Gela e dopo 2 anni giocare allo stadio Da Luz contro il Benfica, dopo 2 anni e mezzo. In 2 anni e mezzo un cambiamento così repentino, così grosso, è difficile da gestire. Non c'è dubbio che è più difficile giocare a Gela, ad Acireale. Però io ho vissuto il giocare lì e dopo 2 anni e mezzo, tre anni, giocare in Coppa UEFA contro il Benfica, contro il Panionios, contro il Vllaznia. E per me che ho fatto il capitano... Vinci due campionati della C alla B, dalla B alla A, subito la qualificazione in Coppa UEFA a discapito del Milan in quella famosa partita dell'11 maggio del 2008. E dici: "Cavoli, ma possibile in così poco tempo così tanta strada?" Cioè, è sembrata come se avessimo percorso una strada a una velocità troppo superiore alle altre".
Faccio un passo indietro perché tu nel 2003 già c'eri in quel Napoli di Naldi. Ci racconti le difficoltà quando il Napoli fallì, poi ti chiamò Marino. Ricordi ancora quei momenti?
"Allora, ricordo quei momenti, sì, perché io ero ad Ancona nel 2003, con l'Ancona che andò in Serie A quell'anno ed ero il capitano dell'Ancona. Arrivò la chiamata del Napoli che era penultimo in Serie B. Io non esitai neanche un secondo a venire a Napoli perché per me da uomo del Sud era un sogno giocare nella squadra più importante del Sud Italia. Quindi non esitai, arrivai, venni e mi trovai catapultato in una realtà con troppe difficoltà. Mi ricordo che io comunque ebbi da subito i favori della gente, perché da subito la gente si innamorò di me, in quanto io ho dimostrato dal primo giorno di essere un combattente, di essere uno che non mollava, di essere uno che voleva assolutamente la salvezza del Napoli. Così fu, ci salvammo. Fui riconfermato per l'anno dopo, ancora in prestito dall'Ancona che nel frattempo andò in Serie A, ma io decisi di non andare ad Ancona in A, ma di tornare a Napoli. Perché ripeto, Napoli mi aveva regalato delle emozioni in quei sei mesi precedenti allucinanti e quindi decisi di tornare. Quello fu un errore, perché sembrava dovessimo fare un campionato di vertice, invece fummo catapultati anche lì in una stagione con troppe difficoltà, anche di natura economica e gestionali. Era un periodo anche un po' burrascoso per la città. E quindi a gennaio decisi di andar via e andai a Catania. Quell'anno poi fallirono sia l'Ancona che il Napoli. E quindi arrivò poi la chiamata di Pierpaolo Marino e fui il primo giocatore ad essere chiamato e il primo giocatore che arrivò insieme a Montesanto, il Pampa Sosa e a Gennaro Esposito, all'Ariston di Paestum. Ed è rinato tutto. Sembrava clamoroso accettare la Serie C per me che ero un giocatore che aveva fatto più di quasi 200 partite in B. Avevo vinto un campionato, comunque avevo fatto sempre campionati da protagonista. Andare in C invece che in A, eppure ebbi la sensazione che poteva essere la strada giusta".
Hai citato Paestum, tu sei uno di quelli che, quando De Laurentiis ancora oggi dice: "Non avevamo neanche i palloni", sai cosa vuol dire.
"Sì, io lo so. Lo so perché quel primo pallone fu un pallone che avevamo nella macchina di Cataldo Montesanto, sgonfio della Lazio e facemo il primo allenamento con quel pallone! Io mi ricordo che diedi dei soldi al simbolo Carmando per andare a comprare gli slip e dei pantaloncini e facemmo così il primo allenamento in quattro, con un pallone sgonfio della Lazio che aveva in macchina Aldo Montesanto e degli slip e dei pantolincini comprati praticamente da me. Quello è, ecco, quella è leggenda".
La domanda che ti faccio, anche un po' ironica e divertente è: ma tu li ricordi tutti i centri sportivi dove vi siete allenati, da Paestum a Castel Volturno?
