Stefan Schwoch ha lasciato un segno nella mente dei tifosi, perchè prima dell’era De Laurentiis si sono vissuti degli anni difficili, e tra le poche gioie la promozione del 1999-2000 ha il suo volto. Pensare ad un giocatore della squadra porta automaticamente a lui, vuoi perchè era l’attaccante, vuoi per il numero 9 sulla schiena.
di Claudio Russo (@claudioruss)
Schwoch è a Napoli un paio di volte a settimana per altri impegni lavorativi, ma in campo ci torna per la prima volta da quel Napoli-Genoa 1-3 dell’11 giugno 2000, per la "Notte dei Leoni" con le Napoli Legends, evento legato a iniziative di beneficenza sul territorio campano, con fondi destinati alla ricostruzione del Teatro del Carcere Minorile di Nisida e al sostegno della Fondazione Santobono Pausilipon, impegnata nell’assistenza pediatrica.
Ultime notizie SSC Napoli - Stefan Schwoch si è raccontato ai microfoni di CalcioNapoli24 TV dal Grand Hotel Serapide, ripercorrendo la sua esperienza in azzurro, che a distanza di 26 anni è ancora viva nella sua mente. Di seguito le sue dichiarazioni.
Stefan Schwoch, buongiorno e bentornato a Napoli, anche se qui lei è di casa o sbaglio?
"Sì, ha detto bene. Io scendo a Napoli almeno due volte a settimana. Intanto grazie per l'invito. Diciamo che da quel fatidico gennaio in cui esordii all'allora stadio San Paolo è nato un rapporto che continua ancora adesso dopo 26 anni. Per questo motivo vengo giù due volte a settimana, sia per lavoro che per divertimento."
Senta Stefan, adesso lei è qui per un evento speciale: "La Notte dei Leoni" con le Napoli Legends, una serata con un fine benefico per Nisida e per l'ospedale Santobono Pausilipon. È un ritorno in campo... Non so se sia la prima volta, da quando è andato via 25 anni fa, che torna a giocare su quel terreno di gioco per una causa così nobile.
"Per me è un'emozione enorme, come penso lo sarà per tanti altri amici che incontrerò stasera. Però la cosa più importante non è sicuramente il solo fatto di tornare al San Paolo, ma il motivo per cui ci torniamo. Si tratta di un evento benefico per il Santobono e penso che nessuno di noi avrebbe mai potuto dire di no. Oltre al piacere di tornare in una città dove si sta sempre bene, dove il calcio è vissuto in maniera incredibile e dove i giocatori vengono amati all'infinito, penso che l'evento per cui ci prepariamo stasera sia una cosa bellissima. Sono convinto che il pubblico di Napoli risponderà nel migliore dei modi, come ha sempre fatto."
Ecco Stefan, voglio tornare indietro nel tempo. Lei era al Venezia: come nasce l'interessamento del Napoli in quel mercato di gennaio? Come è arrivato, chi l'ha chiamata e quale è stata la sua reazione? Anche perché, fino a quel momento in carriera, lei non era mai sceso più a sud di Livorno e Ravenna.
"Sì, Livorno era stata la squadra più a sud in cui avessi giocato, però i miei genitori sono meridionali, perciò il sangue è quello! La storia nasce così: avevamo raggiunto la Serie A con il Venezia dopo 40 anni, ma le cose non stavano andando benissimo. Il presidente Maurizio Zamparini mi chiamò e mi disse: 'Guarda Stefan, sei l'unico giocatore che posso monetizzare. Non so se riusciremo a rimanere in Serie A, ma c'è un'offerta importante da parte del Napoli'.
Ecco, quando mi ha detto 'Napoli'... Insomma, era una vita che rincorrevo la Serie A e l'avevo appena raggiunta, ma una piazza come Napoli non si può rifiutare. In più, andavo a giocare con la maglia del mio idolo di sempre, Careca. Io ho iniziato a giocare a calcio con le scarpe Mizuno proprio perché le indossava lui; poi la Mizuno è diventata il mio sponsor tecnico e ho avuto la fortuna e il piacere di conoscere Careca di persona quando scendeva a Napoli, e ultimamente ci siamo visti due o tre volte con le Legend."
Gli ha portato le scarpette? Immagino fossero ormai distrutte quelle scarpe storiche...
