Lo diciamo subito: il voto al calciomercato del Napoli è 10. È arrivata la plusvalenza, è stato ceduto un calciatore ingombrante con lo stipendio più alto della rosa, il prossimo giugno ne scadranno tanti altri. Voto 10, come le palette degli spettacoli televisivi. Contento il presidente De Laurentiis, contento l’ad Chiavelli, contenta la UEFA che non aveva sanzionato il Napoli a giugno, pur avendo superato la soglia del 70% nel rapporto tra costo della rosa e ricavi, grazie all’equilibrio garantito dai risultati economici complessivi degli esercizi 2025 e 2026. Un capolavoro di ingegneria finanziaria e la speculazione applicate a un sistema sull'orlo dell'esaurimento strutturale.
di Claudio Russo (@claudioruss)
La gestione aziendale e la finanza d'impresa che prendono il sopravvento sulla realtà "di campo". Come in The Big Short, la Grande Scommessa, film del 2015 che tratta le vicende del crollo finanziario del 2007-08. Dove mantenere posizioni al ribasso richiedeva di pagare premi nell'immediato per incassare dopo, accettando il rischio che il sistema crolli nel mentre; così il club taglia costi ed evita investimenti immediati per proteggere i conti e preparare la rifondazione, accettando di "svalutare" la competitività presente, con una rosa con età media alta e tanti contratti corti, scommettendo di sopravvivere fino al punto di svolta (il 2027/2028).
Non è vero: il calciomercato è finito, ma per il Napoli non è mai realmente cominciato. Il voto semplicemente non c’è, perché che voto si potrebbe dare? Giusto il tempo di trattare seriamente Mario Gila, finito al Milan, e Anan Khalaili, che in Italia non può giocare perché sprovvisto dell’idoneità agonistica. Si è sognato Gabriel Jesus, si è avvistato Marc Guiu nel momento in cui si è capito che a indirizzare tutti i movimenti era la lista per la Serie A, quella in cui vanno 17 giocatori. Il ds Manna a Dimaro l’aveva detto: “Bisogna quindi fare scelte anche in merito alla lista e non possiamo permetterci di lasciare dei giocatori fuori”. In questo momento fuori dalla lista c’è Alessandro Buongiorno, che si è operato in ritardo e rivedremo nel 2027.
C’è una frase di Cesc Fabregas che permette di realizzare per bene quello che è il momento del Napoli: “L’età media della nostra squadra è di 24 anni e quella del Napoli era di 29”. Il Napoli è una squadra vecchia, è una squadra che pare avere le sembianze di chi si sta avviando alla fine di un ciclo, e alla fine di questo ciclo c’è una serie di calciatori che hanno fatto la storia del club e che hanno il contratto in scadenza nel prossimo giugno o in quello del 2028: Meret, De Bruyne (con opzione) e Anguissa - che ‘pesano per il 16,3% del monte ingaggi -, ma anche Politano, McTominay (che la prossima estate può partire per portare la plusvalenza), Neres, Spinazzola - e siamo ad un altro 17,8% di monte ingaggi -, e Mazzocchi che non poteva andare in prestito in scadenza e ha visto prolungare di un altro il suo accordo. Ci sono sette giocatori di una squadra che, riprendendo le parole di Manna, è formata da un gruppo “di grandi professionisti. Altrimenti non si fanno 2 Scudetti, 1 Supercoppa e un quarto di Champions in quattro anni. Non siamo a fine ciclo, abbiamo ancora qualcosa da dare con la rosa attuale”. Domanda: cosa può dare questo Napoli con questa squadra attuale? Una squadra di talento, sì, ma vecchia, logora, con un biennio di Conte sulle spalle che ha lasciato strascichi in campo, fuori, nei bilanci economici.
Sarà contento Andrea Chiavelli, l’amministratore delegato della SSC Napoli, guardando i conti del club: via l’ingaggio più pesante in Romelu Lukaku, via un giocatore sacrificato sull’altare delle plusvalenze come Miguel Gutierrez, peccato per Noa Lang che era l’altro in grado di poter portare delle offerte economiche sostanziose. Il che fa capire anche la tipologia di giocatori medi acquistati nel biennio Conte: evidentemente non del livello di chi potevano sostituire davanti a loro, sicuramente dall’età difficile in cui poterli rivendere ricavando plusvalenze (Beukema, Lucca, Milinkovic-Savic, ma anche Neres). Ingaggi alti, cartellino costosi e pesi a bilancio difficili da far collimare con eventuali offerte altrove, per fare spazio nella famigerata lista. Come i titoli economici dei film, riempiti con crediti inesigibili che nessuno avrebbe più riacquistato al valore nominale, anche gli acquisti dell'era Conte (profilo alto, ingaggio pesante, età avanzata) rappresentano un attivo difficile da monetizzare, riducendo liquidità e spazio di manovra sulla lista dei 17.
