Kaspar Treier, giocatore del Napoli Basket, si racconta ai canali ufficiali del club azzurro.
Biondo, occhi chiari, altissimo... ma ormai una bella percentuale di te è italiana, no? Tu nasci in Estonia, ma arrivi in Italia a 15 anni e cominci a giocare a pallacanestro qui. Possiamo dire che la tua formazione cestistica è molto tricolore.
«Sì, tra qualche anno avrò vissuto più in Italia che in Estonia. All’inizio è stato un po’ complicato, ma una volta imparata la lingua e iniziato a parlare con i compagni in italiano e non solo in inglese, è diventato tutto più facile.»
È difficile l’italiano?
«Abbastanza. È molto diverso.»
Dopo quanto tempo sei riuscito a capirlo e parlarlo?
«A capirlo dopo tre mesi, a parlarlo un po’ dopo sei. Dopo sei mesi riuscivo già a fare conversazione con i miei compagni.»
A Moncalieri hai fatto un’escalation professionale: con l’Under 20 vinci il torneo da protagonista e vieni premiato come miglior giocatore della competizione. Qual è stato, secondo te, il guizzo che ti ha fatto fare la differenza?
«Ho sempre avuto la voglia di essere il migliore in campo, soprattutto quando ero l’unico ragazzo non italiano in una squadra di più grandi. Ci mettevo l’anima. Poi sono stato fortunato: i miei tiri sono entrati.»
Tutte queste esperienze ti portano nel 2020 alla Dinamo Sassari, un grande salto di carriera. Com’è stato passare da una realtà più piccola a una così importante?
«È stato un sogno toccare per la prima volta il campo della Serie A. Mi ha chiamato Gianmarco Pozzecco, quindi potete immaginare l’orgoglio! Sassari quell’anno arrivò fino alle semifinali… tanta roba.»
C’è stato un momento in cui hai pensato “Cavolo, stanno chiamando proprio me”?
«Sì! Non me lo aspettavo per niente. È stato tutto molto inaspettato.»
E poi è arrivato il Napoli. Come sei entrato in contatto con il club?
«La trattativa è iniziata con coach Milici?. Avevo giocato contro di lui in Nazionale, credo mi abbia notato lì, non solo per quello che avevo fatto a Sassari.»
Per fortuna, dici?
«Sì, perché in Nazionale avevo giocato bene, mentre a Sassari magari il mio ruolo non era così importante.»
Ti ha corteggiato un po’ per convincerti?
«No, in realtà non c’è stato bisogno. Napoli era reduce dalla vittoria della Coppa Italia, una società solida e con grandi ambizioni. Era il posto giusto dove andare.»
L’anno scorso è stato complicato, ma alla fine ce l’avete fatta. Quando è arrivata la salvezza, come ti sei sentito?
«È stato come vincere un campionato, quasi. L’obiettivo era chiaro e la pressione tanta. Quando abbiamo capito di farcela, è stata una liberazione.»
Ora è cambiato tanto: nuovo coach, nuova squadra. Ti ritrovi a essere uno dei “veterani”. Com’è questo ruolo?
«Purtroppo non sono riuscito a esserci dall’inizio perché ero in Nazionale, ma conosco l’ambiente e cerco di aiutare i nuovi a capire quanto sia importante dare sempre il 100%.»
Gli hai detto com’è bello il palazzetto quando è pieno?
«Certo! E lo hanno visto anche all’ultima partita: nonostante la sconfitta, i tifosi ci hanno spinto fino alla fine.»
A proposito di Nazionale, hai giocato agli Europei con l’Estonia. Che cosa si prova a difendere la propria bandiera?
«È una sensazione difficile da spiegare. Agli Europei in Lettonia c’erano più di diecimila tifosi estoni: quando cantavamo l’inno insieme, avevo i brividi.»
Però devo dire che, anche se sei estone, parli un po’ napoletano!
«Eh, sì! Quando sono arrivato in Italia e vivevo a Moncalieri, ero in casa con tanti ragazzi del Sud, come Guglielmo Caruso e Bruno Mascolo. Anche il coach era napoletano. Per un anno ho parlato con l’accento napoletano!»
Ma pensavi che fosse italiano?
«Sì! Io credevo che quello fosse l’italiano vero!»
Fantastico. Ti è rimasta qualche parola?
«“Fratèmo”! Quella è la base.»
Hai anche iniziato a bere caffè come un napoletano?
«Sempre stato bevitore di caffè, ma non ai vostri livelli! In ufficio da voi si beve solo caffè!»
Eh sì, ci teniamo svegli! E nel tempo libero cosa fai?
«Purtroppo poco, il tempo è poco durante la stagione. Mi piace molto giocare a golf — so che a Salerno c’è un campo e l’anno scorso ci sono andato un paio di volte — e mi piace pescare, anche se qui non ho ancora trovato nessuno che mi accompagni.»
Facciamo un appello allora!
«Sì! Chiunque peschi, mi contatti! Vengo volentieri e regalo la mia maglia!»
Sai cucinare almeno qualcosa per la pesca?
«I sandwich!»
Perfetto, così non restate a digiuno! Allora, che messaggio vuoi lasciare ai tifosi che ci seguono?
«Prima di tutto: portatemi a pescare!» (ride) «E poi, seguiteci sempre, perché abbiamo bisogno di voi, dentro e fuori dal campo. Ci vediamo al palazzetto!»
Ci vediamo al palazzetto, mi raccomando! Grazie a Kaspar Treier per essere stato con noi.
«Grazie a voi!»
Grazie a tutti, ci vediamo al prossimo appuntamento di Time Out with!
«Ciao!»