"Pensa che a quelle scarpe è legato un aneddoto. Ci ero talmente affezionato... Però all'epoca giocavo in Interregionale e in Serie C, non avevamo lo sponsor e le scarpe dovevi comprartele da solo, perché la società te ne passava un paio a stagione, quando andava bene. Io continuavo ad aggiustarle con lo scotch, finché un giorno, correndo in campo, la suola è rimasta attaccata al terreno e la tomaia è venuta via sopra il mio piede. Ho dovuto abbandonarle, mi avevano lasciato. Fortunatamente dopo le cose sono andate bene e la Mizuno è diventata il mio sponsor tecnico per tutta la carriera. È stato bellissimo, è nata così. Poi parlai con Pavarese, all'epoca direttore sportivo, vennero a Venezia dimostrando un forte interesse. E quando ti chiama il Napoli, con la voglia di andare a giocare davanti a 50.000 o 60.000 persone al San Paolo – che poi in Serie B diventavano anche 70.000 – non ci pensi due volte.
Diciamo che i primi sei mesi non andarono benissimo perché la squadra era molto attardata in classifica; stavamo recuperando, ma non ce l'abbiamo fatta. L'anno dopo, invece, tutti ricordiamo l'annata con Walter Novellino: è stata una stagione particolare, è andato tutto bene, abbiamo vinto e, come dico sempre, abbiamo fatto il nostro dovere. Il Napoli doveva tornare in Serie A, quella è casa sua. Oggi parliamo di un'altra realtà quando parliamo della SSC Napoli."
Mi racconta quel debutto in un Napoli-Lucchese? Cosa si aspettava nel momento in cui siete arrivati allo stadio? C'era comunque grandissima attesa per lei.
"Beh, io l'anno prima avevo fatto 22 gol col Venezia vincendo il campionato, perciò l'attesa era quella che si riserva a un acquisto importante. Una piazza come Napoli si aspettava molto dal sottoscritto, giustamente: quando acquisti un attaccante che ha vinto due campionati di fila segnando più di venti gol a stagione, ti aspetti che continui a farli.
L'ho vissuta in maniera abbastanza tranquilla, perché mi sono sempre imposto di non sbagliare mai sotto il profilo dell'atteggiamento. So benissimo che si può sbagliare un gol davanti alla porta o un passaggio, ma come dicevo sempre ai miei compagni, quello che non ti puoi permettere è sbagliare l'atteggiamento. Tanto più in una città come questa, dove l'idea di 'sudare la maglia' è iconica. Insieme ai compagni portammo a casa quella partita; non fu una gara bellissima, mi ricordo che allo stadio c'erano anche Le Iene con Peppe Quintale che portarono bene. Io avevo deciso di dare l'esempio sul piano della corsa, della cattiveria agonistica e dell'intensità. Quando sei a Napoli non puoi tralasciare nulla, perché tutti ti aspettano al varco, specialmente in Serie B. Quando il Napoli gioca in B è il favorito assoluto, giochi davanti a 50.000 persone e non puoi pensare di lesinare un solo briciolo di energia."
Se lo ricorda il suo primo gol in azzurro?
"Me lo ricordo, sì. Mi sembra sia stato su assist di Bellucci, con un mio tiro in diagonale sul secondo palo, calciando da destra verso sinistra."
Quale fu invece il primissimo impatto? Lei arriva a Napoli, va al Centro Paradiso di Soccavo... Una piazza diversa, con aspettative enormi e un affetto dei tifosi fuori dal comune.
"Allora, partiamo dalla cosa che mi ha colpito subito: appena sono atterrato all'aeroporto c'erano cinque telecamere, giornalisti ovunque, tre o quattro treppiedi posizionati. Mi sono detto: 'Accidenti, l'attesa è davvero enorme'. Il Napoli stava andando male, ma l'impressione che ho avuto fin dall'aeroporto è stata quella di essere arrivato in un club di massima Serie A, perché questo è ciò che ti trasmette Napoli.
Poi, logicamente, la voglia di entrare al San Paolo era incredibile. Sono arrivato intorno al 27 o 28 dicembre e noi giocavamo il 6 gennaio. Subito dopo aver fatto le visite mediche sono andato a vedere lo stadio. Rimasi estasiato, perché vedere un impianto del genere ti porta subito a immaginartelo pieno. Te lo immagini con le due curve calde, entrambe della stessa squadra, perché Napoli è l'unica vera metropoli europea ad avere un'unica squadra di calcio in città. Per questo l'affetto è totale ed enorme. È stato un bell'impatto, sapevo di affrontare una realtà che fino ad allora non avevo mai vissuto, una realtà davvero importante per la mia vita e la mia carriera."
Poi arriva Novellino e l'anno successivo è quello della promozione, in cui firma ben 22 gol in campionato. C'è stato un momento in cui avete pensato: "Ok, stiamo andando in Serie A", immaginando cosa sarebbe potuto succedere in una piazza che aspettava questo riscatto da anni?