Si dirà: sono stati messi a bilancio circa 60 milioni per i riscatti di Hojlund e Alisson Santos, ne è entrata all’incirca la metà dalle cessioni, sui costi squadra qualcosa si è abbassato. Contento Chiavelli, contento De Laurentiis che l’aveva detto alla presentazione dei ritiri: "Plusvalenze? Doveroso pensare di farle anche in questa sessione”. Gutierrez 19,2 milioni, a cui andranno aggiunti i milioni di incasso della Champions League, questi sì davvero fondamentali per permettersi qualcosa il prossimo anno, quando si rifonderà, quando si ripeterà un percorso visto nell’estate 2022, quando con Spalletti andarono via dei pilastri come Ospina, Ghoulam, Koulibaly, Fabian, Insigne, Mertens. E arrivarono altrettanti pilastri come Kim, Olivera, Kvaratskhelia, Raspadori, Simeone.
Venne riscattato anche Anguissa, per il quale continua a non esserci un calciatore con doti simili in grado di potergli dare un cambio. Under non c’era, o comunque non c’era secondo le logiche economiche di De Laurentiis e Chiavelli, che al ds Manna hanno esplicato sempre un ragionamento: prima si vende, poi si compra ma solo a determinate cifre perché la UEFA altrimenti può sanzionarci dopo un biennio in cui si è stati sotto il giogo di Conte, che ha vinto uno scudetto e una Supercoppa e ha imposto acquisti avallati dalla società che, per età e costi, non sono risultati rivendibili. Più facile prendere Favasuli, rimandando l’esborso a luglio ’27, e Badiashile in prestito senza obbligo di riscatto, anche perché impegnare 100 milioni di euro su tre centrali fisicamente dubbiosi (Beukema e Buongiorno gli altri due) sarebbe stato al limite dell’inaudito, con Rrahmani (il cui rinnovo non è ancora stato depositato a distanza di mesi) e Marianucci (anche lui infortunato). Domanda su Badiashile: sul mercato, che è vastissimo, erano disponibili centrali difensivi più pronti fisicamente? Non si discute il valore, ma l’esigenza di averli subito a disposizione.
Otto mesi fa Antonio Conte parlava di un club con 240 milioni di euro in cassa che non poteva fare mercato se non a saldo zero: la lezione è stata recepita, serviva abbassare i costi. Il Napoli avrebbe potuto operare sul mercato, sia in uscita che in entrata. Semplicemente non ha voluto, per decisioni aziendali che soverchiano quelle sportive. D’altronde il motivo l’ha detto De Laurentiis: “Mi fregio di poter dare una doppia squadra valida ai miei allenatori. Chi fa l'imprenditore deve saper vivere con il rischio, sperando che il fato non ti abbandoni”. C’è la speranza insomma, come c’era la sfortuna dietro la lunga sfilza di infortuni dello scorso anno, quando c’era l’imposizione di allenarsi con la stessa intensità dell’anno prima con un impegno europeo da aggiungere.
Questa è la Grande Scommessa di Aurelio De Laurentiis, che rivendica il diritto dell'imprenditore di vivere con il rischio, sperando che il fato non lo lasci da solo. La scommessa è galleggiare in zona Champions League con una rosa a fine ciclo e un allenatore "aziendalista" come Allegri, mentre avversarie emergenti (Como, Juventus, Roma) spingono per occupare gli stessi spazi e sono vogliose di tener fuori gli azzurri dalla coppa più ricca, quello che è il vero obiettivo annuale del Napoli.
Resta la fiducia in Allegri, esplicata da Manna un mese e qualche giorno fa: "Penso che abbiamo del materiale umano e tecnico che può crescere. Abbiamo estrema fiducia nell'allenatore e nei giocatori che abbiamo in rosa […] Noi siamo consapevoli di avere una squadra che può ambire ad arrivare in fondo ad ogni competizione”. L’allenatore poco può fare, davanti a dei paletti insormontabili, a maggior ragione con l’etichetta di aziendalista: “Io sono contento della rosa che ho a disposizione, andare ad aggiungere giocatori che non aumentano il livello tecnico della squadra che è già alto non ha senso”.
Soprattutto se non rientrano nelle linee guida economico-finanziarie di Andrea Chiavelli ed Aurelio De Laurentiis. Il voto del mercato resta 10, è una stagione di transizione. Solo che nel 2021-2022 con Spalletti non c’erano molte più avversarie credibili per un posto in Champions League, quindi il rischio eventuale di rimanere fuori dalla Champions League non va escluso. Perchè scommettere contro il mercato comporta il pericolo di essere travolti prima che la previsione si avveri. La stagione del Napoli si configura come una scommessa sulla sostenibilità, accettando di correre sul filo del rasoio per un'intera stagione di transizione. Però l'anno prossimo potrebbe tornare Lindstrom, che è partito per il terzo anno di Erasmus: prima l'Inghilterra, poi la Germania, adesso l'Austria.