Il quarto Internazionale ITF Pozzuoli, torneo da 30mila dollari, si chiude con il sorriso di Melios Efstathiou. Il cipriota, 27 anni, batte Leonardo Rossi 6-2 7-6(3) e conquista il secondo titolo ITF della stagione, dopo quello ottenuto a Heraklion.
Sul campo che al Tennis Club Pozzuoli chiamano âCapriâ, il tennis ha trovato per una settimana una dimensione che va oltre il risultato. Un nome evocativo, certo, ma anche la fotografia di una struttura che non vuole più essere soltanto il luogo nel quale si gioca a tennis. Vuole diventare un luogo nel quale il tennis accade, cresce, porta persone, giocatori, attenzione e ambizioni.
Il cipriota conquista il quarto Internazionale ITF battendo Leonardo Rossi. Ma il vero successo è quello di un circolo che porta cinquemila persone al torneo, cresce ogni anno e trasforma la resilienza dei Campi Flegrei in una scelta concreta: non fermarsi, alzare lâasticella, chiedere alle istituzioni di costruire insieme il futuro.
à il suo giorno. Ma è anche il giorno nel quale Pozzuoli si accorge che la scommessa cominciata qualche anno fa non assomiglia più a una scommessa. Assomiglia a un progetto.
Efstathiou ha vinto perché ha saputo interpretare la finale con la lucidità necessaria. Nel primo set ha imposto ordine e profondità , togliendo a Rossi il tempo per trasformare la propria aggressività in una chiave offensiva efficace.
Il 6-2 iniziale sembrava raccontare una partita destinata a chiudersi rapidamente.
Rossi, però, ha cambiato ritmo e atteggiamento. Classe 2002, già tre titoli ITF in carriera â Hurghada, Monastir e Rognac, tutti sul cemento â lâitaliano ha cominciato a trovare maggiore precisione e soprattutto una diversa capacità di stare dentro gli scambi.
Il quarto game del secondo set è diventato il cuore della finale. Un quarto dâora di tennis nel quale Rossi ha avuto più volte la possibilità di spezzare lâequilibrio, senza però riuscire a trasformare la pressione in un break. Efstathiou ha resistito. Sul 5-3 sembrava tutto finito. Rossi ha invece trovato la forza per difendere il proprio servizio, strappare quello del cipriota e portarsi sul 6-5. La finale poteva cambiare padrone. Non è successo.
Efstathiou ha ritrovato nel tie-break la misura che aveva mostrato per tutta la settimana. Rossi è partito avanti 3-1, poi un doppio fallo e qualche errore hanno spostato definitivamente lâinerzia. Il cipriota ha chiuso 7-3. Titolo. Secondo della stagione. Secondo della carriera.
«à senza alcun dubbio la vittoria più importante della mia carriera».
Efstathiou non ha avuto bisogno di costruire una celebrazione intorno al successo. Ha raccontato piuttosto il tennis che gli ha permesso di arrivarci: variazioni, pazienza, backspin di rovescio, capacità di aspettare il momento giusto per attaccare. Una strategia perfettamente leggibile nella finale.
«Questo posto è fantastico, come l'accoglienza che mi hanno riservato per tutta la settimana. Una gioia e luoghi che porterò sempre con me».
Rossi ha invece restituito alla partita la sua dimensione più onesta. Il rammarico per non aver giocato il proprio miglior tennis, ma anche il riconoscimento della qualità dellâavversario.
«Non ha regalato nulla e per tutto il match ho avuto la sensazione che per fare il punto bisognasse sfondare».
à una frase che racconta bene Efstathiou e, insieme, racconta la finale.
Per arrivare allâultimo atto Rossi aveva superato Bilardo, Stanisavljevic, Sakellaridis e McHugh. Efstathiou aveva eliminato Bove, Tammaro, Andaloro e Moroni. Due percorsi diversi, la stessa destinazione. E per il cipriota anche un altro dato significativo: a giugno aveva raggiunto il best ranking al numero 638 del mondo. Pozzuoli gli regalerà un altro passo avanti.
Câè poi una piccola storia dentro la storia. Pozzuoli sembra avere sviluppato una particolare capacità di accompagnare i giocatori verso qualcosa di importante. Alla prima edizione Arthur Fery aveva perso la finale contro Francesco Forti. Due mesi fa, lo stesso Fery è arrivato fino alla semifinale di Wimbledon.
Efstathiou, prima di arrivare in Campania, aveva conquistato a Heraklion il suo primo titolo dellâanno. A Pozzuoli ha trovato il secondo. Non è riuscito invece a completare la doppietta nel doppio, dove insieme al connazionale Eleftherios Neos ha raggiunto la finale prima di arrendersi agli inglesi Emile Hudd e Aidan McHugh, vittoriosi 7-6 6-2. à un dettaglio che dice molto del livello raggiunto dalla manifestazione: Pozzuoli non è più soltanto una tappa nella quale arrivare e giocare. à diventata una tappa nella quale succede qualcosa.
Il dato più importante, forse, non è sul tabellone. Sono le cinquemila persone che hanno attraversato il Tennis Club Pozzuoli durante la settimana. Cinquemila persone significano pubblico, ma anche appartenenza. Significano che un torneo internazionale è riuscito a diventare un appuntamento per una comunità che lo riconosce come proprio.
Antonio Laezza, presidente del Pozzuoli, non nasconde lâorgoglio.
«Almeno 5mila persone hanno vissuto la nostra settimana, apprezzandone la qualità e la crescita della nostra struttura».
Ma la parte più interessante arriva subito dopo. Perché lâorgoglio, a Pozzuoli, non coincide con lâappagamento.
