Pepe Reina, ex portiere del Napoli tra il 2013 e il 2018, ha rilasciato una lunga intervista al podcast spagnolo "Offsiders" e tra le altre cose ha ripercorso i passaggi chiave della sua esperienza in azzurro, confessando tutto il suo amore per la città.
L'intervista a Pepe Reina comincia così: "Napoli è stata la città in cui io e la mia famiglia ci siamo trovati meglio. Voglio dire: lo stile di vita è completamente diverso, è una città davvero unica. Devi accettarlo per quella che è, e ciò che significa essere un calciatore a Napoli, è proprio su un altro livello, un livello completamente diverso da qualsiasi altro posto".
Reina ha parlato innanzitutto di Benitez: "Certamente Rafa Benitez è stato il mio padre calcistico, quello che mi ha dato la vera opportunità di competere ai massimi livelli e quello che ha creduto di più in me, perché ha continuato a credere in me anche al Napoli. Quando è andato al Napoli, beh, ero uno dei suoi giocatori preferiti e di cui si fidava di più, e gli sarò eternamente grato, ovviamente".
L'arrivo al Napoli nell'estate 2013: "Il Liverpool mi comunicò che dovevo andarmene e che sarei stato ceduto perché ero il portiere più anziano in rosa e anche quello che guadagnava di più. Fu allora che si presentò l'opportunità di andare a Napoli in prestito. Non sapevo nulla di Napoli. Certo, sapevo che esisteva come città perché nel 2003 ci ero andato in crociera con mia moglie e mi ero innamorato della città, della sua storia, l'atmosfera un po' andalusa, vivace, con gente sfacciata. All'epoca ci scattammo una foto allo Stadio San Paolo che conservo ancora oggi, con mia moglie sulle spalle".
Una storia incredibile legata a Napoli: "Non ci crederete, ma vi racconto questa storia e vi giuro sui miei figli che è vero. Quando visitai Napoli in crociera nel 2003 conobbi un tassista che mi accompagnò in giro per la città. Gli avevo promesso una maglia del Villarreal ma tra una cosa e l'altra non ero mai riuscito a inviargliela. Così quando arrivai al Napoli da giocatore chiesi dove avrei potuto ritrovare quel tassista, il suo nome era ndovinate un po'? Il responsabile dei tassisti che lavorano per i calciatori del Napoli era il figlio di quel tassista! Io non ci potevo credere, invece era tutto vero. Andai a casa sua e gli consegnai quella maglia dieci anni dopo. È stato magico, pazzesco".
Il rapporto con la città e con i tifosi napoletani: "Era chiaro che significava qualcosa, era destino. Non a caso Napoli è stato il posto dove ci siamo trovati meglio in termini di vita. Certo, Napoli è una città particolare, devi accettarla così com'è. Non puoi pensare che sono troppo fastidiosi né che sono troppo gentili, sono fatti semplicemente così. Per cui ci saranno momenti in cui ti senti completamente a tuo agio e momenti in cui lo troverai un po' invadente, ma fin dal primo giorno ho avuto la sensazione che mi avrebbero dato tutto, perché sono persone di cuore e che amano il calcio. Lì il calcio è pura religione. Per questo essere un calciatore del Napoli è diverso, completamente diverso dal resto.
Il modo in cui vivono, il modo in cui ti trattano... se le cose vanno bene, lì ti trattano come un Dio. Ti viziano davvero. Mi hanno fatto certi regali... ogni lunedì mi arrivavano frutta e verdura a casa. Ma anche pesce. Vai al ristorante e ti trattano come un Dio. Poi c'è il sole, il mare, la gente è calorosa. Io sono del Sud della Spagna e ci sono abituato perché siamo molto, molto simili. Napoli è una città viva. Si crea un vero legame con la gente. Certo se perdi la domenica, la città è triste, ma se vinci una partita importante, la gente è davvero più felice. Perfino l'economia si muove di più".
Il prestito al Bayern Monaco nella stagione 2014-15: "Ritornai al Liverpool perché De Laurentiis non voleva pagare quello che chiedevano per il riscatto. E così il Bayern mi acquistò dal Liverpool. Considera che venivamo da Napoli, che è l'esatto opposto di Monaco di Baviera. Lì la gente è meno allegra, è più... tedesca! Non ti aiutano molto, sono concentrati più su sè stessi. Ma è stata comunque un'esperienza formativa. Però stare in panchina non faceva per me".
Il ritorno a Napoli e gli anni con Maurizio Sarri in panchina: "Il Napoli stavolta decise di pagare la somma che non avevano voluto pagare l'estate precedente, perché venivano da una stagione negativa. Fu Benitez a chiedere di riportarmi a Napoli, ma poi andò via ed arrivò Sarri. Con lui siamo stati tre anni e ogni anno è andato meglio di quello precedente. Quella squadra giocava d'istinto, è stato incredibile, giocavamo benissimo, avevamo dei veri automatismi.
Quel gioco di Sarri è diventato un po' un modello per me, penso sia uno stile di gioco savvero piacevole in termini tattici e di approccio. Lui era diverso dagli altri allenatori, implementava la linea difensiva in modo un po' particolare perché rifiutava categoricamente la marcatura a uomo. Con Sarri era tutta marcatura a zona basata sul possesso palla. Oggi invece si fa tutto uno contro uno. Eppure con quel gioco segnammo 17 gol da calcio d'angolo, quindi ha funzionato bene per noi.
Avevamo Mertens, Callejon, Insigne, Jorginho, Mario Rui... su undici titolari, sette erano bassi e tre alti, però mettevi la palla lì dove la dovevi mettere e a quel punto l'altezza non contava più, perché diventava un discorso di tattica. Bisognava impegnarsi molto in allenamento per apprendere certe tecniche e in quella squadra non avevamo top-players. Solo Higuain lo era, ma anche lui doveva impegnarsi molto in allenamento. Il pressing degli attaccanti diventava fondamentale in quel tipo di gioco".