"Mi ricordo una frase che dissi nello spogliatoio verso la fine del campionato. Dissi ai ragazzi: 'Ricordiamoci che molti di noi potranno vincere altri campionati in futuro – io poi ne ho vinto un altro a Torino e ne ho sfiorato uno a Vicenza – ma molti non avranno mai più la possibilità di vincerlo a Napoli'. Ci ricordavamo tutti le feste scudetto di quando eravamo bambini, la gente in strada, l'affetto incredibile di questo popolo. Dissi loro: 'Ricordatevi che non ci stiamo giocando un semplice campionato, ci stiamo giocando qualcosa di irripetibile nella vita'.
Infatti, quando abbiamo conquistato la promozione a Pistoia, il 4 giugno, il ritorno all'aeroporto di Capodichino è stato qualcosa di indescrivibile. Quando lo racconto, la gente fa fatica a credermi, finché poi non vedono i video. In TV le feste promozione della Serie B si vedono poco rispetto alla Serie A, ma vi assicuro che è stata una festa incredibile. Vincere un campionato a Napoli, senza togliere nulla a nessun'altra piazza, non è come vincerlo in una città normale. Qui hai molta più pressione, molte più aspettative, e l'affetto è immenso. Qualcuno a volte dice che è un affetto 'esagerato', a me invece non è mai sembrato esagerato. È logico che se giochi nel Napoli non puoi pensare di andare in centro e che nessuno ti fermi per una foto o un autografo. Questo fa parte del pacchetto, e queste persone sono le stesse che ci permettono di fare il calciatore, un lavoro invidiato da tutti e con mille privilegi."
Come reagiva quando camminava per la città da attaccante del Napoli? E le chiedo: a distanza di così tanto tempo, succede ancora oggi?
"Succede ancora oggi, esattamente allo stesso modo."
Come se lo spiega questo affetto eterno?
"Sai, ci sono dei giocatori che rimangono il simbolo di determinate annate. Io fortunatamente – e mi sento quasi a disagio a dirlo – sono stato riconosciuto dai tifosi come il simbolo di quel Napoli della promozione. E Napoli quando ti ama, ti ama per sempre; così come quando ti odia, ti odia per sempre. Non ha mezze misure, non è una città dove puoi pensare di stare un po' di qua e un po' di là. È una città che esprime giudizi netti. Per questo mi ritengo un privilegiato: dopo 26 anni vengo a Napoli ed è come se non fossi mai andato via. Questo è un privilegio che non tutte le città riconoscono a chiunque, e io ho avuto la fortuna di far parte di questa cerchia."
Aveva o ha un posto del cuore in città dove, ogni volta che torna, pensa: "Voglio assolutamente andare lì"?
"Ho un posto del cuore che si chiama Napoli, tutta intera. Mi piace tutta: mi piacciono i Quartieri Spagnoli, mi piace Posillipo, mi piace Mergellina e mi piace anche la periferia. A differenza di altri colleghi, mi piace meno andare a Capri e preferisco di gran lunga stare in città, in mezzo alle persone, viverla a pieno. Mi piace essere fermato. Mi dà una soddisfazione enorme che la gente mi chieda ancora una foto o un autografo dopo 26 anni. Non ho mai ritenuto minimamente un fastidio o un peso fare una foto, anzi, mi dispiacerebbe il contrario, perché significherebbe che a Napoli non hai lasciato nulla."
Senta Stefan, le faccio vedere un'azione video e voglio che me la racconti lei. Era una splendida giocata contro l'Atalanta. All'epoca le emittenti private facevano vedere spesso i gol stagionali e questa azione mi ha sempre fatto impazzire per la bellezza del movimento. Ce la racconta?
"C'era stato un lancio lungo sulla destra. Sapevo che l'unico modo per uscire da quella marcatura era fare quella giocata: se la palla passava, i difensori non se lo sarebbero mai aspettato. Secondo me la cosa più bella per un attaccante, oltre al colpo di tacco – che è un gesto tecnico istintivo, in quel secondo potevo uscirne solo così – è stata aver alzato subito la testa, aver visto Roberto Stellone che aveva fatto un gran movimento a smarcarsi e avergli servito il pallone. Me la ricordano spessissimo questa azione, devo dire che è stato un bel colpo tecnico."
Era un colpo studiato in allenamento o pura follia e istinto da attaccante?
