C’è stato un tempo, neanche troppo lontano, in cui la differenza di fatturati tra Juventus e Napoli non era questa, quasi del triplo: le coppie gol della prima sfida allo Stadium, 1 aprile 2012, in fin dei conti erano Vucinic-Borriello contro Cavani-Lavezzi. Vinse la Juve 3-0, dando inizio a una serie positiva ancora aperta: come la Roma, anche il Napoli che stasera torna a Torino per la semifinale di andata di Coppa Italia, ha sempre perso allo Stadium. Peccato per la Juve, che quella di stasera sia di fatto la sua ultima grande partita (italiana) nel fortino: ci sarà ancora la sfida col Milan, ma le prime cinque inseguitrici hanno già versato tutte il loro obolo a Torino.
Massimiliano Allegri si giocherà la possibilità di fare tripletta consecutiva in Coppa Italia al ritorno al San Paolo: l’eventuale finale sarebbe in casa di Roma o Lazio. E anche lo scudetto, che a tutti sembra già così vicino, deve pur sempre essere timbrato da un altro passaggio a Napoli e poi a Bergamo e a Roma, sponda giallorossa: le principali avversarie dei bianconeri possono dare ancora un senso diverso alla loro stagione. Ma il Napoli in particolare deve (ri)cominciare a farlo qui, nel suo ultimo Stadium stagionale: la squadra di Sarri ha perso il primo scontro diretto colpita al cuore da Higuain (ora è a secco da due partite), ma soprattutto ha perso sabato contro l’Atalanta. Se la Champions col Real sembra compromessa, allora questa Coppa Italia per gli azzurri ha ancora più valore.
«Affronteremo un Napoli che sarà molto rabbioso — premette Allegri —. Non è che in tre giorni abbiano perso tutto quello che hanno fatto di buono in questi due anni, quindi sarà una partita complicata. Visto che giochiamo la prima in casa, la cosa più importante è non prendere gol». La stessa frase, Max l’aveva pronunciata alla vigilia della sfida col Porto, anche se quella era in trasferta. La sostanza in effetti non cambia: nelle nove vittorie di fila che la Juve ha centrato dopo la debacle di Firenze ha subito appena due gol.
Il segreto tecnico di questa ulteriore solidità si spiega per Allegri con «l’aumento delle linee di passaggio». Insomma prima di arrivare in zona gol l’avversario deve superare almeno un livello in più, dato che la Juve ha quattro attaccanti che ripiegano e accorciano in copertura. Oltre a due mediani davanti alla difesa. E oggi, con Lichtsteiner e Asamoah, Max potenzia anche le corsie esterne. L’altro fattore chiave è il turnover, mai così massiccio. E qui la differenza col Napoli di Sarri ritorna prepotente. Oggi, alla terza partita in sei giorni, Allegri può permettersi sia di fare battute sul suo futuro al Barcellona («Ho faticato a imparare l’italiano, figuriamoci lo spagnolo. Però me la cavo col torinese») sia di dire che «se faccio giocare sempre gli stessi, alla fine siamo destinati a morire». Una punzecchiatura quest’ultima, anche se involontaria, al collega, in silenzio stampa e in rotta col presidente De Laurentiis. Da una parte rientrano Khedira (per Marchisio) e Dybala (per Sturaro) nelle posizioni chiave. E la Juve gioca con la formazione migliore, Buffon a parte (e forse anche Bonucci). Il Napoli invece potrebbe (ma il condizionale è d’obbligo) anche fare a meno di titolarissimi come Hamsik, Callejon e uno tra Insigne e Mertens, con Rog, Giaccherini e Pavoletti/Milik nella mischia. Perché sabato, per lo scaramantico Sarri — che convoca il baby Milanese per non avere un numero dispari di giocatori al seguito — c’è la Roma. E tra 7 giorni il Real Madrid. L’ultimo Stadium però va maneggiato con cura. Estrema.