Lorenzo Insigne, attaccante del Napoli, dalle pagine di Players' Tribune scrive una lunghissima lettera d'amore verso il suo Napoli, raccontando i suoi inizi, le sue emozioni, le sue passioni. Ve la proponiamo qui di seguito.
"Inoltre io volevo un paio di scarpe in particolare: le R9. Erano le scarpe del Fenomeno, Ronaldo. Ve le ricordate? Di colore argento, blu e giallo. Una vera icona: Ronaldo aveva appena giocato il Mondiale del ’98 in Francia con quelle scarpe e io non parlavo d’altro.
“Papà, per favore, ti prego, prendimi le scarpe di Ronaldo”.
Ogni giorno. Ogni santo giorno.
“Per favore papà, le scarpe da calcio!”
A ripensarci ora, lui probabilmente mi avrebbe strozzato perché l’unico giocatore di cui mio padre voleva sentir parlare era Maradona. Io sono cresciuto col mito di Diego, sentendo parlare della sua grandezza, e ovviamente lui era una leggenda a livello mondiale…
Ma a Napoli?
A Napoli?
Beh a Napoli Diego era come un Dio. Mio padre voleva che io prendessi delle semplici scarpe da calcio nere come quelle che indossava Maradona. Avete presente, no? Ma io non lo avevo visto giocare, ero troppo piccolo e gli rispondevo: “No papà, non hai capito. Ronaldo è il migliore”.
Mi dispiace papà! Mi dispiace Diego!
Mio padre era un grande tifoso del Napoli, ovviamente Ronaldo giocava nell’Inter in quegli anni e spesso faceva piangere i tifosi azzurri. Io però ero solo un ragazzino ed ero ossessionato da queste scarpe. Così una sera, completamente a sorpresa, mio padre mi disse: “Vieni, andiamo a fare compere”.
Gli chiesi perché.
Lui rispose: “Andiamo a prendere le tue scarpe da calcio”.
Mio padre sicuramente non aveva soldi da sprecare in cose futili, ma in qualche modo era riuscito a trovarli per me e io non so spiegarvi l’emozione che sentivo quella sera, mentre camminavo con lui e con mio fratello più grande per cercare quelle scarpe nei negozi di articoli sportivi dell’intera città.
Il primo negozio non le aveva.
Il secondo negozio non le aveva.
Il terzo negozio le aveva, ma non le aveva del mio numero.
Abbiamo camminato praticamente per tutta Napoli.
Le abbiamo cercate in altri quattro o cinque negozi, senza risultati. Mi ricordo che stava diventando buio e io ormai avevo perso le speranze. Finalmente, quasi all’orario di chiusura, abbiamo trovato il negozio che aveva le scarpe R9, e le aveva della mia misura.
Sono sicuro che questo ricordo mi rimarrà impresso per tutta la vita: mio padre che dà al negoziante i soldi per pagare le scarpe e poi mi dà la scatola. E’ il regalo più bello che io abbia mai ricevuto. Sapete, è buffo, perché adesso che sono un calciatore professionista tramite gli sponsor mi arrivano tante scarpe gratis e ovviamente perdono un po’ di significato rispetto a quando ero un bambino.
Ma quelle prime scarpe…mamma mia. Indossarle era una sensazione indescrivibile: nella mia testa mi dicevo “va bene, forse sono basso e la mia famiglia ha origini umili, magari non sono nemmeno bravo a giocare ma ora indosso queste scarpette, le stesse che usa Ronaldo, il Fenomeno. Forse un giorno potrò diventare forte come lui”.
Non sto scherzando: pulivo quelle scarpe tutti i santi giorni. Noi giocavamo su campi che non erano certamente perfetti: c’erano fango e sassi, potete immaginare come si riducessero quelle scarpe. Quindi io tornavo a casa e le pulivo con uno strofinaccio, perché conoscevo i sacrifici che aveva fatto mio padre per riuscire a comprarmele: lui e mia madre nonostante le difficoltà non hanno mai fatto mancare nulla a me e ai miei fratelli. Le ho indossate così a lungo che erano uscite di produzione e nei negozi non si trovavano più: il giorno che si sono rotte definitivamente ed è stato impossibile aggiustarle ho pianto. Ho pianto a lungo, perché ci tenevo così tanto. Per me erano sacre.
Forse sono pazzo per il calcio, non lo so. Ma a sentire la mia famiglia sono sempre stato così. Mia madre racconta spesso la storia di quando era venuta a prendermi all’asilo e mentre gli altri bambini giocavano con dei pezzi di Lego – costruendo case, castelli e tutte le altre cose che i bambini sono soliti fare – io ero in un angolo della stanza, scalciavo qualcosa e correvo in giro. Lei non capiva cosa stessi facendo, poi si è avvicinata e ha visto che avevo costruito una piccola palla da calcio con della carta e che ci stavo giocando da solo.
Probabilmente con quella carta avrei dovuto fare i compiti, ma in testa avevo un solo pensiero: il calcio. Forse era destino"