"No, allora, in realtà lo facevo spesso ma in un'altra maniera. Lì però sono cose che ti vengono d'istinto, perché sai di avere due difensori alle spalle: se stoppi la palla davanti a te, nella migliore delle ipotesi ti fanno fallo. Invece, facendola passare di tacco, li prendi in controtempo perché non se lo aspettano. Infatti è rimasta una delle azioni per cui i napoletani mi riconoscono ancora oggi."
E se invece le chiedo di raccontarmi Pistoiese-Napoli, la partita del trionfo?
"Beh, lì è stata dura. Quella è stata forse la partita in cui la sera prima il nervosismo e l'agitazione si sono fatti sentire più del solito. Avevamo visto le migliaia di persone che erano arrivate da Napoli per sostenerci. Sapevamo quanto valesse quella gara, anche se avevamo un altro match point la settimana successiva in casa con il Genoa. La tensione era tantissima. Nel video si vede l'azione del mio gol: ho fatto finta di calciare di potenza e poi l'ho messa di punta sul palo lungo."
In quel preciso momento in cui la palla entra, cosa pensa? Cosa ha significato per lei?
"In quel momento provi la gioia pura di aver fatto gol proprio sotto la curva dei nostri tifosi. Ti giuro, il secondo pensiero un attimo dopo è stato: 'Speriamo manchi poco alla fine!', ma era ancora il primo tempo, se non ricordo male. La Pistoiese d'altronde stava giocando alla morte perché se avessero vinto si sarebbero salvati direttamente, invece poi dovettero fare lo spareggio. C'è stata prima la paura e poi la gioia, anche a causa di una grandissima invasione di campo a fine partita. Io ho sempre ringraziato pubblicamente l'arbitro Stefano Farina, perché se ci fosse stato un arbitro con meno personalità, quella partita avrebbe anche potuto sospenderla. Ecco, guarda le immagini dell'invasione... Però, una volta che la situazione è rientrata, si è lasciato spazio solo alla gioia per un'annata che, più che dal punto di vista fisico, ci aveva svuotato a livello mentale. A un certo punto ci eravamo resi conto che non potevamo assolutamente fallire, dovevamo a tutti i costi riportare il Napoli in Serie A, ci siamo riusciti ed è stata una soddisfazione enorme."
Di quell'invasione di campo a Pistoia ricordo che lei, o forse un suo compagno di squadra, rimaneste praticamente nudi. Lei fu depredato di tutto?
"Io rimasi senza maglietta e senza scarpe! Poi però i tifosi sotto la curva me le ributtarono indietro, altrimenti non avrei nemmeno potuto finire i minuti finali della partita. A fine gara, poi, le ho rilanciate definitivamente in curva."
E quella maglia azzurra della promozione è riuscito a conservarla?
"Le uniche maglie che conservo gelosamente sono quelle delle squadre con cui ho vinto un campionato. Per il resto, ho sempre regalato le mie maglie a chiunque me le chiedesse durante la carriera. Alla fine mi sono reso conto che non ne ho tenuta quasi nessuna per me, ma va bene così: ho avuto talmente tante soddisfazioni che quelle maglie me le porto dentro, nel cuore, non mi serve averle fisicamente in un armadio."
Ha un rimpianto legato a quell'esperienza?
"Sì, ho un rimpianto enorme: non aver giocato a lungo in Serie A e, soprattutto, non averla potuta fare a Napoli. Dopo un'annata del genere mi aspettavo la riconferma, ma poi si scoprì che il Napoli aveva enormi problemi economici e io ero il giocatore che, esattamente come era successo a Venezia, poteva permettere alla società di monetizzare. Così decisero di vendermi al Torino."
Accettare di andare via per aiutare le casse del club può essere visto anche come un ultimo gesto d'amore verso Napoli.
"Guarda, ti dico la verità: io non mi sono mai opposto quando le società decidevano di cedermi. Lo ritengo controproducente, perché se poi rimani e le cose vanno male, te lo rinfacciano subito. Se una società ti propone di andare via significa che non sei più al centro del progetto o che hanno altri programmi che non ti riguardano. Io non ho mai voluto mettere i bastoni tra le ruote a nessuno; sapevo che non sarei rimasto a piedi perché avevo molte richieste, quindi potevo comunque fare la mia scelta professionale."
C'era un compagno in quel Napoli della promozione di cui ha pensato subito: "Questo farà una carriera straordinaria"?
"Ti dico un nome su tutti: Matuzalém. Aveva solo 18 o 19 anni, ma si vedeva chiaramente che poteva fare qualsiasi cosa con il pallone tra i piedi. Era un Dunga in miniatura, un Dunga giovane. Come gli dissi all'epoca: 'Fratello, se riesci a trovare il tasto per regolare perfettamente la testa, tu puoi fare davvero grandi cose'."
