ESCLUSIVA - Lombardi: "Sapevate che Sarri odiasse il bianco? Voleva farci dipingere le scarpette di nero! Con lui ad Arezzo battemmo il Milan d'Ancelotti. Su Novellino ed Almeyda..."

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Stefano LombardiStefano Lombardi

Mancano poche ore all'attesissimo match tra Napoli e Lazio. La posta in gioco è altissima e la tensione già si taglia col coltello, chiedete a Felipe Anderson. Per discutere di quella che si preannuncia una partita interessante e non solo, la redazione di CalcioNapoi24 ha raggiunto in esclusiva un doppio ex di questa sfida: Stefano Lombardi.

La sua carriera inizia in un Milan, quello del 1993, che vince scudetto e Champions. Lei, però, era in Primavera. Che ricordi ha?

"Quella al Milan non è stata proprio l'inizio della mia carriera perché io sono andato via di casa giovanissimo, non avevo nemmeno quattordici anni. I primissimi calci li ho tirati nel Como di Mino Favini, un talent scout di primo ordine che ora è all'Atalanta. Venni visionato dal Milan mentre ero a Treviso e venni preso. Noi eravamo solo dei giovani che studiavano, per me è stata durissima. Per me, che sono friulano, venire solo tre volte a casa in un anno fu difficile. Sono sacrifici diversi rispetto a quelli che fanno i giovani oggi, con noi c'era una vera e propria selezione naturale".

Qualche anno dopo il passaggio al Genoa dello storico Tarcisio Burgnich, ex Napoli

"Sì, La Roccia. Una grandissima persona, friulano come me, che aveva un cuore enorme. Era semplice e diretto, ho avuto un bel rapporto con lui. Ho imparato da tanti allenatori. A Genoa ho cominciato a consacrarmi, fui subito titolare a vent'anni. Feci un ottimo campionato e infatti passai alla Lazio l'anno successivo".

In squadra con lei c'era Federico Giampaolo, fratello di Marco, che ora allena la Sampdoria. Le ha mai parlato di questo fratello appassionato per la tattica?

"Federico era un grandissimo giocatore, una punta vera, ha fatto bene a Pescara ma anche con noi. Ha raccolto meno delle sue capacità, ma era un calcio diverso, più qualitativo. Mi parlava di Marco, sì. Ogni tanto saltava fuori questa propensione ed entrambi sono diventati allenatori".

Nel 1998 passa alla Lazio, una squadra di campioni ma anche tante personalità forti. Come facevano a convivere, ad esempio, Mihajlovic ed Almeyda?

"Io ero uno dei giovani, delle seconde linee. Feci diverse apparizioni, ero felice di giocare con quei campioni. Di attriti importanti non ne ho mai visti, ma ci sono stati degli scontri, normali, tra quelli con carattere più forte. Tutto nel limite della correttezza. Quell'anno c'era coesione, l'obiettivo era comune. Di Sinisa ho ottimi ricordi, è sempre stato semplice, nel calciare come nel parlare. Almeyda era un generoso, un vero e proprio motorino. Non ci sono state grandi liti e, anche se vi fossero state, i panni sporchi si lavano in casa..."

Che facce facevate quando, in allenamento, vedevate Almeyda arrivare in jeans strappati, senza maglia e con una lunga coda di cavallo?

"Matias era un bravissimo ragazzo, argentino, umile. Guardava al sodo, non all'estetica, andava preso per com'era, con la sua cultura. Non era mai troppo sopra le righe, ma senza dubbio era un po' estroso nel modo di rappresentare la sua identità, ma non è mai stato volgare o eccessivo".

Fu un'annata molto difficile per Mihajlovic e Stankovic: mentre giocavano, infatti, la NATO approvò l'operazione Allied Force per bombardare la Jugoslavia, in particolare la Repubblica di Serbia (moriranno 1031 soldati serbi e 2500 civili di cui 89 bambini, ndr). Che aria si respirava?

"Erano forse anche troppo bravi nel gestirla in un modo così umano. Io ammiro persone come Mihajlovic, persone che hanno vissuto la guerra, a prescindere dall'estrazione politica, che non c'entra niente. In guerra le persone soffrono, il resto non conta. Deja era ancora giovane, non aveva nemmeno vent'anni. Mihajlovic lo mise sotto la sua ala, lui aveva visto anche gli albori del conflitto, quindi la viveva diversamente. Però la cosa, fortunatamente, non pesò sul campo".

