“Ulivieri mi disse che ci volevano le palle per mettere la 10 nel Napoli? Gli risposi senza indugio”. Claudio Bellucci è stato uno degli attaccanti a cui i tifosi sono rimasti ancora molto affezionati nonostante il suo Napoli non sia stato certamente entusiasmante in termini di risultati. Dalla retrocessione in B con 14 punti, all’epoca Ulivieri poi la promozione in A con Novellino e tanto altro nelle parole dell’ex attaccante che ha svelato aneddoti inediti sulla sua avventura in maglia azzurra. Un racconto che Bellucci ha fatto nella “Notte dei Leoni” con le Napoli Legends che hanno affiancato al calcio un progetto anche per il sociale: l’evento è infatti legato a iniziative di beneficenza sul territorio campano, con fondi destinati alla ricostruzione del Teatro del Carcere Minorile di Nisida e al sostegno della Fondazione Santobono Pausilipon, impegnata nell’assistenza pediatrica.
Ultime notizie SSC Napoli - Claudio Bellucci si è raccontato ai microfoni di CalcioNapoli24 TV dall’Hotel Palazzo Esedra, ripercorrendo le tappe principali della avventura calcistica nel Napoli. Di seguito le sue dichiarazioni:
Ci spieghi come nasce la tua passione da piccolo verso Antonio Careca.
“Ammiravo molto il suo modo di giocare. In quel periodo lì, nel nostro campionato, c’erano i numeri nove più forti e che hanno ispirato tutti noi 12-13enni dell’epoca. C’era meno calcio in televisione ed eravamo più attenti alle giocate tecniche. Ricordo, per fare un esempio, che in Italia c’erano Van Basten, Voeller e Careca. Fu proprio per ‘colpa’ di Careca che iniziai ad avere le prime discussioni con i compagni di scuola e calcio su chi fosse il più forte della Serie A. Io, senza indugio, rispondevo sempre Careca perché mi piaceva il modo di giocare, l’esultanza con il balletto di samba. Antonio è stato un punto di riferimento per me. Faceva cose eccezionali”.
Dal Venezia al Napoli, chissà se ripensasti al segno del destino Careca.
“Ero al Venezia in prestito dalla Sampdoria, ma ero in scadenza contrattuale. Feci tantissimi gol e ci fu l’interesse del Napoli. Gli azzurri mi presero in comproprietà. Quando sentii il Napoli fu un’emozione incredibile perché far parte di una società storica in cui ha giocato il calciatore più forte di tutti i tempi e il mio idolo Careca era un sogno che si realizzava. Tra l’altro, il primo anno di Napoli, indossai proprio la numero nove come Antonio. Mi dispiacque molto lasciare la Sampdoria che mi ha fatto diventare uomo grazie alla famiglia Mantovani, Vialli e Mancini. Andare però a Napoli fu una crescita professionale. Il primo anno di A con il Napoli andai in doppia cifra ma retrocedemmo in B. Giocare con quella maglia mi ha dato l’opportunità di farmi conoscere in Italia e tutto il Mondo perché è così quando giochi nel Napoli”.
Cosa non andò per il verso giusto in quella retrocessione con soltanto 14 punti?
“Le colpe furono di tutti, io potevo fare per esempio potevo fare qualche gol in più. Cambiammo tanti allenatori, tanti direttori sportivi e c’erano giocatori che venivano ed andavano via. Nonostante tutto, dico che eravamo una buona squadra. Non possiamo paragonarla alla squadra di oggi, ma in quel mio Napoli c’erano 4-5 di Under 21, Taglialatela, Ayala, Crasson, Asanovic, Rossitto, Protti. Fu proprio un’annata maledetta tra infortuni e gare perse non so come”.
In quella stagione ci fu il tuo gol all’andata, al San Paolo, contro la Juve dove scarti Peruzzi. E poi quel 2-2 sempre contro i bianconeri a Torino.
“La Juve rischiò di perdere lo scudetto con quel 2-2 contro di noi. Ricordo che fece gol anche Protti a Torino. Facemmo una grande partita, forse ci scrollammo da dosso tutto perché non avevamo più da chiedere niente a quel campionato”.
L’anno successivo arrivò Ulivieri in panchina per un Napoli che doveva subito risalire in A.