"Se vuoi te li elenco tutti! Gricignano, Marcianise, Grazzanise, Palma Campania, Sarno, Marano, Mugnano, Casal di Principe, Varcaturo, Castel Volturno, Lago Patria, Portici, Torre del Greco. Forse a Torre Annunziata non ci siamo stati. Abbiamo fatto il tour, abbiamo fatto il tour e la cosa clamorosa era non avere niente, non avere spogliatoi. Molto spesso ci cambiavamo nei container dove la doccia era una canna dove l'acqua sgocciolava e tu mi dirai: "Ma davvero?". Sì, sì, abbiamo iniziato così, è stato così, per 6 mesi, per 7 mesi è stato così".
Quanto è stata importante la presenza di uno come Pierpaolo Marino, cioè era una garanzia?
"Fondamentale. È stato fondamentale perché è stato l'uomo che si è affidato ad altri uomini per quel percorso. Cioè fare 7 mesi così al Napoli è tosta, eh! Noi arrivammo a gennaio poi a Castel Volturno che già per noi era il centro sportivo più bello del mondo! Perché tu arrivi già con tre campi, almeno c'era lo spogliatoio, sotto il garage c'era una mezza palestra, ma per noi andava già più che bene. Facevamo i nomadi ogni ogni giorno, non ogni settimana, ma ogni giorno. Noi il giorno prima ci comunicavano il giorno dopo dove ci saremmo allenati, quindi è stata veramente dura e se non ci fosse stato un personaggio così importante come Marino, secondo me avremmo fatto molta fatica. Invece devo essere sincero, lui è stato determinante, lui e poi l'arrivo di Reja dopo sono stati fondamentali".
Conoscendo quel De Laurentiis lì, quanto è cresciuto? Quando oggi lo senti parlare di calcio, ti rendi conto della sua crescita nel settore?
"Ragazzi, sono passati 22 anni, quando tu per 22 anni lavori in un'azienda, vuoi o non vuoi impari. Lui poi, dal suo modo di pensare, sono poi dettate le varie crescite dei vari Napoli. Le idee sue sono, sai, fuori concorso. Lui è una persona che arriva troppo prima, cioè sentir parlare nel 2004 di pay-per-view e di stadio multimediale, tu andavi a casa e dicevi: "Chist'è pazzo, ma come si fa?". Poi dopo 20 anni arrivano le tv a pagamento, arrivano gli stadi multimediali e tu dici: "Porca miseria, ma possibile che è così più avanti degli altri?". E ti rendi conto che hai avuto una lezione di economia, di finanza e di visione 20 anni fa".
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Sei passato da Ventura a Reja, dicevi prima dell'importanza di Reja: ci racconti un aneddoto dello spogliatoio con Edy.
"Fiammiferi, i petardi fatti esplodere nello spogliatoio, Grava che si nascondeva nel bidone dell'immondizia o sotto, nella cesta dei panni, quando andavamo a prendere i panni o quando andavano gli allenatori li faceva spaventare. Era un Napoli goliardico, però sai che avevamo una qualità: noi si arrivava alla domenica e si si spegneva un interruttore e se ne accendeva un'altra. Era incredibile. Ma ti potrei raccontare, perché voi lo avete raccontato, del Napoli dei clan, dei clan sudamericani, napoletani, romani, ti potrei dire... Però ti ripeto, la cosa clamorosa di quel gruppo lì era che avevamo una visione diversa durante la settimana, ma quando si arrivava alla domenica, guai a chi toccava un compagno. E lo abbiamo trasferito in campo perché poi sennò non vinci, eh! Non vinci dalla C alla B, dalla B alla A , primo anno in A subito la qualificazione in Coppa UEFA, se non hai quel tipo di mentalità, fai fatica".
Oltre te, chiaramente, arrivarono altri calciatori abituati a ben altri palcoscenici. Se ti dico Gela, Lanciano, prima ne accennavi a questo, quanto era difficile adattarsi a quella tipologia di calcio fangoso, direi. Prima parlavamo con Bogliacino degli sputi ricevuti su certi campi.