Il nuovo millennio si avvicina, lei è passato al Napoli. Qui trova una vecchia conoscenza: Massimo Oddo.

"Con lui ho condiviso un anno importantissimo in cui riportammo la squadra in Serie A. Scherzava molto, un bravo ragazzo, metteva tutti di buon umore. Si merita i successi che sta collezionando".

L'ennesima promozione ottenuta da Novellino, ma l'anno dopo...

"Non era semplicissimo andare d'accordo con Novellino. era molto preparato, ma aveva un carattere molto particolare. Ci stava, una grande squadra necessità di grande personalità, quindi i diverbi erano normali. Mi è dispiaciuto tantissimo l'anno dopo vedere il Napoli che, per un insieme di circostanze disdicevoli, sprofonda. Peccato..."

L'esperienza napoletana?

"Quella stagione fu particolare, stavamo per ottenere qualcosa di importante e c'era tanta emozione. A Napoli mi sono trovato benissimo, ho avuto un rapporto con la gente del posto molto bello. Non che abbia mai avuto problemi ad ambientarmi, i tanti viaggi che ho fatto mi hanno fatto crescere come uomo, mi hanno acculturato. La soddisfazione è vedere che le persone ti ricordano come un brav'uomo, nonché discreto calciatore".

C'è stato un passaggio all'Inter, ma è stato un amore mai sbocciato: zero presenze ed un prestito quasi immediato

"E' stata una situazione delicata. Gli ultimi due mesi di Napoli ho avuto problemi fisici, ho sofferto di una brutta pubalgia che mi ha tenuto fermo sette mesi. Non riuscivo ad essere continuativo. Quando stavo per recuperare, la squadra continuava a fare risultati disastrosi, annata pessima. E' arrivato Tardelli che ha cambiato un po' di cose e ho scelto di andare a giocare al Perugia. Purtroppo quando sei in prestito secco per sei mesi, non c'è molto interesse da parte della società che ti riceve di investire in te ed aiutarti. Quindi ho dovuto ritagliarmi uno spazio a forza, ma sono stato bene anche lì, rifarei quella scelta".

Qui ha giocato con un Blasi ventunenne. Ha mai palesato la voglia di diplomarsi in futuro, come poi farà a ventinove anni?

"Non ricordo questa sua volontà. Sicuramente me lo ricordo simpatico, il classico romano caciarone, sorridente. E, secondo me, era anche un ottimo giocatore, che poteva avere di più in carriera".

Al Perugia c'era anche anche Ahn Jung-hwan, uno dei primi Sudcoreani ad affacciarsi in Serie A. Che tipo era?

"Me lo ricordo. Ahn era estremamente educato, semplice. Aveva enormi difficoltà nel relazionarsi con noi, ma in allenamento faceva sempre benissimo. Era un buon giocatore, sia tatticamente che atleticamente.

Passa all'Ancona e l'annata non è delle migliori: persino Dario Hubner, non era mia successo e non succederà mai più, chiude la stagione con 9 presenze e 0 gol segnati!

"Sì, era una situazione difficile per tutti. C'erano problemi economici e societari, stavamo cercando di rimanere a galla, ma c'erano troppe cose che non andavano. Dario fece una brutta stagione, ma non fu solo colpa sua e fortunatamente non intaccò molto la sua carriera".

Lo vedeva spesso fumare o andare giù di grappino, come racconta?

"Dario era il classico friulano taciturno e genuino, una persona tranquillissima. Non l'ho mai visto fumare cento sigarette, una dopo pranzo, poi non so a casa cosa facesse (ride, ndr). Sulla grappa, qui in Friuli è routine, non è assolutamente un problema".

Quindi incontra anche un giovane Graziano Pellé. Lo ha mai visto calciare i rigori in allenamento?

"Era un bravo ragazzo, stava cercando di capire chi era. Ha fatto bene ad emigrare, paradossalmente. Non l'ho mai visto tirare i rigori in allenamento, ma ho un buon ricordo di lui".

Dopo l'avventura al Catania, si trasferisce ad Arezzo. Qui incontra due allenatori niente male.

"Conte? Eravamo in sintonia, avevamo la stessa cattiveria agonistica e la stessa voglia di lavorare e vincere. Non gli andò bene perché fu un anno sfortunato, ma aveva tutte le caratteristiche per fare bene, come poi ha fatto.

