E così fu che il destino volle la Capitale come sede di una doppia finale per il Napoli. A quella ormai da tempo nota del 20 maggio con la coppa Italia in palio, va aggiunto il testa a testa di domani sera contro una Roma che somiglia tanto al Napoli di un mese fa, disorientato, nervoso e perdente.
TERZO POSTO VICINO - Obiettivo terzo posto mai come adesso alla portata della squadra di Mazzarri che soffia dietro al collo di quella Lazio che aveva scavato la fossa nella quale quattro giorni dopo l'Atalanta aveva piazzato l'ultimo chiodo sulla bara delle aspirazioni Champions degli azzurri. Quella fu la notte dei lunghi coltelli e delle osservazioni audaci e azzardate, come chi proponeva il quesito sul ciclo finito, del quadro da azzerare per ricominciare tutto daccapo. E meno male che il calcio dei club non è materia di stretta competenza di certi alchimisti che cambiano diagnosi e ricette da una settimana all'altra. De Laurentiis può ritenersi fortunato (o bravo) nell'aver scelto lo staff che gli ha costruito il “miracolo Napoli” con pochi mezzi, costretto com'è ad operare in uno scenario costantemente polemico, sempre alla ricerca del pelo nell'uomo ed incapace di vedere il lato positivo della vita.
MEGLIO POCHE PUNTE - All'allenatore conviene fare di testa sua, così da non ripetere l'errore di una formazione troppo sbilanciata come quella che sfidò l'Atalanta e perse: Cavani, Lavezzi, Pandev, Hamsik e Dzemaili erano un po' troppi per una squadra ancora ammaccata e ferita nella battaglia dello Stamford Bridge. È giusto proprio il contrario, poche punte come testimoniato dal doppio 2-0 contro il Novara ed a Lecce. La formazione è rimasta immutata nelle due sfide in questione, con un solo attaccante (Cavani) che non dà riferimenti, un trequartista (Hamsik) che ha più spazio ed è meno prevedibile, e con Dzemaili che ha trovato la sua collocazione ideale, un po' di fianco a Inler e un po' in appoggio a Marekiaro.
IL RITORNO DEL POCHO - E Lavezzi? Già, il Pocho: non c'era nelle due partite del riscatto e del rilancio in zona Champions. Però no, eh, ora non cominciamo a insinuare che ci siamo sbagliati tutti, che Lavezzi non era così indispensabile come da sempre e diffusamente descritto. In realtà i fatti direbbero proprio così, ma anche in questo caso bisogna riportarsi a Walter Mazzarri ed alla sua capacità di rendere squadra un gruppo, al di là di tenori o coristi regolarmente scritturati dal suo patron. E se «squadra che vince non si cambia», chissà che domani contro la Roma il Napoli non venga schierato con un atteggiamento compatto e prudente, in assetto tale da resistere agli assalti furibondi dei giallorossi all'ultimo appello, prima della rivolta anti-Luis Enrique. E se poi dovesse essere brillantemente superato anche questo ostacolo, potrebbe diventare un involontario indizio per il presidente De Laurentiis: non bisognerebbe disperarsi se dovesse arrivare per davvero un club disposto ad investire 31 milioni di euro sul cartellino di Lavezzi e offrire all'argentino 5 milioni per cinque anni, ma accettare la volontà del calciatore e guardare avanti con ottimismo immutato.
SCENARI FUTURI - L'addio di un tenore ci sta, va messo nel conto purché l'incasso vada immediatamente reinvestito per un'alternativa adeguata al Pocho e purchè non scatti una clamorosa emorragia tecnica. Non dipende solo dal terzo posto tornato ad essere nella disponibilità del Napoli e sarebbe fuorviante condizionare la presenza dei campioni agli obiettivi in palio. Dipende anche da quello, ma non va taciuta la necessità di adeguare i contratti dei calciatori ad un livello tale da sconsigliare loro il passaggio ad altri club più facoltosi. Hamsik è stato soddisfatto e adesso bisogna fare fronte ai mugugni di Cavani, Gargano, De Sanctis e Campagnaro, per citare quelli più eclatanti. De Laurentiis bene ha fatto ad intervenire verbalmente dalla Cina per trasmettere sicurezza ad un ambiente che rischiava di perdere la proverbiale compattezza. Ma non basta, per convincere i campioni servono le opere di bene molto più delle parole.