"Sì, però Boglia fu preso dal Napoli dalla Sambenedettese e fece la semifinale play-off contro di noi proprio l'anno prima. Lui e Amodio. Quindi loro avevano assaggiato la realtà amara del calcio italiano. Venire nel Napoli era per loro un plus già. Chi già c'era invece ha cercato di dire: "Fai finta di stare a San Benedetto del Tronto, è la stessa cosa, lascia stare quello che abbiamo addosso, dimentichiamocelo per un attimo". Poi tu la differenza non l'avverti in campo, la differenza l'avverti quando stai fuori dal campo. Perché tu dici: "Ma è possibile che siamo una squadra di Serie C e abbiamo 56.000, 57.000 persone allo stadio? Possibile che andiamo in un bar e non possiamo prenderci un caffè in tranquillità perché c'hai da fare 100 foto?". Sì, perché sei là e noi secondo me chi c'era è stato bravo a trasferire a questi ragazzi la diversità di quello che accadeva fuori, non dentro. Dentro abbiamo detto: "Facciamo gli ignoranti", fuori facciamo qualcosa di diverso".
Dico un'eresia, secondo te, se dico che in quegli anni lì il San Paolo forse era ancora più caldo di una partita di questi tempi?
"No, non dici un'eresia, dici esattamente quello che si avverte oggi. Quando si parla delle tifoserie, no, per me chiaramente al mondo forse solo 2/3 tifoserie possono essere paragonate a quella del Napoli, però io perché ho vissuto quelle! Io ho vissuto quelle della C, quelle della B, ma ti dirò di più, anche quelle prima del fallimento. Erano tifosi troppo caldi, troppo, troppo, troppo. C'erano coreografie, c'erano fumogeni, c'era anche una pressione positiva. Per me era un vantaggio. Io cercavo quello. Io vado via da Ancona da capitano perché cercavo quel tipo di passione. Chiaramente poi deve essere passione e non pressione. Molto spesso tanti giocatori hanno subito la pressione di questa piazza. Non ultimo, no, abbiamo sentito l'intervista di un allenatore che è appena andato via (Antonio Conte, ndr). Strana, però va bene, non è questo il momento di parlarne".
Però pensi che qualcuno, anche a quei livelli, anche uno che ha vissuto tutto quello che ha vissuto Conte, può davvero soffrire una pressione del genere?
"Io non me l'aspetto, però questo ti fa capire quanto questa città ti coinvolge, ti prende e e determina buona parte della tua giornata, però poi ci sono caratteri e caratteri. A me è una pressione che mi ha sempre fatto paura. Sembra come se tu hai timore? No. Quando tu hai paura di un qualcosa, la rispetti, la guardi in maniera diversa. Quindi ho avuto sempre paura di deludere, quel tipo di pressione secondo me ti aiuta. Poi devi essere predisposto. Certo non si può giustificare qualsiasi cosa, eh, perché poi ci sono purtroppo tifosi o tuoi colleghi che non sono stati correttissimi. Allora, se si parla di ciò che ha subito magari Conte e il Napoli nelle ultime due settimane, lo trovo meschino. E la parola falliti, probabilmente per certa gente, gli si addice. Se poi quella parola invece è anche per altri, che in maniera costruttiva ti hanno criticato, non mi trova d'accordo. Quindi condivido l'umore del Conte infastidito, soprattutto nelle ultime due settimane, non quello del Conte pressato negli ultimi due anni".
Ti riporto invece su un tema che più ci farà sorridere perché parlavamo poco fa dell'ambiente caldo. L'apice di quell'ambiente caldo è Genoa-Napoli 0-0?
"Ma stai scherzando? Non c'è proprio dubbio".
Ma quando sei in campo lì, no, è vero, il Napoli ha provato a vincerla, ha preso un palo, Sosa ha avuto un'occasione che ancora oggi ricordiamo, però poi ad un certo punto dici: "Ah, va bene 0-0, andiamo tutti in A"?
"Ma allora quello è accaduto dopo che ha pareggiato Allegretti a Piacenza, quella punizione da 30 metri ce la ricordiamo come se fosse un gol fatto da noi perché è esploso Marassi! Un po' come Pedro per il Napoli di Conte. Ma infatti ci sono tante attinenze, anche al pullman scoperto: noi nel 2007 siamo usciti dall'aeroporto dopo 3 ore e mezzo, perché l'aeroporto era inarrivabile! E siamo usciti col pullman scoperto con più di 200, 300 mila persone a Piazza del Plebiscito. Oggi c'è il potere dei social che ti permette di far girare quei video in tutto il mondo, ma ci sono delle immagini di quella notte clamorose e quando io le ho riviste nel 2025 sul Lungomare, ho detto: "Ma ragazzi, non avete idea di quello che abbiamo fatto noi nel 2007!". Identica cosa e ti dico: quel gol di Allegretti ha fatto esplodere Marassi. La tensione di quella partita è stata grossissima. Poi io ho avuto il piacere di fare altre partite più importanti, ripeto: Benfica, Juve, Milan, Inter, ma quella... A parte che ce l'ho tatuata, quindi voglio dire non si può dimenticare! Ma quella è una partita troppo importante nella carriera penso di tutti noi".
