Il Roma su Diawara: "Tre anni fa piangeva di nascosto perché attendeva ansioso il “pass” per giocare..."

Rassegna Stampa fonte : Il Roma

Vent’anni e non sentirli, che banale antipasto di racconto. Ma cos’altro si potrebbe pensare dopo averlo visto azzannare il tempo, sfidare le pressioni, resistere al panico? Ed invece Amadou Diawara è stato glaciale dal dischetto, ha siglato il 2-1 indirizzando la palla all’angolino basso, regalando al Napoli la chance di riaprirla e a se stesso l’emozione per il primo storico gol in carriera contro il Manchester City. Vent’anni ed accorgersi, ad un tratto, che l’età non ha numeri, che non è (solo) matematica, che certe sensazioni esistono, e poi restano. Ma com’è andata, realmente? «Ho strappato palla dalle mani di Hamsik, ho chiesto a Mertens di calciare. Ed è andata bene».

BATTESIMO. Diawara ricorderà a lungo la gara dell’Etihad, il tempio dove per la prima s’è domandato com’è che si esulta, dopo una gioia simile? Lui ha scelto di concedersi pochi secondi di gloria sbattendosi la mano in petto, esclamando “noi ci siamo” e comunque anche “io ci sono”, nonostante le critiche e la giovane età, il posto da titolare poche volte garantito e la concorrenza affollata. Quel gesto, in quel determinato istante della partita, ha confermato la sua folle gioventù. Quella porta sembrava stregata e Mertens aveva fallito un rigore pochi minuti prima. Serviva una scossa per riaprirla, è arrivata da un ventenne che tre anni fa, quando era al San Marino, piangeva di nascosto perché attendeva ansioso il “pass” per poter disputare gare ufficiali. La scalata è stata breve: lo ha notato il Bologna e poi l’ha spuntata il Napoli. Triplo salto in due anni - dalla Lega Pro alla Serie A - ed ora lo sfizio di poter raccontare ai nipoti che la prima rete in carriera è arrivata in Champions, contro il Manchester City, a due passi da Guardiola e dal suo idolo che era in panchina: Yaya Touré.

RIFERIMENTO. In quell’istante non ci avrà pensato, dopo sì. E sarà stato felice, Diawara, di aver segnato nello stadio del suo idolo, contro la sua squadra, dinanzi al suo sguardo attento, indossando quel 42 che è anche il suo numero, scelto perché un giorno vorrebbe poter giocare con la sua stessa disinvoltura. Le caratteristiche sono simili, l’età una possibilità per perfezionarsi e migliorare, le idee chiare un alleato per non perdersi nei dubbi tattici di un giovane di belle speranze. Diawara è un mediano dai piedi buoni ma anche un regista atipico: ha fisicità e personalità, non butta mai via la palla e scarta, a priori, la possibilità di rifugiarsi nelle cose elementari, prevedibili. Col Manchester City aveva fallito l’approccio, come tutti, e s’era perso nel ventre dell’incontro. Quel rigore, voluto fortemente, l’ha reso protagonista inatteso ed ha segnato il punto più alto di una carriera appena cominciata, che è ai margini della sua stessa espressione. Sognando di diventare come Yaya Touré, intanto segnando nel suo stadio e a due passi da lui.

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