Emanuele Calaiò sta scontando una squalifica che durerà fino al 31 dicembre, intanto si allena a Collecchio. «Devo ringraziare tutta la società, il direttore Faggiano, il tecnico D’Aversa perché mi danno la possibilità di lavorare dal martedì al sabato con i compagni, ora che ho i weekend liberi posso apprezzare ancora di più il tempo con i miei figli e la mia famiglia. Hanno sofferto anche loro», racconta a Tuttosport.
Come si sta davanti alla tv?
«Sto vivendo male, perché non è facile: sai che devi stare fermo 5 mesi per qualcosa che non hai fatto, in più hai la coscienza a posto. E’ dura, non lo nego. Devi trovare stimoli per far passare il tempo sapendo di non giocare la domenica, e ti devi allenare. La prendo come se avessi un infortunio di cinque mesi. Però mi aiuta pensare a gennaio, immaginare come sarà ritornare a giocare. La verità è che mi sento un ragazzino, come se fosse la mia prima stagione nei professionisti, penso a quello. Voglio finire la carriera, ancora due anni, come l’avevo iniziata: dimostrerò a tutti che non sono finito. Gli acciacchi ci sono, sì: ma non mi fermeranno. Che sia in Serie A o in Serie B».
Perché potrebbe lasciare Parma?
«Sono nelle mani del direttore, della società e dell’allenatore. Per me sarebbe bello finire la carriera a Parma, vorrei restare. Sono stato protagonista della cavalcata in Serie A, però capisco il club: ha investito sui giovani, ha ambizioni. Non ho ancora parlato con loro, in questo momento hanno altro a cui pensare. E’ presto per ragionare su gennaio: a metà dicembre magari ci troveremo attorno a un tavolo e ne parleremo. In ogni caso io questa piazza non la dimenticherò mai e se ci sarà l’opportunità di rimanere in questa famiglia in futuro ne sarei lieto, anche dopo la carriera da giocatore: mi hanno sempre detto che per la porta sarà sempre aperta e posso solo ringraziare».
Cosa l’ha ferita di più in questi mesi?
«Ho alle spalle una splendida carriera ventennale, disputata con la massima professionalità: più di 200 gol, tanti tra A e B, volevo chiudere nel migliore dei modi. Non mi sta bene di passare per un criminale a causa di un’ingenuità. Non sono mai stato un criminale, non sono mai stato coinvolto in brutte storie, mai. Nemmeno in un processo. Invece sono finito in prima pagina come un criminale. La cosa più dura è stata dovermi giustificare con i miei figli a causa del chiacchiericcio che si crea. La gente non si rende conto: è stata un’estate difficile, per me e per la mia famiglia. Il danno morale è quello che ferisce. Ma ho la coscienza a posto».
C’è stato un momento in cui ha pensato di mollare tutto?
«Sì. Più di una volta ho pensato di dire basta. A volte ero positivo, in altre occasioni mi facevo prendere dallo sconforto e dalla rabbia. Sentire tanti opinionisti, anche ex giocatori, che si pronunciavano senza conoscere me e senza conoscere i fatti mi dava fastidio. Ho anche detto: non ce la faccio più. Ma nella mia testa il più delle volte pensavo: “Io non ho fatto niente, devo dimostrare che posso tornare a giocare a calcio e togliermi delle soddisfazioni”. Sono un professionista, la mia famiglia mi ha dato un certo tipo di educazione e la mia carriera parla per me. Sono stato capitano, leader, tanti giovani mi hanno preso come esempio. Cancellare tutto questo sarebbe ingiusto. A chi punta il dito contro di me dico solo questo: informatevi prima, scoprirete che tipo di uomo sono».