E invece dei tuoi gol, quello che porti nel cuore?
"Io ho fatto l'ultimo gol col Napoli, il primo nonché unico gol in Serie A, l'ho fatto nella mia ultima partita con la maglia del Napoli. Col Chievo. Come a dire: si è chiuso il cerchio. Avevo ancora un altro anno di contratto, eh, però vedi, a volte il destino è clamoroso. Quella è stata la mia ultima partita poi ufficiale".
C'è un po' il rammarico che magari la stagione dopo potevi vivere anche l'Europa?
"Certo, perché poi la scelta di andar via è stata mia e mai errore fu più clamoroso. Perché vedi, a volte, la mia forza è stata sempre il carattere, è stata sempre la personalità. E a volte la personalità... Guarda, ti dico una cosa, quando si parla di un sentimento come l'orgoglio, l'orgoglio se è usato nella maniera giusta ti fa fare delle scelte straordinarie, se è usato nella maniera sbagliata ti fa fare delle scelte pessime. Io in quella circostanza l'ho usato in maniera sbagliata perché per l'orgoglio di non subire il terzo anno di Serie A, il fatto di non essere un protagonista, perché nei primi due anni di A io ero sempre il capitano, ma non ero un titolarissimo, ero considerato un po' meno. Quello per me era uno smacco, pur sapendo di avere compagni di squadra più bravi di me, perché Gargano, Blasi, Hamsik sono giocatori forti. Quindi anche forse più bravi di me e quindi ci sta che tu fai la panchina a certi giocatori, però da capitano non lo accettavo. E quello è l'orgoglio che mi ha portato poi a fare tante partite. Paradossalmente lo stesso orgoglio che poi non mi ha fatto più accettare di poter essere fra virgolette una riserva o addirittura un emarginato. Questo non lo potevo accettare e decisi di andar via, sbagliando".
Con te volevo affrontare anche il tema dei singoli che hai vissuto. Parto dagli allenatori: Ventura, Reja e (poco) Donadoni. Ci sai dire anche cosa non ha funzionato con Donadoni? E un aggettivo per tutti e tre, qualcosa che li possa inquadrare con poche parole.
"Allora, Ventura: grandissimo allenatore, stratega, era il 2004 e ho visto delle cose tecniche fatte da lui veramente tanto, tanto... Non aveva una squadra forte per poter giocare quel calcio. Noi eravamo una squadra di Serie C, sì, buona, ma non fortissima e secondo me erano idee troppo avanzate per quella che era la qualità dei giocatori che lui aveva a disposizione. Però Ventura stratega, Edy Reja: straordinario, fenomeno. Edy ha fatto Atalanta, Napoli, Udinese, Cagliari, Lecce, Brescia. Ha fatto una carriera importante, eh, le nazionali, la Croazia e la Slovenia. Edy, sulle qualità umane, ma fuori... fuori... Non esiste un voto. Ma io ho fatto anche dei litigi pesanti con lui. Quando poi tu avverti che di là c'è un padre, ti fai scivolare tutto. Vedi, il famoso orgoglio, te non puoi sopportare alcune cose e però poi siccome mi reputo un ragazzo comunque intelligente, capisci il perché una persona fa scelte e scelte. Però lui se gli devo dare un un titolo: fantastico, straordinario, straordinario".
Con Donadoni, cos'è che secondo te non ha funzionato?