Lo aiutava a trovarlo quel tasto nello spogliatoio?
"Sì, ci provavamo, anche perché vedevo che aveva un potenziale immenso. Infatti poi ha giocato in Champions League, è poi andato in club europei e italiani veramente importanti e ha fatto una grandissima carriera. Si vedeva già allora che era un giocatore fuori dal comune rispetto alla media. Non dimentichiamoci che il livello tecnico della Serie B e della Serie A di venticinque anni fa era completamente diverso, era molto più alto rispetto a oggi."
C'è un compagno di quella splendida annata a cui è rimasto particolarmente legato?
"Guarda, con Massimo Oddo mi sono sentito spessissimo nel corso degli anni. Ci si vede ancora quando capito a Milano. In generale ho un buon rapporto con tutti, eravamo un gran gruppo. Chiunque io incontri di quel Napoli, ci sto sempre molto volentieri insieme, anche se non c'è un compagno specifico che sento quotidianamente."
Negli ultimi anni il Napoli ha vissuto stagioni straordinarie. Come ha vissuto e festeggiato le recenti vittorie azzurre?
"Per lo Scudetto di Spalletti sono venuto a festeggiare direttamente qui a Napoli! Per i successi con Antonio Conte non ho fatto in tempo perché ero via per impegni di lavoro, ma il terzo Scudetto me lo sono goduto tutto in città. Mi ero persino pitturato la faccia per non farmi riconoscere troppo in mezzo alla calca."

E dove è andato a festeggiare? In giro per la città?
"Sì, in giro a piedi! Se viene a festeggiare lo Scudetto a Napoli deve viverlo in mezzo alle strade, se no tanto vale guardarlo da casa in televisione."
L'hanno riconosciuta lo stesso nonostante il trucco?
"Sì, alla fine il trucco non è bastato a nascondermi del tutto, ma è stato bellissimo. Un'esperienza pazzesca. Sono partito da casa con una maglietta e un pantaloncino e sono tornato che indossavo una maglietta e un pantaloncino completamente diversi, ma non so di chi fossero! Qualcuno me li deve aver messi addosso nella foga dopo che i miei erano andati distrutti durante i festeggiamenti in una fontana. Un macello totale, ma stupendo."
Stefan, per concludere: qual è il suo augurio al club azzurro per il suo percorso futuro e per la sua storia?
"L'augurio che posso fare alla società, ai giocatori e a tutta la gente di Napoli è quello di vivere sempre stagioni ricche di bel calcio e di grandi soddisfazioni. Questo non significa che si debba vincere lo Scudetto ogni singolo anno: sento spesso parlare di 'annata fallimentare' se non si vince il titolo, ma la realtà è che uno solo vince e gli altri non è che falliscono a prescindere. Quando non si vince, deve essere visto come un percorso che ti aiuta a migliorare i dettagli per riprovarci l'anno successivo.
Mi auguro che il Napoli possa mantenersi sempre una società sana a livello economico come lo è oggi, senza ricadere nei drammatici problemi del passato. Al presidente De Laurentiis bisogna fare davvero i complimenti: io tante volte non ho condiviso le sue uscite o il suo modo di fare, d'altronde non si può sempre andare d'accordo su tutto, ma bisogna fargli un grande applauso. Ha preso un club dal fallimento e lo ha portato a crescere in maniera esponenziale, affermandosi stabilmente in Europa. Vincere mantenendo i bilanci sempre in positivo è un miracolo doppio, anzi triplo, se guardiamo i budget delle concorrenti. Auguro al presidente di togliersi ancora tante soddisfazioni e spero di vero cuore che riesca finalmente a trovare l'accordo per fare lo stadio nuovo a Napoli."
Ultima domanda: stasera, quando rimetterà i piedi in campo al San Paolo a distanza di così tanti anni, qual è il ricordo indelebile che le tornerà in mente?
"Quando guarderò gli spalti e vedrò tutta quella gente, mi tornerà in mente l'emozione della prima volta in cui ho giocato in uno stadio con 60.000 persone. E, soprattutto, mi tornerà in mente il giorno in cui tutta la Curva B si colorò tenendo in mano migliaia di cartelli con il numero 9 e la scritta 'Grazie Bomber'. Di quel momento ho una gigantografia bellissima nella taverna di casa mia. E guai a chi me la tocca."
Grazie mille, Stefan.
"Grazie a voi, davvero. Un abbraccio."