Conte ha scritto nella sua biografia che in quegli anni "Più che in un ritiro sembrava essere in un supermercato: erano più quelli che andavano che quelli che venivano"

"Sì, era così. Poi lui veniva sa un'altra realtà, con un altra mentalità, e cimentarsi in quell'avventura, nella serie cadetta... si doveva fare di necessità virtù".

Dopo l'esonero di Conte, sulla panchina dell'Arezzo viene chiamato Maurizio Sarri. Avrà dozzine di aneddoti...

"Io ho un attimo rapporto con Sarri, lo saluto nel caso ci stesse leggendo. Spero di andarlo a trovare quanto prima. Ho avuto un grandissimo rapporto con lui. Sarri era un grande, avevamo un rapporto bellissimo, era incredibilmente onesto e chiaro. Spesso era difficile da comprendere per chi non avesse fatto gavetta, perché ha un modo di fare molto metodico, schematico, preciso.  Arezzo era un grande laboratorio, provava quello che sta facendo ora col Napoli. Aneddoti? Lui odia il bianco. Lo avete mai visto indossare qualcosa di bianco? Nemmeno io. A lui piacciono i colori scuri".

Ed infatti voleva che anche voi aveste le scarpette nere

"L'anno prima (a Pescara, ndr) fece dipingere di nero le scarpe dei suoi giocatori. Ci provò anche con noi, ma non riuscì a convincerci. Si incazzava parecchio, ma superò la cosa (ride, ndr)". Ricordo che era un grande fumatore, fumava tantissimo!"

Alcuni dicono che Sarri abbia saputo del sue esonero tramite il telegiornale locale, mentre sostava in autostrada...

"Non saprei esattamente, ma di sicuro c'era tanto caos in società. Il presidente Mancini, poi, era parecchio particolare. Ricordo che l'esonero di Sarri fu un fulmine a ciel sereno".

In un'intervista, proprio il presidente Mancini, incolpò voi giocatori dicendo che avevate "fatto la pelle a Sarri perché fedeli a Conte". E' vero?

"Noi eravamo all'oscuro della scelta che avrebbe preso la società, non avremmo assolutamente potuto".

Prima di andare, però, una notte magica. E' il 18 gennaio 2007, Coppa Italia. Si gioca Arezzo-Milan, Sarri contro Ancelotti, Lombardi contro Inzaghi. Che ricordi ha di quella vittoria per 1 a 0?

"Giornata bellissima. Giocammo bene, contro una squadra nettamente superiore. Sarri aveva preparato la gara in modo molto sereno, faceva delle battute sulle marcature perché c'era poco da marcare con Inzaghi, Ambrosini, Gattuso".

Conte o Sarri?

"Sono due persone che stimo, difficile fare un confronto. potrei solo spendere parole positive. Sarri è più meticoloso, calcolatore, ha una vera e propria filosofia di gioco, il Napoli è una macchina perfetta. La Juventus di Conte, invece, era meno tecnica, non faceva molto fraseggio, ma era più forte fisicamente e solida. Conte come Allegri? Il contrario, credo che Allegri si rifaccia a Conte. Il secondo predilige giocatore dal piede raffinato, come Pjanic, Conte vuole giocatori che corrono, come Marchisio. Sarri ha inciso di più a livello di gioco in Italia ed in Europa, solo Guardiola è leggermente superiore a Sarri, ma ha allenato un Barcellona tra i più forti della storia".

Un difetto di Sarri?

"In un contesto così importante, mette uno scudo davanti alla sua persona e alla squadra, per gestire le pressioni per un risultato che sarebbe storico. Per questo certe volte, forse, risulta antipatico, ma a lui bisognerebbe solo fare una statua. Sono tre anni che si sta giocando qualcosa di importante, facendo più di novanta gol a campionato. E' pauroso. Anche se, devo dirla tutta, è anche colpa della altre squadre, che si sono ridimensionate e sono accorte al bilancio e alle plusvalenze. Ora niente voli pindarici o depressioni, questi ragazzi devono lavorare e continuare questo cammino. Sarri merita di vincere, così come De Laurentiis, che spesso è istintivo, e la piazza che non vince da un po'".

Sabato ci sarà Napoli-Lazio...

"Io spero che vinca chi merita di vincere in quel momento, non tifo per nessuna squadra. Non tifavo nemmeno per le squadre nelle quali giocavo, preferisco che vengano premiate le filosofie di gioco. La tensione sarà alta, spero che non succeda nulla fuori lo stadio, tra tifoserie. Per me finirà 2 a 1, ma non ti dico per chi..."

€‹di Antonio Anacleria - Twitter: @NinoAnacleria

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