Con il trascorrere degli anni sono aumentati gli acciacchi («Dopo che stamattina mi lamentavo al telefono con Confalonieri per un fastidio alla caviglia, Fedele mi ha risposto: Silvio, se alla nostra età non avessimo male a qualcosa significherebbe che siamo morti»), ma non l’abitudine di spronare il Milan con gli slogan: «Alla squadra ho ripetuto che chi crede vince». «C’è un po’ di mestizia in questo anniversario» ammette Silvio Berlusconi che, nella sala-conferenze di Milanello, celebra il trentennale dell’acquisto della società rossonera. I tempi della grandeur sono lontani, offuscati dall’avanzata di club che hanno per proprietari produttori di materie prime. Quindi, nonostante il presidente guardi al Barcellona come modello («à la squadra che da sempre più mi diverte»), nemmeno si permette il lusso di sognare uno dei suoi campioni: «Mi piacciono anche i giocatori del Real ma non mi abbandono a questi appetiti perché certe star hanno quotazioni impossibili». Di qui la necessità di costruire una squadra completamente italiana. «Peccato che con i tanti stranieri in giro, non siano disponibili attaccanti italiani di qualità ...». Galliani, dalla prima fila, bisbiglia: «Presidente, Balotelli è italiano...». Allora Berlusconi si corregge: «Ah sì, abbiamo Balotelli che lo è anche se ha preso troppo sole...». Berlusconi trattiene a fatica lo spirito critico verso Mario. «Ha attitudini tecniche e atletiche straordinarie ma dovrebbe tagliarsi il ciuffo e tenere una posizione adeguata. Gliel’ho detto mille volte: perché diavolo giochi sempre nella nostra metà campo? Mihajlovic ha voluto che tornasse: mi ha assicurato che se Mario non si fosse comportato bene l’avrebbe portato in camera e lo avrebbe riempito di botte. Vuole le mie guardie del corpo, gli ho proposto: faccio tutto da solo, mi ha risposto».