“Quella stagione non iniziò bene per me, ebbi molti infortuni. Mi operai alla caviglia ed in più ebbi anche una ricaduta. Non ho passato un buon momento di salute. Non riuscivo a giocare con continuità. Eravamo una squadra forte, con me furono riconfermati altri calciatori provenienti dalla stagione in A. Quel Napoli in B non si poteva sentire, speravamo tutti che nel giro di un anno saremmo potuti ritornare in massima serie. Molti accettammo di buon grado di restare perché tutti ci sentivamo responsabili per quanto accaduto l’anno prima. Questo però, quando hai l’obbligo di vincere subito, ti porta delle pressioni. Giocare al Napoli, anche in B, detto con tutto il rispetto, era una cosa diversa di suo anche rispetto a molte squadre che facevano la A”.
Dopo Ulivieri arrivò Novellino.
“Novellino fece un ottimo lavoro. Guidò un gruppo ed una squadra davvero molto forte centrando la promozione con due gare d’anticipo se ricordo bene. Facemmo due settimane di festa perché ritornavamo nel posto in cui Napoli doveva stare. Anche in quel campionato ebbi però un altro grave infortunio, anche se feci 6 gol, non riuscii ad essere protagonista come avrei voluto”.
Davanti agli occhi, a proposito dell’infortunio, ci passa davanti agli occhi l’esultanza del gol contro l’Alzano a Bergamo
“Ero proprio alla prima partita dal rientro dall’infortunio. Andai ad abbracciare il dottor Russo perché avevamo fatto una promessa. Sai, quando hai tanti infortuni gravi in maniera ravvicinata, pensi e credi di non tornare più quello di prima. Quel gol scacciò l’incubo che mi portavo dietro. Ricordo la vittoria 3-1 con il Brescia e l’invasione di campo a Pistoia dove non riuscivo più a tornare nello spogliatoio. Infine, la gara interna contro il Genoa in cui tutti ci dipingemmo i capelli d’azzurro”.
Prima hai ricordati di aver indossato la 9 nel Napoli. In verità hai indossato anche la 10…
“Mi ricordo che Ulivieri mi disse: “Non hai le palle per indossare la 10”. Risposi invece che le avevo e scelsi alla fine di prendere quel numero che è un ricordo che porterò sempre nel cuore. Giocare con la 10 dell’innominabile è qualcosa di unico perché Maradona è stato un grande uomo ed un grande calciatore; il più forte di tutti”.
In A c’erano due presidenti come Ferlaino e Corbelli
“Ho vissuto malissimo questa cosa dei due presidenti al 50% perché il rapporto ce l’avevo con Ferlaino il quale mi portò al Napoli. Con Corbelli non ebbi un grande rapporto. Decisi di non rinnovare perché sapevo che Ferlaino non sarebbe rimasto. Fu un campionato strano dove potevamo salvarci molto prima. Corbelli, in quel periodo là, nello spogliatoio e nella società ha portato veramente scompiglio. Ci voleva pochissimo per salvarci, non eravamo una squadra da retrocessione. Andammo in B l’ultima giornata contro la Fiorentina. In quella stagione, quando arrivò proprio Corbelli si ruppe qualcosa con la squadra ed anche con le persone perché era una contestazione continua: non contestavano noi, ma lui. Ci fu un distacco tra la squadra e la società”.
Che compagno Edumndo
“Era una ragazzo eccezionale. La ‘pazzia’ se la portava dentro, quando sbroccava era pericoloso in senso buono. Esternava in allenamento qualche vibrazione ma sapeva che a Napoli doveva rilanciarsi anche a livello caratteriale. A Firenze andò via per il Carnevale non fece una bella figura. A Napoli ho trovato un ragazzo tranquillissimo, scherzi nello spogliatoio. Quando si metteva in testa di vincere una partitona in allenamento, la vinceva”.
Ti brucia ancora quel Parma-Verona?
“Lì per lì ci riameremo male. Fu un dramma sportivo per noi”.
Un tuo messaggio per il centenario del Napoli.
“Più che un messaggio, il mio è un auguro di rivedere sempre il Napoli nell’élite del calcio. Sono orgoglioso, ancora oggi, di poter dire che ho giocato per quattro anni con la maglia azzurra. Quando ci giochi senti la pressione ripensandoci però bene ha rappresentato un tassello importante della mia vita. Ringrazierò per sempre i tifosi azzurri che mi hanno trattato alla grande. Faccio gli auguri al Napoli e spero continui ad essere protagonista in Italia”.
Un ricordo che ti porterai per sempre dento di quei 4 anni di Napoli.
“Il primo gol segnato in A contro l’Empoli, vincemmo 2-1. Ecco, fu lì che mi sentii davvero un calciatore vero di Serie A perché quel boato del San Paolo ti rimbomba nella testa. Fu fantastico e non lo potrò mai dimenticare”.