di Claudio Russo – twitter:@claudioruss
"I don’t wanna be a star / But a stone on the shore" (James Blake - Overgrown)La missione di Rafa Benitez, a Napoli, è iniziata ormai da un anno, otto mesi e 15 giorni. Oppure 88 settimane e 4 giorni. Oppure 620 giorni in tutto, fate voi. Potrebbe finire nel giro di tre mesi e mezzo, oppure continuare ancora. Questo, al momento, è impossibile da sapere.
Più facile da conoscere, tuttavia, ciò che Rafa Benitez è per questo Napoli. Quello che ha dato, quello che darà, e soprattutto quello che lascerà. Alla fine tutte le avventure finiscono, anche Maradona lasciò la maglia azzurra e tutti quanti lo ricordano con il sorriso. Andrà via anche Benitez, un giorno.
Sì, ma cosa lascerà Rafa a Napoli? Un ricordo bello, per i due trofei al momento vinti e le tante emozioni vissute in campionato ed in giro per l'Europa? Oppure quella sottile amarezza nel non poter esser mai riusciti ad intaccare lo strapotere della Juventus tra mosse di mercato non attuate da Aurelio De Laurentiis e qualche azione offensiva mai concretizzata e poi pagata a fine match?
Al suo arrivo a Napoli, la sala stampa di Castelvolturno gremiva di giornalisti provenienti da tutta Europa: qualcosa di mai visto, sinceramente. Tutti guardavano Rafa con curiosità e cercavano di carpire quante più informazioni possibili. Un professionista vincente, ma anche un uomo aperto a tutto come dimostra la sua attività...promozionale del territorio tra gli scavi di Pompei, la Reggia di Caserta ed il Cristo Velato. Senza la pretesa di ergersi a paladino di Napoli, ma voglioso di trasmettere una immagine diversa da quella da sempre accostata alla città.
Tracciando un bilancio dell'era Benitez sulla panchina azzurra, non si può menzionare la sua idea di calcio che ha mandato all'inferno decine e decine di opinionisti alla ricerca della frase negativa da proporgli o del carretto dei vincitori sul quale salire dopo una vittoria salvo affermare che Rafa, quando vince, si è italianizzato e quando perde è un intoccabile sul quale riversare tonnellate di veleno. Alla faccia dell'equilibrio da sempre professato dallo spagnolo e talvolta mancato anche nel 4-2-3-1 che in tanti hanno cercato di modificare senza riuscirci.
A differenza di Mazzarri, accentratore se ne esiste uno, Benitez nella sua 'mission' napoletana si è prefissato l'obiettivo di far crescere la società e l'ambiente, non solo quello (giusto) di provare a vincere: i primi lavori a Castelvolturno per abbellire un centro sportivo creato in pochi anni e non certo al livello di Melwood o Cobham, il continuo riferirsi ad un futuro della SSC Napoli che vada avanti a prescindere da lui (un modo, elegante, per preannunciare l'addio? Chissà), l'internazionalizzazione di un brand in crescita tramite la figura di un allenatore conosciuto in tutto il mondo al quale bisogna dare il merito di aver portato a Napoli calciatori di altissimo livello dal Real Madrid (chi avrebbe pensato che avremmo potuto acquistare Higuain? Chi alza la mano dice una bugia). Una crescita totale, anche dal punto di vista della bacheca societaria che nel giro di una stagione e mezza ha visto il conto dei trofei aumentare del 20% (da 10 a 12).
Certo, Benitez non è perfetto. E' chiaro a tutti, e forse lo sa anche lui. Ma il suo arrivo a Napoli è corrisposto ad una ventata di novità che in città, nell'ambito sportivo, forse non si è mai respirata. Il suo sorriso e la sua disponibilità nei confronti di tutti, o quasi tutti, sono quasi unici. L'impatto di Rafa è andato oltre il semplice rettangolo di gioco, e va oltre il suo ruolo di allenatore. Ostinatamente in direzione contraria alle critiche feroci di salottini televisivi e tifosi che non si rendono conto di vivere la seconda migliore era di tutta la storia del Napoli. Un'era che ad oggi ha portato 2 trofei in 620 giorni quando, in tutta la storia, la società ne aveva vinti 10 in 31709 giorni, oppure 4529 settimane e sei giorni, o semplicemente 86 anni, 10 mesi e 19 giorni. Un'eternità.
Rafa Benitez resterà oppure no? La domanda troverà risposta tra un po' di tempo, ma è impossibile non cedere all'idea di un futuro ancora in compagnia di Rafa. In compagnia di una sensazione di modernità e di qualcosa di avveniristico se comparato all'ambiente Napoli. Qualcosa di futuribile e di evoluto che, tradotto in campo, ha regalato finora una squadra divertente da vedere e con una idea precisa e coerente di gioco a metà strada perfetta tra la fantasia sfrenata (in attacco, ad esempio; un po' meno in difesa) e la sperimentazione controllata (la crescita di alcuni giocatori è visibile). Parafrasando James Blake, 'time passes and the constants stay': il tempo passa e le costanti restano, un po' come l'impronta che Benitez ha dato al Napoli in un periodo quantomeno di crescita. Bisognerà poi capire come verrà gestito il post-Rafa, quando arriverà il momento. A quel punto la società e l'ambiente tutto dovranno fare i conti con la loro, di crescita.
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