Maradona: "Allenare il Napoli sarebbe un sogno. Mi sento perseguitato dall'Italia"

Copertina fonte : Corriere dello Sport

Appena può se ne scappa in spiaggia, che è proprio là, dietro l’angolo di casa. Si gode il sole di Dubai, Diego Maradona, ma soprattutto accarezza il momento positivo dell’Al Wasl: tre vittorie di fila, un quarto posto che può solo migliorare, l’apprezzamento della gente e anche quello dei petroboss della Federcalcio di quegli Emirati che stanno pensando a lui per le qualificazioni al prossimo Mondiale.

Sarà così? Che cosa c’è nel futuro immediato di Diego Maradona?
«Intanto c’è l’Al Wasl. La voglia di farlo crescere. Poi, perché no, se fossi chiamato alla guida della Nazionale, anche quella di contribuire a rendere più competitivo, forse anche più internazionale, il calcio degli Emirati. Ma è presto per parlarne».

E invece, nel suo cuore, nelle sue speranze cosa c’è?
«Tante cose. Il bene della mia famiglia prima di tutte. E poi mi piacerebbe un mondo più in pace con se stesso.

Come lo immagino? Senza conflitti e senza barriere. Un mondo in cui ognuno può circolare liberamente, senza sentirsi straniero da nessuna parte».

Fantastico. Ma più che un sogno non le sembra un’utopia?
«Sì. Ma non mi arrendo all’idea di andare in giro per il mondo e di sentirmi assai peggio che straniero».

Che vuol dire? Con chi ce l’ha in particolare?
«Ce l’ho proprio con l’Italia. Ma, intendiamoci, non con gli italiani. Anzi, la mia simpatia per loro, che era già grande, è addirittura aumentata dopo il riconoscimento che mi è venuto dai lettori del Corriere dello Sport-Stadio che mi hanno eletto migliore atleta di ogni tempo».

Ma lei si sente il migliore atleta di ogni tempo?
«Di grandi, grandissimi atleti ce ne sono stati e ce ne sono tanti. Mi piace pensare che chi mi ha votato l’ha fatto per le emozioni che gli ho regalato con un pallone al piede».

Ma perché ce l’ha tanto con l’Italia?
«Perché ogni volta che metto piede in Italia mi sento perseguitato. Ogni volta che ci torno mi sento addosso una sensazione orrenda. Ce l’ho con il il fisco italiano che mi fa sentire un ladro, un truffatore. Ma io non ho mai rubato nulla all’Italia e agli italiani. Ho solo dato gioia e divertimento in campo».

Capito. Il problema è quel debito di più o meno quaranta milioni di euro nei confronti dell’erario.
«No, il problema è che io con quel debito non c’entro proprio niente. Io sono la vittima, non il colpevole. E invece in Italia sono diventato il simbolo dell’evasione fiscale. E’ un’ingiustizia».

C’è stata una sentenza…
«Sì, una sentenza ingiusta. So di non essere l’unico in Italia a sentirsi perseguitato dall’ufficio delle tasse, ma non so se ad altri hanno mai tolto l’orologio dal polso oppure un diamante dall’orecchio».

Una storia dalla quale forse non uscirà mai più.
«Ho dentro una rabbia che non si può spiegare. Da una parte c’è un’Italia che mi ama e dall’altra un’Italia, quella delle tasse, che ce l’ha con me. Che mi vieta di tornare, di sentirmi a mio agio, magari, perché no, anche di lavorarci. E sì che mi piacerebbe confrontarmi con il calcio italiano anche da allenatore».

Già, se quel 29 ottobre del 1991 qualcuno avesse aperto la porta al messo del Primo Ufficio delle Imposte di Napoli…
«Ma io non ero a Napoli già da sei mesi. No, il problema è un altro. E’ che qualche dirigente del Napoli di allora fece il furbo. Non se ne curò. Non mi avvisò. Invece, Careca e Alemao che erano lì, sistemarono le cose senza alcun problema e ora sono liberi cittadini anche in Italia. Io, invece…».

Sa che è in atto un’altra iniziativa giudiziaria per tentare di ottenere una sentenza a suo favore? E se non si “aggiustasse” neppure questa volta?
«Allora servirebbe un atto di coraggio da parte della politica italiana. A quel punto, infatti, solo un atto del governo, un’iniziativa legislativa restituirebbe serenità e giustizia a me e a tutti o, e non sono pochi, che in Italia sono nelle mie stesse condizioni. Anche se alle prese con cifre assai diverse».

Una legge del genere in tempi di crisi e di rinnovata lotta all’evasione?
«Lo so, sarebbe impopolare, ma sarebbe un atto di giustizia riconoscere certi paradossi, riportare le cose al 1991 e ragionare su soluzioni finalmente possibili. Risolvibili».

Bene. E se accadesse tutto questo? Se tra lei e il fisco italiano scoppiasse la pace e tutto tornasse in ordine, poi cosa accadrebbe?
«Intanto, potrei tornare in Italia senza più sentirmi un ladro. Poi… poi potrei pensare di rituffarmi nel calcio italiano. Non lo nego: mi piacerebbe allenare una squadra italiana. E se un giorno questa squadra fosse il Napoli, beh, allora si realizzerebbe anche un altro sogno».
 

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