"Eppure lui mi ha fatto giocare, perché lui è arrivato nelle ultime 10 partite e io ho giocato tanto con lui. Però per esempio non gli perdonerò mai la schiettezza che ha avuto nei miei confronti, perché io vado via dal Napoli per una chiacchierata fatta con lui. Lui mi chiama e mi dice: "Abbiamo preso anche Zuniga", che all'epoca io non facevo più il centrocampista, ma facevo l'esterno e quindi ero diventato l'alternativa di Maggio: un giocatore straordinario. Il Napoli prende anche Zuniga e teoricamente avrebbero dovuto essere Maggio e Zuniga che si giocavano il ruolo a destra. Invece poi cosa succede? Succede che si fanno male tutti i terzini sinistri, spostano Zuniga a sinistra e diventano uno a destra e uno a sinistra. Ma quando prendono Zuniga, io sarei diventato la riserva della riserva e non l'ho potuto accettare. Quindi se devo dire, forse la schiettezza di Donadoni in quel caso... Che oggi a distanza di anni, devo dire, è stata comunque correttezza perché lui mi disse: "Tu per me sei un giocatore troppo importante, sei un capitano, sei un leader, però io ti devo dire quali saranno le mie scelte e non voglio con te sbagliare". Fu anche onesto, però se in quel caso fosse stato meno onesto, mi avrebbe fatto una cortesia perché probabilmente stavo ancora nel Napoli!".
Marek Hamsik, il Pocho Lavezzi così giovani a quei tempi. Ti aspettavi potesse diventare Marek capitano?
"Allora inizialmente Marek no, perché vedi catapultato un ragazzo di una semplicità unica in una realtà troppo grossa. Quindi lo vedi mingherlino, faccia semplice, faccia pulita, dici: "Oddio, questo qui se lo mangiano". Poi però ti rendi conto dopo un paio di mesi che non gli vedi sbagliare un cross, un tiro, un passaggio, niente, niente. Allora ti rendi conto che sei di fronte ad un giocatore di un livello estremamente alto, poi si è costruito chiaramente fisicamente e caratteralmente negli anni. Il Pocho invece da subito ha dimostrato di avere una caratteralità fondamentale, una leadership tecnica incredibile. Da subito si imponeva anche su di me che ero il capitano che ero una figura, insomma, abbastanza emblematica, seppure aperto al dialogo, però si impostava, si imponeva. Voleva la palla, voleva giocare e alla seconda giornata a Udine poi ci siamo resi conto di quello che era capace di fare".
Si dice anche in questo periodo che McTominay, e faccio questo parallelismo proprio col Pocho, siano cambiati nello stile, nell'attitude. Secondo te Napoli cambia alcuni giocatori, cioè il Lavezzi che arrivò, il McTominay che è arrivato a Napoli, a distanza di 1-2 anni sono veramente diversi? Anche forse caratterialmente?
"Napoli ti forma, quindi ti cambia. Ma è giusto dire ti forma. Perché a volte ti cambia è inteso anche negativo, invece no, Napoli non ti dà nulla di negativo, Napoli ti fa crescere".
Faccio dei nomi, Santacroce, Russotto. Ragazzi che potevano fare una grande carriera.
"Hanno fatto meno. Santacroce e Russotto per esempio hanno fatto meno di quello che potevano fare. Sì, hanno dimostrato anche meno qui, perché sono due giocatori forti, ma proprio forti. Invece Marek e il Pocho sono stati i due giocatori più forti con i quali io abbia mai giocato".
Ti porto sull'attualità, perché tu vivi e hai vissuto il calcio con ogni ruolo e ad ogni livello. Ma qual è il problema vero, il più grosso problema che ha oggi il calcio italiano?
