Stefano Brondi, ex allenatore di Pavoletti all'Armando Picchi, è intervenuto a "Fuori Gara": "Immaginare che Pavoletti potesse arrivare in nazionale era difficile, di sicuro quando era piccolo già sembrava calciatore vero, non c'è voluto tanto per capire che avesse qualità rare per l'età che aveva e che l'avrebbero portato, poi, a fare il professionista. La dote principale era il coraggio. Pavoletti rischiava qualsiasi cosa pur di arrivare su una palla, tecnicamente era bravo per le caratteristiche fisiche che aveva. Superficialmente poteva sembrare macchinoso ma non era così. In area di rigore era immarcabile. La prima volta che l'ho visto ha fatto un gol che a quell'età pochissimi giocatori avrebbero fatto: è saltato di testa su una palla facendo gol e ricevendo anche un cazzotto. Quello è stato un lampo, ho avuto la sensazione di aver visto qualcosa di importante. Eravamo in Serie D e dopo quel gol lo portai in prima squadra, all'età di 17 anni. Sono molto contento che Leonardo sia andato al Napoli, la squadra che gioca il miglior calcio in Italia, perfetta per un calciatore che ha le sue caratteristiche. Secondo me per crescere ulteriormente deve migliorare nell'appoggio al gioco. In area è sempre stato estremamente forte quando c'era da concludere, anche in acrobazia, mentre ho cercato di farlo crescere nelle sponde, nella copertura della palla. Se perfeziona queste caratteristiche diventa il più forte attaccante italiane. Pavoletti non gioca bene con una punta accanto, è nato per fare la punta nel 4-3-3, proprio come il modulo di Sarri. Se la nazionale italiana ha bisogno di un centravanti vecchia maniera Pavoletti è l'ideale, nessuno è come lui. Per me è più bravo di Pellè. Guardiola vuole lasciare perché non c'è più spazio per il talento. Vanno avanti gli allenatori che hanno alle spalle gli sponsor, si regalano patentini. Ad esempio è impensabile che Sarri sia arrivato in Serie A così tardi".