«Ciò non vuol dire che siamo appagati ma alzare l'asticella vuol dire poter contare non solo sulla straordinaria disponibilità degli sponsor che ci hanno accompagnato anche quest'anno, ma su una concreta e fortissima vicinanza da parte delle istituzioni».
à qui che il quarto Internazionale diventa il punto di partenza di una discussione più grande. Un club può avere idee, entusiasmo, capacità organizzativa. Può dimostrare di saper costruire un evento internazionale. Ma per fare il salto successivo serve una programmazione.
Laezza lo dice con chiarezza. In unâannata complessa, allâamministrazione comunale non si poteva chiedere molto più della vicinanza e del sostegno umano. Ma adesso bisogna pensare al futuro.
«Nel prossimo futuro speriamo tuttavia di poterci sedere al tavolo di una programmazione che preveda una sinergia molto più ampia».
La ragione è semplice.
«D'altronde veicoliamo il nome di Pozzuoli nel mondo della racchetta: farlo insieme, da tutti i punti di vista consentirebbe di triplicare almeno la nostra spinta».
Non è una richiesta di riconoscimento. à una richiesta di collaborazione. Perché quando una manifestazione porta migliaia di persone, giocatori internazionali e il nome della città fuori dai suoi confini, la crescita del torneo diventa anche una possibilità per il territorio. Il campo âCapriâ può essere bello quanto un piccolo impianto da Challenger americano. Adesso Pozzuoli chiede di poter pensare con la stessa ambizione. Il tema della settimana era la resilienza. Una parola che, soprattutto nei Campi Flegrei, rischia facilmente di diventare retorica se non viene accompagnata dai fatti. Qui i fatti sono stati semplici. Il territorio continua a convivere con la paura e lâincertezza dello sciame sismico. Il Tennis Club Pozzuoli avrebbe potuto fermarsi. Avrebbe potuto rinunciare, rimandare, aspettare tempi più semplici. Ha scelto di fare il contrario. Ha organizzato un torneo internazionale. Ha accolto giocatori e pubblico. Ha portato cinquemila persone dentro il circolo. Ha tenuto insieme competizione e territorio. E Angelo Chiaiese, presidente della Federtennis e padel Campania, lo ha riconosciuto durante la premiazione.
«L'intero movimento che rappresento glielo deve. In qualsiasi altra città , in qualsiasi altra tappa del circuito internazionale, dinanzi alla minaccia pericolosissima del perdurante sciame sismico gli organizzatori si sarebbero fatti da parte. Non loro che hanno già dimostrato in più occasioni di essere un motivo di vanto per il tennis della nostra terra».
Il punto non è soltanto aver resistito. à aver continuato a fare bene. Chiaiese ha sottolineato il livello tecnico della finale e ha inserito Pozzuoli dentro una Campania che, con il Challenger di Napoli e gli Internazionali femminili di Caserta, sta costruendo una presenza sempre più riconoscibile nel tennis internazionale. Per capire davvero questa storia bisogna tornare al 2019. Il Tennis Club Pozzuoli nasce dallâintuizione di Antonio Laezza, Roberto Sorrentino e Sandro Lupi. Intorno a quellâidea, allâinizio, non mancava lo scetticismo. Era comprensibile.
Un torneo internazionale non si improvvisa. Una struttura non cresce soltanto perché lo desidera. Servono persone, competenze, risorse, organizzazione e soprattutto la capacità di ricominciare ogni anno con qualcosa in più. Loro hanno scelto di provarci. Oggi, quattro edizioni dopo, il risultato è davanti agli occhi. Il torneo ha una propria identità . I giocatori lo riconoscono. Il pubblico risponde. Gli sponsor partecipano. Lâorganizzazione funziona. Quella che nel 2019 poteva sembrare una sana follia oggi è diventata una realtà capace di guardare oltre. Una manifestazione del genere non si costruisce soltanto attorno ai due giocatori che arrivano in finale.
Câè il lavoro del referee Riccardo De Biase. Câè il tunisino Karim Khalfallah, arbitro dellâultimo atto. Câè Vincenzo Garbato, maestro FITP e direttore tecnico del Pozzuoli, chiamato a coordinare giocatori, ball boys e giudici di linea. Ci sono gli sponsor, i collaboratori, i ragazzi che lavorano sui campi. E ci sono Laezza, Sorrentino e Lupi. Ruoli diversi, una stessa direzione. à questa, in fondo, la parte invisibile delle manifestazioni che funzionano: quando tutto sembra semplice, significa che qualcuno ha lavorato perché lo fosse. Efstathiou torna a casa con un titolo e con un altro passo verso il tennis che conta. Rossi riparte da una finale che conferma la solidità del suo percorso. Hudd e McHugh aggiungono il titolo di doppio a una settimana internazionale di alto livello.
Pozzuoli, invece, si ritrova con qualcosa di più difficile da mettere in una bacheca. Una reputazione. E una responsabilità . Perché cinquemila persone non sono soltanto il bilancio di una settimana riuscita. Sono la prova che il torneo ha trovato un pubblico. E un pubblico, quando arriva, chiede inevitabilmente che la storia continui. Il quarto Internazionale ITF non è dunque un punto dâarrivo. à il momento nel quale Pozzuoli può smettere di chiedersi se sia capace di pensare in grande. Lo ha già dimostrato. Adesso deve capire quanto può diventare grande. La resilienza, alla fine, non è soltanto resistere a ciò che accade. à continuare a costruire mentre accade. E a Pozzuoli, per una settimana, il tennis ha fatto esattamente questo. Il trofeo lo ha alzato Efstathiou. La sfida più grande lâha vinta il Tennis Club Pozzuoli.