Questione di appartenenza

Editoriale  
Questione di appartenenza

Questione di appartenenza. Può essere una delle chiavi del successo del progetto SSC Napoli di De Laurentiis, Carlo Ancelotti, ma non solo, ne è testimone.

Senso di appartenenza. E se fosse questa la (una delle, in realtà) chiave vincente del progetto SSC Napoli? Capace di rendere, un'annata dopo l'altra, la squadra e l'ambiente (incompresioni tifo-presidenza a parte) sempre coesi, con comuni intenti e senza mai un caso Icardi, giusto per fare un nome. Rispetto della piazza, della squadra, del progetto e della società. Da parte di tutti gli stakeholders del club. Non certo l'unica chiave vincente del progetto della società di De Laurentiis, ma sicuramente uno di quei fattori che lo differenzia da quelli delle milanesi o della Roma, giusto per fare un nome. Malumori, tensioni, liti nello spogliatoio, fischi alla squadra, calciatori fuori rosa caratterizzano le ultime annate delle tre squadre storiche della Serie A che non riescono più a spiccare il volo e tornare nell'Olimpo del campionato italiano. Dove l'unica vera antagonista della Juventus è il Napoli.

Napoli, questione di appartenenza: Ancelotti e squadra

Questione di appartenenza. Un elemento da non sottovalutare, spesso considerato banale, altre volte addirittura irrilevante nel calcio moderno. Ma nella settimana di Roma-Napoli, e soprattutto dopo il fischio finale, sembra emergere questo elemento che va sottolineato. Perché se Carlo Ancelotti vuole restare otto anni a Napoli (che poi nel calcio il futuro non si sa mai, questo è scontato) qualcosa vorrà dire. Se lo stesso si "incatenerebbe a Castel Volturno" se l'estate prossima dovessero esser ceduti KoulibalyAllan, se al termine di Roma-Napoli usa i social per scrivere che è molto soddisfatto "del carattere della mia squadra in un campo speciale come lo stadio Olimpico". Il carattere. Della sua squadra.

Certo, lo faceva già Sarri (e anche di più) al punto di creare un feeling con la tifoseria senza precedenti e un senso di appartenenza ad un obiettivo che spingeva tutti, da squadra a tifoseria, al punto di "andare a prendere il potere fino al Palazzo". E per poco non ci riusciva davvero. Che non abbia inciso anche l'appartenenza nel quasi-miracolo dei 91 punti?

Ma da Maurizio nato a Napoli e populista (nell'accezione ovviamente positiva del termine) nelle dichiarazioni degli anni in maglia azzurra te lo aspettavi, dall'ultravincente tecnico di Reggiolo che ha allenato sempre top club e al primo anno, nemmeno conclusosi, al Napoli forse no. Addirittura uno che lo conosce bene, come Billy Costacurta, ne è sorpreso del nuovo Carlo. Come se questa realtà, questa società, questa città e ovviamente questo progetto abbiano smosso nell'allenatore di Reggio un particolare senso di appartenenza, che le precedenti panchine e sfide non avevano generato in lui. Non a caso l'hanno ammesso sia la sua figlia Katia che il figlio, nonché vice-allenatore. Davide Ancelotti infatti ha svelato:

"Napoli a vita? Ci piacerebbe perché qui si sono riscoperti i valori umani, fondamentali per il nostro lavoro. Questo ha dato nuova benzina per la carriera di papà. L'ultimo anno si è visto un Carlo nuovo, non era così prima. Venivamo da un'esperienza dove la cultura tedesca scindeva il lato lavorativo da quello umano, qui non è così: per questo sta bene e sta rendendo al meglio. Il gruppo di questa squadra è speciale: arrivavano da un calcio meraviglioso, ma c'è stato un cambio di guida tecnica deciso ed hanno dimostrato disponibilità e voglia d'apprendere modi diversi di interpretare il calcio".

Non solo Ancelotti, gli azzurri e lo slogan

Se poi il tuo attaccante nativo della fredda Polonia, battuta la storica rivale giallorossa, scrive sui social: "Abbiamo conquistato Roma!" (e stavolta no, non è un errore di traduzione!), vuol dire che sa benissimo dove si trova. Conosce perfettamente cosa la piazza si aspetta. C'è qualcuno pronto a giurare non sia questo atteggiamento figlio di sentimento di appartenenza? Emblematica poi l'esultanza sul 2-1 di quel belga di Via Posillipo ormai da 5 anni e mezzo: Dries Mertens bacia lo stemma e poi va ad abbracciare i tifosi del Settore Ospiti. Gli stessi cui regalerà la maglia dopo il fischio finale, gli stessi che ormai lo chiamano Ciro.

Un ambiente e una squadra capaci di accogliere e far diventare protagonista (quasi) chiunque. Lo è stato nelle ultime settimane Amin Younes, quale migliore esempio di chi, su Napoli, ha cambiato idea dopo mesi di misteri. Adesso appartiene e si sente protagonista di un gruppo solidissimo, che lui stesso rivendica su Instagram con uno scatto di squadra e quel "TEAM" in maiuscolo che vuol dire tanto.

Fondamentale è infine avere sempre un obiettivo concreto per cementare il tutto. Con Sarri era lo scudetto ad ogni costo e con le "11 facce di ca**o" pronte a tutto, con Ancelotti, dopo il Napoli delle grandi notti Champions, in questa fase della stagione è la vittoria dell'Europa League. Il motore che muove e mantiene tutti concentrati e sul pezzo. "Vogliamo vincere un trofeo, lo meritiamo", quante volte riecheggia questa frase ad ogni intervista degli azzurri? Un Napoli che da Ancelotti in primis fino ai singoli della rosa ha capito a pieno come far breccia nel cuore dei tifosi e affrontare col giusto mood l'avventura napoletana. Certo, se poi lo slogan sdoganato e utilizzato da tutti gli azzurri e Ancelotti, sui social e non solo, è, come direbbe il tifoso classico partenopeo, #ForzaNapoliSempre diventa tutto più semplice... Questione di appartenenza.

di Manuel Guardasole

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