"Guarda, è molto semplice: far decidere di sviluppare il calcio italiano a chi sa di calcio. Parla troppa gente che con il calcio non ha niente a che vedere. Il calcio è peggiorato perché parliamo tutti di calcio. Non si può parlare così. Serve un po', consentimi un termine, nonnismo. Sapete che sono un opinionista e sento parlare gente che non ha mai calcato un terreno di gioco, non ha mai fatto neanche una partita a calcetto con gli amici, quando li sento parlare di tattica, di tecnica... Diventa strano, che non vuol dire che uno non ne possa parlare, ma non sei il depositario della cosa giusta. Io credo che l'esperienza che ha vissuto un ex calciatore non la può avere nessuno, quindi almeno di quello fateci parlare. Poi non vuol dire che ognuno di noi che ha giocato a calcio, dica una cosa giusta, ma abbiamo un dato che è importante: l'esperienza. Quindi quando parli con me, stai parlando di 35 anni di calcio vissuto, o dentro al campo o nello spogliatoio. Quindi quando tu mi dici: "No, io ho saputo che nello spogliatoio...", non è possibile, te lo dico io, non è possibile. "Eh, ma come fai a saperlo?" L'esperienza. Se parliamo di comunicazione, di giornalismo, tu mi insegnerai per forza delle cose e mi dirai, E io mi devo stare. Poi posso dire: "Però mi piace più questo o quest'altro". È come se andiamo a vedere una partita. Io e te diremo chi è che ci piace di più. Diremo quasi certamente che il giocatore più forte è lo stesso, sia il mio che il tuo. Poi però non so se tu riuscirai a dirmi cosa potrà succedere da qui a un mese a quel giocatore. Io magari posso dirlo, sbagliando meno di quello che sbaglieresti te. E oggi credo che il problema del calcio italiano sia che molto spesso a decidere sia gente che sa poco di calcio. Molto spesso i presidenti scelgono i giocatori da prendere: molto spesso. E molto spesso i direttori o gli allenatori fanno quello che non dovrebbero fare. E io credo che invece se ognuno avesse la sua competenza, secondo me si andrebbe molto meglio".
Chi vorresti sulla panchina del Napoli, visto che prima abbiamo accennato a Conte? A proposito, c'è un tuo ex compagno fra i grandi allenatori moderni... Ti aspettavi che quel De Zerbi lì facesse questa carriera?
"No, ma quando mai! Ma stai scherzando? Impossibile. Non me lo sarei mai aspettato. Tra l'altro sono un grande amico di Roberto, ma pensare che sarebbe diventato oggi fra i top five allenatori al mondo per visione... Cioè, Roberto... Non è come fa giocare la squadra, è quello che pensa di inculcare nella testa dei giocatori. È quello che riesce ad inculcare, perché poi con tutti i giocatori che lo hanno avuto, con il quale parli ti dicono: "Mai avuto una persona così!". Quindi pensare a Roberto che qua in B faceva fatica a giocare, che con Reja che giocava con un attaccante e mezzo, lui che stava fuori e faceva la panchina, i palloni che arrivavano fuori dallo stadio tutte le volte perché sbroccava e roba varia. Pensi oggi: "Ma cavoli, che visione aveva già quando ero nello spogliatoio all'epoca". Ti rendi conto che... Porca miseria, quanta strada ha fatto! Ma guarda, lui non torna in Serie A per colpa sua, eh! È lui che non si sente pronto ad accettare un calcio che in Italia è rimasto a 20 anni fa. Lui pensa: "Sono troppo più avanti adesso, non voglio tornare indietro o se devo tornare indietro, devo fare come dico io". E oggi, torniamo al discorso di prima: diventa difficile ad un competente come lui, fargli fare quello che deve fare. Non puoi fermarlo dopo una sconfitta, non funziona così".
C'è un nome che secondo te vale più degli altri in questo momento?
"Ti posso dire un nome che mi piacerebbe sulla macchina del Napoli: è Farioli, o Mancini. Sono due nomi diversi ma simili, mi piacciono molto perché si andrebbe su un calcio diverso, sai? Si parla di Allegri in questi giorni, chiaramente è come se continui sulla scia di Conte per metodologia, per tipologia e probabilmente Napoli non vuole più questo. È vero che non bisogna ascoltare la piazza, quindi non devi fare una scelta in base a quello che vuole la piazza, però è anche vero che gli umori della gente contano e alla gente a Napoli piace divertirsi".
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Siamo nell'anno del centenario, il primo agosto compirà 100 anni questo club. Cosa auguri al Napoli?
"Di fare, nei prossimi 100 anni, cinque volte gli ultimi 20 anni".
E un aneddoto, un ricordo indelebile che ti legherà per sempre al Napoli?
"Essere uno dei tre capitani che ha vinto dei campionati, perché insieme a Maradona e Di Lorenzo sono quello che ha vinto dei campionati con la fascia da capitano, seppur di Serie C e seppur di Serie B, ma sono pur sempre campionati vinti. Quindi il legame con questa città, con questa maglia è indelebile perché mi ha reso protagonista di una carriera che probabilmente non mi sarei mai aspettato".
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